I dubbi del blogger

i dubbi del blogger

E d’un tratto, una questione angosciante ti attanaglia.

Tutto nasce dalla lettura di un post di Cartatraccia. Dopo qualche minuto mi sono domandato: a furia di tutti questi post sul brand, sul vendere, vendere, vendere, le persone che capitano su questo blog hanno idea di quello che IO voglio?

Voglio vendere i miei racconti: sia quelli che ho pubblicato con la piattaforma Narcissus, che quelli che verranno.

Il rischio, che mi si è palesato come un drago dietro una curva (eppure io non credo ai draghi), è che il lettore di questo blog non colga affatto quello che intendo realizzare.

A questo punto si potrebbe concludere: è un falso problema, amico mio.

In fondo, in questo modo guadagni traffico. Parli a più persone. E tra di esse, puoi scommetterci un occhio, c’è pure il tuo lettore. La tua lettrice. E ne arriveranno sempre di più.

Se hai un po’ di spirito di osservazione, avrai notato il cambiamento di rotta di questo blog. E parecchie volte mi sono chiesto quanto possa disorientare i miei lettori.

Lo apprezzeranno? Oppure no?

Se non arrivi ad avere il tuo pubblico, i 1000 fans, a dimostrare di essere migliore di quelli che pascolano nei salotti televisivi, senza altro merito che le conoscenze: davvero puoi dirti soddisfatto?

Non è meglio riuscire a vendere i tuoi libri, senza compromessi o lusinghe?

È un interessante dilemma.
Perché alla lunga le persone crederanno che io sia solo un dispensatore di consigli su come vendere libri, o su come essere un bravo editore di se stesso.

E tu che ne dici? Sbaglio? Sbaglio tutto? Esagero?


Prima la storia, poi il lettore

I falsi problemi di un editore di se stesso

falsi problemi

 

Ci sono alcuni falsi problemi che tolgono il sonno a chi scrive (forse esagero); che accendono le discussioni in giro su forum e blog (ecco, questo va un po’ meglio). Ma non vale la pena perderci del tempo.

  • Preoccuparsi troppo del giudizio altrui.
    Be’, se non sei almeno un po’ preoccupato, allora non hai scritto niente di davvero interessante. Ma evita con cura che questa preoccupazione arrivi a impedirti di scrivere quello che la storia richiede. Se la storia ha dei personaggi che parlano male, con parolacce, tu non hai scelta.
    Certo, tua nonna è miliardaria e odia le persone volgari: purtroppo (per te), la sua idea di volgarità comprende espressioni quali “mostrare la lingua” o “calcio nel sedere”. Perderai la sua eredità, pazienza. Un autore che non si discosta anche radicalmente dall’immagine “pubblica” che amici, parenti e conoscenti hanno di lui, non è da leggere, secondo me.
  • Essere alla moda.
    Si sa: in molti consigliano di guardare agli argomenti più alla moda, e di scrivere di quello in modo da intercettare il pubblico. In tanti agiscono in questo modo, io no (e credo si sia capito abbastanza).
    Se essere alla moda significa rinunciare a se stessi, allora la moda non fa per me. Mi taglio fuori dal mercato? Io credo che il mercato offra lo spazio giusto (quasi) a tutti. Il problema è scovarlo.
  • Sbagliare.
    A nessuno fa piacere commettere degli errori; ma capita. Sul Web è ancora più semplice, ma anche gli errori sono un banco di prova per saggiare il tuo valore, la tua capacità di recupero. Impara e prosegui.
  • Il silenzio.
    E all’improvviso, scopri che nessuno è interessato a quello che hai scritto. Dove sarebbe la notizia? La novità? Buona parte dei grandi sono stati accolti così, e spesso il silenzio è una fortuna. È una prova, per testare le tue capacità e convinzioni. Se getterai la spugna vorrà dire che per te scrivere non è niente di vitale.
  • Prendersela.
    Hai scritto un romanzo? O una raccolta di racconti? Bene, ma non stai operando a cuore aperto. Significa che nessuno sarà impressionato dal sapere che hai pubblicato, e se hai pubblicato come editore di te stesso, ti considereranno un fallito. Probabilmente l’unico modo che hai per smentirli un po’, è fare sempre meglio. Un autore non deve contare molto sugli altri, ma solo sulla parola. A volte, è l’unica compagnia che gli rimane.

 

Prima la storia, poi il lettore

Per scrivere devi osservare, non guardare

osservare non guardare

 

Ogni tanto un post sulla scrittura; perché in fondo questo blog nasce per quello, giusto?

Ah, lo so. Si tratta di una raccomandazione inutile: devi osservare, non guardare. È questo che stai pensando, mentre invece è utilissima.

I sensi tutti devono essere sempre allenati a scrivere. Anche quando sei lontano dalla scrivania.

Soprattutto, quando sei lontano dalla scrivania, tu devi scrivere. Non dico che devi girare con un quaderno, o il taccuino. Ma la testa deve essere attenta.
Sei un cacciatore.

Ci sono cose, aspetti e storie che solo tu puoi cogliere. Gli altri vedono solo le imprese “epiche”. Tu sai che salire una scala può essere epico.

Alcuni hanno paura di certe parole: essere cacciatore, inseguire la preda, braccarla, farla tua.
Il mestiere di scrivere ha a che fare con una serie di comportamenti “sconvenienti”. Che non sono corretti. Se scrivi e non sei utile poi, rischi di essere considerato una cattiva persona.
Perché non vuoi educare.

Non educhi perché conosci la realtà: e questa è fatta di scelte, non educazione. La cultura costruisce gulag e Dachau. Nessun analfabeta ci riuscirebbe.

Tu non sei uno che guarda. Se scrivi, osservi. Guardare è il verbo dei micini, delle scimmie.

Sapere che non tutto merita di finire sulla pagina. Perché le azioni, le persone, i colori, le sfumature, hanno una diversa importanza. Esiste una gerarchia, e i nomi per definirla sin nei dettagli. Non ci sono cose uguali, persone uguali. L’omologazione è il tuo nemico personale.

E poi ci sono i dettagli che contano, e quelli che sono superflui. Quelli che riempiono la pagina, e quelli che la rendono viva. 

Tutto questo è possibile quando impari a osservare, smetti di guardare, e inizi la cernita.


Prima la storia, poi il lettore

Ecco le prove: il libro è un prodotto

il libro è un prodotto

 

Non che ce ne sia bisogno (io infatti non ne ho affatto bisogno), ma adesso ho davvero le prove. Direttamente dalla voce di chi ha lavorato nell’editoria per anni, non per due mesi.

Leggi questo articolo sulla rivista Wired.

La crisi c’è, esiste e morde, e non è necessario che lo dica io. Ma affrontare il prodotto libro solo con le speranze, i sogni, i desideri, nella migliore delle ipotesi ti condurrà in un vicolo cieco. Mentre gli editori rischiano di portare i libri contabili in tribunale.

C’è un prima, e un adesso.

Prima: quando essere superficiali, approssimativi, anche arroganti, garantiva comunque un ritorno. Come certi commercianti che al turista applicavano un prezzo maggiorato, e se si lamentava, si stringevano nelle spalle, e pensavano:

“Che vada pure da un’altra parte. Il mondo è pieno di limoni da spremere”.

Peccato che in realtà il mondo sia pieno di persone. E se ragioni così e arriva la crisi, tu sei cibo per la crisi.

Certo, puoi sempre lamentarti contro il cattivone di turno. Che può essere Apple, Amazon, o il nuovo untore del XXI secolo: l’editore di se stesso. Che come sanno tutti (tutti chi? Boh!) distruggerà la cultura italiana.

No, non tutti gli editori sono di questo calibro. Esistono piccole realtà che sanno difendersi bene, e anzi passano al contrattacco. Ma nel complesso, il panorama è desolante.

Ecco come la penso io. E così veniamo all’oggi.

Se decidi di essere editore di te stesso devi fare meglio di un editore. Davvero meglio. Come?

No, non è necessario avere approfondite conoscenze economiche o di gestione contabile. In fondo, non stai per aprire una casa editrice con dei dipendenti da pagare.

Però devi affrontare la tua storia come se fosse un prodotto da lanciare sul mercato. Pianificando con cura lo sviluppo della tua piattaforma. E te lo dice uno che non ha mai pianificato nulla, e si vede.

Non solo: scovando non “il pubblico”: quello era il modo di agire di un tempo. Si sparava nel mucchio e spesso andava bene. Non ci si poteva lamentare.

Devi trovare i tuoi lettori. E procedere a casaccio, con la testa piena di aria e speranze, contando sul fatto che “La qualità emerge”, ti condurrà in un angolo.

Il punto è che ciascuno di noi ha in sé le vecchie idee di certi editori. Ma dovrei scrivere “Io”: e infatti sto lottando per liberarmene.

I disastri che stanno accadendo sono il risultato di quelle idee. È tempo di gettarle vie, non è più possibile, a parer mio, usare il vecchio e il nuovo, cercare la formula perfetta che sposi i due mondi. Un mondo è nato, un altro mondo muore. Scegli se stare col primo o col secondo.

Quindi agisci di conseguenza. Cambia la tua mentalità. Sii un professionista, anche se gli altri ti ignoreranno. Quando alla fine non ti ignoreranno più, be’, avrai vinto.


Prima la storia, poi il lettore

Adesso spiega perché tu scrivi

perché scrivi

Trovare il tuo pubblico non è un compito semplice. Se poi lo fai dopo la pubblicazione, è anche più difficile ancora; ma non impossibile.

D’accordo: come agire?

Prendi il tuo ebook (se lo hai terminato). Oppure, se stai per scriverlo, rifletti su perché scrivi quella storia. Quali valori intendi condividere.

Perché scrivi quel tipo di storie, e non altre?
Perché scrivi in quella maniera?

Questo è il punto focale. Individuare i valori, la spinta che ti piazza davanti a uno schermo a pestare tasti, è un passo necessario, e finché non lo farai, avrai un problema.

Sarai come un imprenditore che non sa cosa sta facendo, e perché lo sta facendo. E sperare che siano gli altri a dirtelo, è follia. Sono pubblicati migliaia di nuovi libri, ogni giorno.

O ci spieghi perché lo fai, o finirai sommerso.

Fai attenzione: questa fase del processo non è una sciocchezza. Prenditi tempo, prima di rispondere. Magari la risposta non ti piace. Oppure non c’è proprio. In una circostanza del genere (la peggiore), possiamo concludere che probabilmente, non c’è vita in quello che scrivi.

Evita però risposte banali.

Rispondere “Perché mi piace” può andare bene dopo; adesso, è del tutto fuori luogo. È inutile una tale risposta.

“Dopo”: vale a dire quando, senza nemmeno capire come è successo, magari parlerai davanti al pubblico. Lì, devi costruire il tuo personaggio, sorprendere quelli che ascoltano e hanno la testa piena di sciocchezze e, nonostante leggano, non sanno che uno scrittore deve essere bravo, non utile.

“Perché mi piace” getta tanta gente nello sconforto, nella delusione. La risposta perfetta potrebbe essere:

“Perché voglio fare soldi a palate”.

Non perché si facciano soldi vendendo libri, purtroppo; però crea una frattura, ti fai una cattiva fama. Diventi scandaloso (“Ma lo scrittore deve denunciare! Gonfiare il petto di vibrante protesta!”), e per il tuo marchio è perfetto.

Adesso ti spiego perché io scrivo. Magari può essere utile.

Scrivo per celebrare le erbacce, e il mistero che le anima.
Perché la compassione ha qualcosa da dire.
Perché l’animale uomo, nonostante televisione, omologazione, sacerdoti che sanno-tutto-loro, è una mina vagante. E non lo puoi programmare, o educare.

Per scovare i valori che ti spingono a scrivere puoi anche adottare un altro procedimento. Quello dell’esclusione.

Non scrivo per educare.

Non scrivo per denunciare.

Non sono per (qui aggiungi quello che preferisci).

Ribadisco l’idea: questo è un atto fondamentale nel tuo cammino di scrittore. Se rimandi l’incontro con il “Perché scrivi”, se non spieghi e illustri i tuoi valori, e cosa ti spinge a scrivere, girerai a vuoto.

Scrivere non è prescritto dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. O spieghi perché lo fai, i valori che ti inducono a farlo, oppure ciccia.

Questo è un mestieraccio, e se non sei animato da un’idea forte, capace di superare delusione e insuccessi, lo abbandonerai molto presto.


 

Prima la storia, poi il lettore