In realtà non esiste l’editore, ma ce ne sono tanti, di ogni genere e tipo: lo so. Però si mi sono domandato cosa ci sia nella sua testa; cosa lo agita, lo entusiasma, lo innervosisce.
I conti. Una casa editrice è un’azienda che deve pagare fornitori, dipendenti, bollette. Nonostante i tentativi e le prove ripetute a distanza di tempo e in differenti condizioni spazio-temporali, al momento nessuno è mai riuscito a sopravvivere di sola acqua o (in alternativa), di aria. Questo disturba soprattutto quanti credono che sia sconveniente parlare di denaro. Di solito costoro scrivono ma non leggono, e la loro attenzione verso il vile denaro sparisce se quelle strane creature cartacee che rispondono al nome di “banconote” minacciano di volerli accompagnare. “Minacciano” è ironico.
La burocrazia. Se in questo Paese un dipendente deve rivolgersi ai sindacati per riuscire a compilare la dichiarazione dei redditi, cosa può fare un editore, che è appunto un imprenditore? Nuotare: nel mare della burocrazia. Ci sono più punti di contatto tra un imprenditore di Brescia o Bergamo, e un editore, di quanto si creda. Basta chiedere.
I librai. Lungi da me criticarli (già li sento rumoreggiare*), anche perché non se la passano affatto bene (soprattutto se indipendenti). Per l’editore sono una risorsa, si capisce, ma spesso con la tendenza a mettersi di traverso. I titoli dei soliti noti in vetrina, e quelli dei soliti ignoti da qualche parte sugli scaffali. Già “deve” vendere: e i libri sono solo merce giusto? Sbagliato.
Gli scrocconi. Esistono ovunque, e se c’è un settore dove queste creature proliferano, ebbene, è proprio l’editoria, e tutto quello che ci gira intorno. Parlo delle fiere, dei premi, delle manifestazioni e/o conferenze stampa… E tutto questo ecosistema si accompagna ad assessori (col pallino della scrittura, loro o di qualche parente), giornalisti (col pallino del romanzo popolare ma “alto”), altri aspiranti scrittori che cercano di “agganciare” l’editore. In genere, si vorrebbe tagliare i ponti con costoro, ma purtroppo sono necessari perché hanno un certo potere e vogliono esercitarlo. Se la casa editrice è piccola, ha a che fare con costoro spesso. Basta rifiutare? Sì, ma fosse sufficiente; certa gente, come diceva Gilberto Govi, ha la faccia come il marmo: ce la sbatte sopra e lo fa sanguinare.
I dilettanti. Si tratta di una degenerazione (almeno credo), della categoria precedente. Questi esseri sanno. Non si sa bene come facciano a conoscere le cose meglio di chi ci lavora da anni. Però è un fatto: sanno.
Perché dilettanti? Perché in realtà ignorano, ma fingono di conoscere, di avere capito tutto e di aver scovato il trucco, il segreto, la formula. Purtroppo, non vivono relegati in qualche luogo umido e isolato, ma frequentano ambienti dove la loro presunzione è scambiata per competenza. Hanno un seguito.
La domanda. Almeno una volta al giorno (e in certe giornate più di una volta), l’editore si domanda: ma chi me lo fa fare? Però di solito continua. Di solito.
(*) Ricordo che “rumoreggiare” è il termine di cui sono custode sino al mese di novembre del 2012. Se vuoi saperne di più vai sul sito de La Dante per saperne di più.




Daniele
14 dicembre 2011
Hai ragione. Tanti anni fa avevo sognato di aprire una mia casa editrice. Poi, col tempo, ho capito che era una follia, almeno in questo paese.
La burocrazia da noi uccide l’impresa. Tutto sembra più complicato.
Parlare di denaro non piace a molti, ma una casa editrice è un’azienda e deve viverci coi libri che pubblica.
Chi glielo fa fare? Non lo so nemmeno io. Forse la passione per i libri, forse non lo sanno nemmeno loro.
Marco
14 dicembre 2011
Meno male che non l’hai aperta! O sei ricco, e ti puoi permettere di perderci molto denaro, per anni, oppure getti la spugna dopo pochi mesi. Qui da noi vige ancora l’idea che se apri un’attività vuol dire che hai un mucchio di soldi. Non si considera che forse si vuole fare qualcosa di meglio, provare a creare benessere anche con la cultura. Si preferisce mettere i bastoni tra le ruote, infarcire di carte e burocrazia.
Adriano Maini
14 dicembre 2011
Ineccepibile radiografia.
Marco
14 dicembre 2011
Grazie!
Daniele
16 dicembre 2011
Esatto: chi apre un’attività viene visto come un pollo da spennare, non come un cittadino da premiare.
Marco
16 dicembre 2011
Purtroppo è un Paese che non è mai cresciuto davvero.