Il romanziere normale non dibatte: spera di far vedere, di rivelare.
È una frase di Eudora Welty che mi ha spinto a una riflessione piuttosto semplice.
Ci sono molti tipi di lettori al mondo, e anzi ciascuno di noi probabilmente ne contiene differenti, che balzano fuori in certi momenti della vita, o convivono pacificamente l’uno accanto all’altro senza farsi mai la guerra.
Ma ce ne è uno che torna alla carica con puntualità, soprattutto quando le cose cambiano, i tempi si fanno duri.
Costui vorrebbe che l’autore di un certo spessore (vale a dire: ha pubblicato e riscuote consensi), scrivesse cose impegnate. Lo richiede il momento storico, la gente, il mondo.
C’è un formidabile equivoco che fa scattare questa richiesta: dimenticarsi che la narrativa è il territorio della libertà. Se il lettore ha il diritto di evitare certi autori, o di interrompere la lettura di un libro perché noioso, esiste accanto un altro diritto.
L’autore scrive quello che vuole, e non deve spiegare perché una storia è così e non cosà. In fondo, chi legge può liberarsi del libro se non lo trova interessante, vero? Per quale motivo dovrei, come autore, scrivere quello che i tempi richiedono? Chi può dire che richiedano davvero l’impegno?
I tempi richiedono storie di valore. Naturalmente, esiste “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, un romanzo contro le guerre. Però non è una storia impegnata, perché le sue qualità sono tali (vi si respira Arte), che permettono al libro di arrivare sino a noi. Eppure è quasi trascorso un secolo da quel conflitto.
L’Iliade gronda sangue: è diseducativo. Però siamo qui a leggerlo. A commentarlo e a proclamarlo come uno dei primi esempi di grande letteratura occidentale (ammesso che certe etichette abbiano davvero uno scopo, e un senso).
Ma alla domanda diretta: “Perché lei non scrive di questo o di quello”, la risposta deve essere: “Perché faccio quello che voglio”.
Il primo dovere di chi scrive è proporre qualcosa di valore, che dia del tu all’Arte. Se poi riesce anche a confezionare un’opera che contenga una denuncia sociale, bene. Ma non è un obbligo, un dovere. L’unico dovere che si ha se si scrive, è di farlo al meglio delle proprie possibilità, e basta.
La narrativa non deve fornire risposte. Quelle sono da cercarsi nella politica, nell’impegno attivo che però non deve essere travasato sulla pagina. La natura della scrittura è troppo anarchica per riuscire sul serio a essere convincente quando sale in cattedra e spiega chi sono i cattivi, e dove sono i buoni.
In un certo senso, si ritrae dal dibattito non perché ne abbia orrore o schifo, ma perché non è affar suo. È qualcosa che molti non accettano: come diavolo si fa a scrivere di uomini e donne e ignorare le loro difficoltà pratiche, e non scendere al loro fianco? E reclamare più giustizia?
La narrativa proprio perché è a fianco di tutti, preferisce far intravedere le miserie, che indicare orizzonti di gloria, oppure soluzioni. Affianca l’essere umano zeppo di contraddizioni, e lo accompagna. E ci ricorda che sino alla fine, affronterà sempre ciò che crea dubbio o scandalo, perché preferisce al punto, i puntini di sospensione…




Carla Monticelli (@ladyanakina)
15 dicembre 2011
Ecco, invece io faccio parte di quel gruppo di lettori (che credo che sia la maggioranza), che sinceramente farebbe a meno delle storie “impegnate” (termine che vuol dire tutto e nulla). Di roba impegnata purtroppo è già piena la realtà, nell’arte preferisco la bellezza, nel senso più generale del termine.
Marco
15 dicembre 2011
Non so se sono la maggioranza, ma mi pare che siano un po’ troppo silenziosi questo genere di lettori. Gli altri spesso sono più rumorosi. Quello che non si comprende è che se uno ama la bellezza, l’apprezza, si educa a essa, vorrà vederla anche nella realtà. Non si tratta affatto di un ripiego, ma di un “salto in alto”. Però per alcuni è “disimpegno” o menefreghismo: mah!
morena fanti
16 dicembre 2011
Le storie impegnate sono quelle in cui l’autore s’impegna a fare del suo meglio
Io non sono molto per il sociale nella scrittura: si possono trattare gli argomenti anche senza volere fare denuncia o senza ‘indicare la strada’. Se lo scrittore è sincero, il suo testo indicherà comunque qualcosa.
Marco
16 dicembre 2011
Esatto! Esiste poi il rischio che l’impegno spinga a essere poco disciplinati con la scrittura, perché “Io porto la luce”. Quindi il valore delle parole, viene considerato quasi un ostacolo, o un dettaglio del tutto trascurabile.