Scrivere è una caccia al tesoro

Che cosa rende la caccia al tesoro difficile, faticosa, persino pericolosa, ma inevitabile?
Il fatto che tra noi e il tesoro ci sia un mucchio alto così di ostacoli. Per questo molti non si cimentano.

Altri preferiscono credere di averlo già trovato, con poca fatica e scarsissimi sforzi. Altri ancora si arrendono alle difficoltà.

La scrittura se concepita come bene, non come prodotto, è esattamente quello: una snervante caccia al tesoro. Chi scrive, è chiamato a lavorare come un pazzo per individuare non una storia (all’inizio non c’è storia, solo immagini), ma una serie di indizi su una mappa.
Lentamente, si avvicina, si eliminano difficoltà, nemici. Arriviamo sul posto, ma non è finita. Occorre scavare, scavare, scavare.

Tutta questa opera di scavo ha come obiettivo quello di rendere la storia un tesoro anche agli occhi del lettore. In fondo è lui che deve essere abbagliato. Trascinato dentro il sogno. Deve toccare con mano la qualità del tesoro.

Ecco perché bisogna avere tempo, mettere alla porta la fretta e riversare sulle parole la più grande attenzione che possiamo. Deve brillare la storia. Trasmettere nel lettore la consapevolezza che gli è accaduto qualcosa, grazie a quella lettura.

Ha intravisto una prospettiva che prima non conosceva nemmeno. Egli è davvero più ricco, ma di una ricchezza bizzarra, che non conosce borse o speculazioni. Che potrà condividere e anche allora non sarà più povero, anzi.

Ci sarà poi qualcuno che affermerà:

“Ma quale tesoro? È chincaglieria, non lo vedete?”.

Forse ha ragione, forse ha torto. Il bello della narrativa è che si trovano opinioni contrastanti sui grandi Classici, figuriamoci sugli altri.