La domanda mi sorge spontanea perché non ci ho mai fatto caso. I libri li leggo e mi interessa quello che hanno da dire, la storia, i personaggi.
Mi attira il titolo: “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy lo scelsi per il riferimento al capolavoro di John Ford “Sentieri selvaggi”. La copertina? Interessante, ma niente che faccia stramazzare a terra.
E che ne dite di “Cantilena mattutina nell’erba”? Non è bello? A me piacque, e lo comprai, e così scoprii lo scrittore islandese Thor Vilhjalmsson. Qui forse la copertina ha giocato un ruolo appena più importante, ma insomma. Iperborea ha un formato di libri differente da tutti gli altri, e le copertine sono sempre molto riconoscibili.
La quarta di copertina? La bandella? Mah, non sono fattori importanti nella scelta di un libro, almeno nel mio caso.
La scoperta di un autore è un momento delicato, forse lo si può definire persino “magico” anche se rischia di suonare retorico. A volte il titolo non comunica niente di straordinario: “Delitto e castigo” lo si acquista perché è un classico, quindi potenzialmente qualcosa di noioso.
Non per me.
Certi libri hanno una specie di “aura”. Lo so, non è sempre così, perché per alcuni Charles Dickens è solo un autore piagnone, che riempiva i suoi romanzi di piagnoni e pazzi. Qui si potrebbe spalancare una discussione infinita sul perché quello che io trovo meraviglioso e da leggere assolutamente, pena l’esclusione dal consorzio umano e l’esilio nelle miniere di Marte, per altri è un mattone, e basta. Sarà la magia della scrittura.
Ma certi libri scatenano delle reazioni imprevedibili in chi li legge. Immagino che sia dovuto al fatto che i loro autori hanno lavorato bene, nel profondo, e non sono solo belli da leggere (anche se qualcuno potrebbe considerare Dostoevskij tutto fuorché “bello da leggere”).
Ma ci hanno aiutato a scoprire quanta umanità c’è in noi, e che spesso tendiamo a scordare.
Per esempio, sono passati un mucchio di anni dalla lettura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Marie Remarque. Eppure quel libro suscita in me delle sensazioni nitide, reali. Anzi: concrete come i tasti della tastiera che sto premendo mentre scrivo queste righe.
E vogliamo parlare della comparsa del capitano Achab sul ponte del Pequod?
E la stanzetta di Raskolnikov?
Nemmeno si può scordare il finale di “Nanà” di Émile Zola con la folla che urla: “A Berlino! A Berlino!”, mentre la protagonista giace senza vita sul letto. E non possiamo dimenticarci dei Buendía di “Cent’anni di solitudine”. E di come si conclude “Vino e Pane” di Ignazio Silone.
Adesso che ci penso: il titolo del post accennava all’odore della carta. Però sapete come succede: si inizia con una certa idea in testa, e poi si finisce col parlare delle cose che sono importanti davvero…




morena fanti
12 luglio 2012
ah, ecco
Marco
12 luglio 2012
Miss Fletcher
12 luglio 2012
Sono perfettamente in sintonia con te, la magia della scrittura non ha pari.
Io amo in modo particolare Zola, quando ho un suo romanzo tra le mani mi trovo a vivere tra quelle pagine ed è sempre un’emozione, anche se si tratta di libri che ho letto e riletto un’infinità di volte.
Hai scritto un bellissimo post…
Marco
12 luglio 2012
Grazie.
Il buon Zola era un geniaccio, ecco la verità.
ritabettaglio
22 luglio 2012
Io invece sono olfattiva e l’odore della carta, specie se nuova, ha interferenze pesanti col mio stato d’animo. Anche le copertine mi colpiscono profondamente e devo dire che quelle italiane non brillano certo per bellezza e fascino.
Un istantaneo dubbio: non era meglio se facevo il cane da caccia?
Marco
23 luglio 2012
Le uniche copertine che apprezzo abbastanza sono quelle di Iperborea, ma sono certo che molti le trovano troppo “nordiche”. Rompono un po’ gli schemi quelle di Minimum Fax, per il resto le trovo sufficienti, niente di eccezionali.