Quando ci si appassiona alla scrittura, a volte si guarda in giro per scovare dei bravi insegnanti. Chiarisco che io non ne ho mai frequentato uno, e ritengo non sia obbligatorio. Se esiste la possibilità di scovarne uno, bene, ma gli autori del passato facevano da sé (e qualcuno potrebbe a questo punto aggiungere un: “E si vede!”).
Non si dica che è superfluo, e che questa figura è il risultato di questi tempi decadenti, eccetera eccetera. Leonardo da Vinci era un genio, ma prima di diventarlo andava a bottega, e con questo direi che la questione è superata.
Semmai è più interessare comprendere se chi ci sta davanti è oppure no un bravo insegnante di scrittura. Qualora succeda di incontrare una di queste bizzarre creature, a mio parere costui o costei dovrebbe avere questi requisiti.
- Osserva con rispetto il dono che l’autore ha ricevuto. Da qui non si scappa, temo. Non è qualcosa che si distribuisce il sabato mattina dalle sette alle nove al centro commerciale. Qualcuno ce l’ha, la maggior parte no. In tempi di: “Siamo tutti fratelli dello stesso pianeta, vogliamoci bene, fratello!” è impopolare fare le differenze e affermare che pochi sono coloro che hanno un dono del genere. Chi insegna deve crederci, e saperlo. Altrimenti è solo un mestierante (abile), in contatto con un mucchio di illusi.
- I doni si proteggono. La fase successiva. Se c’è questo dono, allora bisogna lavorare perché non sia gettato via, svilito. È piuttosto semplice sprecare il talento, perché se esiste, dopo si deve adottare una feroce disciplina che spinga l’individuo a affinarlo. Non è qualcosa di pronto e definito, ma un organismo da nutrire, tenere a freno, esercitare. Sono infiniti i pericoli che minacciano il talento. Come ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome, il talento è un peccato capitale che non viene perdonato mai. Per questo in tanti lavorano per distruggerlo.
- Non impone modelli. Al massimo li segnala. Ma un buon insegnante di scrittura sa che è sempre e solo una faccenda personale. Quindi evita di imporre i suoi modelli perché sa che ciascun autore con talento deve trovare i propri, misurarsi con essi e infine cercare di superarli. Non sarà facile, ma se qualcuno vuole qualcosa di questo tipo, un Gratta & Vinci” gli regalerà più soddisfazioni.
- Non impone la sua visione delle cose. Non soltanto deve prestare attenzione a evitare di imporre i proprio modelli; anche la sua visione delle cose è solo la sua visione delle cose. Dostoevskij ne aveva una che si discostava da quella di Tolstoj: se fosse stata identica, non ci sarebbe stato Dostoevskij.
- Non insegna a superare i propri limiti. Bensì a lavorare dentro i propri limiti per arrivare a vette sempre più alte. Non sono questi a impedirci di migliorare e raggiungere i traguardi. È la smania di superarli a tutti i costi che ci fa inciampare e cadere. Un limite di Tolstoj? Fosse stato meno predicatore, avrebbe terminato “Anna Karenina” col suicidio della donna. Invece, c’è ancora un capitolo dove alcuni personaggi sono seguiti nel loro successivo percorso di vita. Eppure, questo romanzo è un capolavoro, proprio grazie a questo “limite” di Tolstoj, che possiamo anche definire “qualità”.
- Conosce l’ironia. Spesso, uno sguardo sorridente rivolto a sé, al proprio mestiere, aiuta più di tante parole. Un bravo insegnante di scrittura sa che non c’è nulla di più inutile della narrativa, soprattutto in questi tempi dove solo il tangibile ha diritto di cittadinanza. Lo sa, e ride, e sorride. Non per dare ragione a una realtà rovesciata, prigioniera di un carnevale senza fine. Ride perché nel carnevale senza fine, la risata è solo stirare i muscoli del viso ed emettere rumori con la gola. La sua risata invece, nasce dall’intelligenza, ed è l’unica forma di ribellione che può usare. Incompresa anch’essa dai più, ma non importa.




s3rafina
28 agosto 2012
Reblogged this on My scrapbook.
s3rafina
29 agosto 2012
Molto interessante questo tuo post. Concordo con le tue osservazioni.
Romina Tamerici
29 agosto 2012
Sono arrivata qui per caso e ora darò un’occhiata al blog. Questo articolo mi è piaciuto molto. Io scrivo e credo di aver trovato molti maestri anche se non tutti dichiarati come tali. Secondo me, tutti abbiamo qualcosa da insegnare e molto da imparare. Questi consigli per riconoscere un bravo insegnante potranno essermi utili.
Marco
29 agosto 2012
Credo che si debba ascoltare e imparare da tutti un po’, ma alla fine siamo soli con la pagina. Scrivere è sempre una faccenda personale e solitaria.
Romina Tamerici
30 agosto 2012
Eh, già… Forse bisogna ascoltare e imparare da tutti proprio per poi poter affrontare la solitudine della scrittura con una coscienza diversa.
Marco
30 agosto 2012
E dopo aver imparato, separarsi dai maestri. La solitudine immagino che serva a scovare la propria voce.
narratore74
29 agosto 2012
Vado fuori schema se dico che non credo ad insegnanti o simili?
Nel senso: certo, ci deve essere una certa formazione di base, seppur minima, ma credo che la scrittura sia una cosa di stomaco prima che di testa. Insomma, esistono tanti scrittori molto bravi a buttare giù parole con coerenza ma mancano di emozione, cosa che invece trovo sempre più spesso nei lavori di chi ci prova, di chi riversa qualcosa che ha dentro e lo fa nel modo che considera più congeniale.
Ovviamente è un parere personale e non un dogma, ma mi rendo conto che spesso fuonziona…
Marco
29 agosto 2012
Certi insegnanti non funzionano perché in realtà non aiutano a vedere la posta in gioco. E questa non è produrre best-seller, ma narrativa che duri. Può anche accadere che la narrativa che duri, diventi un best-seller, ma è un caso che una regola. Lo scopo di ogni insegnante dovrebbe essere quello di “sparire”, per lasciare all’allievo il compito di proseguire il cammino da solo. Soprattutto la scrittura è una faccenda solitaria. Si legge, si ascolta, si confronta, si cerca di capire e imparare. Alla fine, il grosso del lavoro spetta proprio all’autore, ed è un lavoro ingrato.