A ondate successive, arriva l’idea che il Web, e gli strumenti sociali che mette a disposizione, siano di ostacolo all’autore. Rappresentino cioè un’interferenza nel processo di scrittura, di riflessione, di studio della storia. In genere si conclude con l’affermazione che l’autore “vero” (qualunque cosa voglia dire) non è sociale, e che il suo talento rifugge con determinazione da tutto quello che profuma di socialità.
Se guardiamo ai grandi del passato, siamo smentiti.
Dante Alighieri viene condannato all’esilio nel 1302 (se non erro: in caso correggerò), poi a morte. Domanda: come si sopravvive nell’Italia del 1300, se non si è sociali? Ci si può permettere di stare chiusi da qualche parte perché il contatto con la massa rende bruti?
Si dirà: un caso eccezionale. No.
Buona parte degli autori aveva bisogno eccome del giudizio altrui. Ho già scritto in passato di Dostoevskij e del circolo Belinskij, dove corre per sentire cosa ne pensano de “Il Sosia”. E terrà in scarsa considerazione le loro opinioni.
Di Tolstoj che legge alla moglie “Guerra e Pace”, e ne ascolta il giudizio.
Adesso, c’è Twitter, Facebook, il blog, eccetera. Qualcuno osserverà che troppa gente vuole dire la sua. È un suo diritto, ma non è certo dovere di chi scrive ascoltare tutto. Chi scrive narrativa di un certo tipo, deve badare solo alla sua storia. Come ho detto già in passato, il lettore non sa cosa vuole, glielo deve dire lo scrittore. Se si seguissero i gusti del mercato, buona parte dei classici non sarebbero mai stati pubblicati perché non esisterebbero.
L’idea di certi autori sulla minaccia delle reti sociali, mi sembra piuttosto un’incapacità a tracciare un confine. A darsi una disciplina.
È invece importante ricordare che:
- Twitter (o Facebook) non è obbligatorio. Se uno non vuole, non si iscriva. Quando e se lo fa, cerchi prima di capire il suo funzionamento invece di scoprirlo dopo quando magari il guaio (le fotografie mentre è in bagno a espletare le funzioni meno nobili) è fatto. Ci sono delle guide gratuite che permettono di capirci qualcosa: usatele.
- Meglio scrivere qualcosa di interessante, ogni tanto. Astenersi perciò se spacciatori del proprio ombelico, piazzisti del proprio verbo, propalatori di chiacchiere.
- Essere sociale, cioè essere vivo. L’idea bislacca che un autore se ne sta chiuso da qualche parte è ridicola, per una ragione semplice: costui di cosa scrive? Di aria? Ozono? No: della vita. Non esiste nulla di altrettanto concreto, forse solo una buona martellata sulle dita può eguagliarne la concretezza. Chi scrive è un essere che magari non sa raccontare le barzellette, lo invitano a una festa e al suo ingresso un alone funereo cala sui presenti, e i più sensibili iniziano a singhiozzare. Ma è comunque socialissimo perché conosce bene la vita. Per questo scrive.
- I tempi cambiano. Vediamo: perché il passato si chiama così? Forse perché è passato? Giusto! Quindi procedere continuando a osservare come si comportava Dante (che era sociale, o non avrebbe trovato asilo presso le corti italiane), è un errore. Qui, ora, ci sono degli strumenti. Si possono ignorare? Certo. È una mossa astuta? Ho qualche riserva, ma ciascuno è libero di agire come meglio ritiene. A mio parere, blog e Twitter sono necessari per immettere nell’organismo della società quegli anticorpi che la rendono viva e capace di progredire. L’alternativa è lasciare spazio al mercato, all’omologazione; poi ci si può sempre lamentare, ed è un’attività che molti coltivano perché impegna poco, e soddisfa l’ego.
Che poi il Web sia pieno di contenuti superficiali non dovrebbe servire come alibi per attaccarlo, ma come stimolo a entrarci, e a combinare qualcosa. Senza la pretesa di ammaestrare le masse, senza attendersi miracoli.




Romina Tamerici
19 settembre 2012
Sono una scrittrice che ama la solitudine. Secondo me, la solitudine serve per scrivere. Ovviamente però serve anche vivere per trovare ispirazione. So stare agevolmente tra la gente e non ho timore di parlare anche con o davanti a molte persone. Ho un blog e scrivo perché mi piace condividere e relazionarmi. Posso anche scrivere in mezzo al caos più completo, ma la solitudine ogni tanto permette di organizzare bene le idee. Insomma, mi definirei “socialmente asociale” o “asocialmente sociale”. Definizioni molto in linea con il mio essere contorta, no?
Marco
19 settembre 2012
Sì, direi che va bene
A me viene in mente Flannery O’Connor: non credo che avrei voluto incontrarla, a da quel poco che so (leggendo le sue lettere), so che lei intimoriva le persone che l’avvicinavano. Dopo le cose miglioravano, però lei è stata il classico caso di autore poco sociale, che però scriveva della vita.