La faccenda solo a prima vista appare peregrina e di scarsa importanza. Qualcuno per esempio potrebbe osservare che con il self-publishing è un problema superato perché…
Già perché?
Uniformare il testo vuol dire dargli quell’omogeneità in grado di garantire al lettore una comprensione facilitata del testo. In modo anche da esaltare le sfumature dello stesso e di consegnare una pagina bella a vedersi, e davvero capace di comunicare. Questo significa anche che ogni editore ha le sue regole per uniformare il testo, ma se opto per l’auto-pubblicazione, devo badare a questo aspetto.
I più arzilli tra di voi si chiederanno a questo punto: di che diavolo parla? Perché non fa un esempio così capiamo?
D’accordo.
Se si scrive un romanzo, questo probabilmente sarà suddiviso in capitoli. Il titolo di ciascuno di questi deve avere una caratteristica tipografica precisa, e quella deve restare per tutti i capitoli. Se scelgo un font, quello sarà uguale dall’inizio, alla fine.
Si tratta solo a prima vista di una questione estetica mentre in realtà è una questione estetica fondamentale. Una pagina non è solo un “contenitore” di parole (e qui che sia digitale o cartacea non significa nulla). È un’esperienza visiva che avvicina o allontana il lettore in base a quello che l’occhio trova.
Perciò anche elementi in apparenza secondari come gli “a capo”, i paragrafi, l’occhiello, hanno una loro funzione.
Dopo questo, che deve essere tenuto in considerazione se si vuole fare da sé, c’è altro lavoro da portare avanti sul testo.
Il classico esempio scemo: Paese o paese? E qui mi riferisco all’Italia, non ad Abbiategrasso. E poi: 1200 Euro o 1.200 Euro? E se invece fosse Milleduecento Euro? O milleduecento euro?
Le date?
E cosa scrivete: Capitolo Primo o Capitolo I?
E infine l’argomento che scatena discussioni, conflitti e guerre: le virgolette! Quelle per introdurre i dialoghi, certo.
Qualunque sia la scelta che farete, ricordate che dovete per forza, una volta decisa la forma, mantenerla dall’inizio alla fine. Non è possibile passare da Paese a pagina 122 a paese a pagina 144. Occuparsi solo di scrivere bene una storia ha senso se alle spalle si ha un editore, e magari un editor, come è capitato a me con 40K, e il mio ebook “Starter Kit per blogger“. Le cose cambiano se si decida di procedere da soli: quello che fa un editor tocca all’autore. E le mancanze, le disattenzioni possono costare care.
Come? Se ne accorgeranno in pochi?
Se ragionate così avete una triste opinione della narrativa. Inoltre, i lettori non sono tutti uguali. Alcuni non distinguerebbero un racconto, dalle istruzioni per impostare un firewall sul proprio computer, ma chi scrive deve puntare ai lettori eccellenti. Quelli che badano ai dettagli, e se si accorgono che ne avete cura, parleranno di voi. Esiste qualcosa di meglio per un autore?
Inoltre: adesso siamo ancora agli inizi, almeno in Italia, e un po’ di sciatteria può essere perdonata. Tra un anno dubito che ci sarà comprensione. Liberarsi dell’editore vuol dire farsi carico dei doveri di un editore. Quindi: più cose da fare, maggiori competenze da acquisire, oppure se non si ha tempo o capacità: pagare qualcuno che lo faccia al nostro posto. Non è più facile.




Carla Monticelli (@ladyanakina)
20 settembre 2012
In genere ogni autore (che sia indie o no) crea il proprio standard per quanto riguarda questi aspetti, che poi dovrebbe essere rispettato per tutti i libri. Gli autori professionisti di solito preparano una specie di vademecum, che poi forniscono al proprio editor (che può cambiare da libro a libro), in modo che si attenga a queste regole, che esse riguardino il modo di indicare i capitoli o i numeri o quale forma ortografica utilizzare per certe parole, laddove entrambe siano corrette (obiettivo od obbiettivo, dinanzi o dinnanzi), e così via.
C’è da dire che questo tipo di problematica è di minore entità per la lingua italiana, che ha regole abbastanza ferree, tranne qualche eccezione, soprattutto nella narrativa (evitare il più possibile l’uso di numeri in cifre, il discorso della famosa d eufonica ecc…)
Il discorso della coerenza (in inglese “consistency”) è molto più serio, invece, per gli autori anglofoni, alle prese con una lingua dalle mille forme e con numerose varianti geografiche. L’inglese è così variegato che è davvero difficile trovare un qualche tipo di uniformità nel modo in cui viene scritto, anzi esistono continui dibattiti su quali siano le migliori forme scritte di certe parole, soprattutto nel caso di neologismi o parole composte. Dibattiti che non arrivano a nulla. Alla fine ognuno fa una scelta e si attiene a essa.
Per questi autori il famoso vademecum diventa a dir poco corposo oltre che essenziale. Ce n’è un esempio nel sito dell’autore canadese Robert J. Sawyer. Devo dire che purtroppo non mi piace affatto come scrive (sia a livello di stile che nel modo in cui narra le sue storie, sebbene parta sempre da idee molto originali), ma allo stesso tempo devo ammettere che anche da questi piccoli (si fa per dire) particolari si capisce che è un vero professionista.
Questo anche per dire che essere un buon scrittore (cioè avere delle buone qualità narrative e stilistiche) ed essere uno scrittore professionista sono due cose ben distinte, che non necessariamente si sovrappongono.
Marco
20 settembre 2012
Ottimo commento, come sempre
Daniele
20 settembre 2012
L’uniformità del testo va considerata anche nella scrittura per il web. Un testo non uniforme, in qualsiasi scritto, denota solo la sciatteria e la poca cura che ha lo scrittore della sua opera.
Marco
20 settembre 2012
È vero. Se si scrive la sciatteria deve sparire, non si deve credere che siccome è un blog allora posso permettermi di scrivere “un po’ così”. No, se si scrive, lo si deve fare sempre al meglio delle proprie possibilità.
morena fanti
20 settembre 2012
Sottoscrivo. Vorrei, però, aggiungere che a mio parere, lo ‘standard’ di un autore può cambiare da romanzo a romanzo: posso scrivere ‘capitolo primo’ ( e seguito) in un romanzo, e in un altro decidere che i capitoli debbano avere un titolo. Ma, certo, nello stesso romanzo tutto deve essere impostato con coerenza e rigore.
Marco
20 settembre 2012
Non solo: cambia da editore a editore, e a volte persino all’interno di una casa editrice cambia da collana a collana. Però se si tratta di auto-pubblicazione questo è un aspetto che l’autore deve considerare, o rischia delusioni cocenti.
Giuseppe
20 settembre 2012
Complimenti per il post, e in genere per il blog. Sono un editore, e posso assolutamente confermare ciò che scrivi. I piccoli autori si lamentano spesso dell’esistenza di filtri troppo severi nella grande editoria. Per la mia esperienza, posso dire che nel 90% dei casi ciò che determina il collasso del fai-da-te non è quasi mai l’assenza di distribuzione, ma l’incuria nel confezionamento dell’opera. Un editing sgarbato è un vistoso boomerang, un vero e proprio suicidio di opera e autore.
Marco
20 settembre 2012
Grazie dei complimenti.
L’errore di tanti è pensare che adesso con l’auto-pubblicazione è tutto in discesa: basta “esserci” (sul Web), ed è fatta. No, non funziona affatto così, è solo maledettamente più dura. La sciatteria non può essere perdonata, e dopo è inutile urlare al complotto. Già è difficile scrivere una storia di valore, efficace, ma se a questo aggiungiamo pure un’opera confezionata alla carlona… È come spararsi nei piedi.