Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

La morta – di Marco Freccero

Il secondo racconto breve. Il titolo: “La morta”.
Buona lettura.


In una borgata fuori città, c’era una casa, di quelle di campagna; i muri un po’ irregolari, panciuti, le pietre in vista, una nicchia sotto il tetto, con una statuina della Madonna, rivolta verso il torrente, perché non si sa mai. All’acqua basta poco per trasformarsi da benedetta in maledetta, entrare nelle stanze, nelle cantine, e schiantare ogni cosa. E appena sotto il tetto, una targa riporta la data di costruzione: 1909.

Al piano terreno, un ambiente che sino a vent’anni fa era una stalla, adesso è niente perché non ci sono più animali. Eppure non è stata trasformata in rimessa per auto, è completamente vuota; la porta in legno che la chiude ha una serratura arrugginita, le tavole che la compongono sono annerite, e un paio di calci ben assestati le schianterebbero. Probabilmente, è territorio di ratti, e qualche biscia. Una scala in pietra conduce al piano superiore, a destra un salotto, poi le altre stanze, e una piccola cucina.

Quel giorno, un mucchio di persone occupava la scala, la piccola aia, e soprattutto la camera da letto, alcuni entravano e uscivano, altri arrivavano, sostavano per un po’, poi se ne andavano. C’era una morta, una vecchia secca, rugosa, mento sporgente, naso schiacciato, con una corona del rosario stretta tra le mani; tanto magra da pensare che la magrezza avesse alla fine tolto il respiro alla vita. Non c’erano figli perché in quella casa non ce n’erano mai stati, non ne erano venuti, ma un marito sì, anche se in quel momento non era presente. Era dentro la piccola cantina, a fianco della stalla, due scalini irregolari e si era dentro. Lì c’erano un paio di botti, bottiglie con dentro del buon vino rosso che vendeva, più spesso regalava. E secondo qualcuno, che non parlava ma sussurrava, era lì a bere dalle prime ore del mattino, e non era un comportamento da vedovo per bene.

Verso le undici del mattino, entra nella stanza da letto il marito, piccolo, innocuo, ha guance scavate e rosse, un basco in testa, più posato che calcato, non è più tanto stabile su quei piedi pure grandi, supera la soglia della porta e barcolla; non gli serve aiuto, fa cenno di riuscire a cavarsela benissimo da solo.

Ci sono donne, bambini, ragazzi, uomini, vicini, parenti e conoscenti, è sabato, perché si sa, la gente ha una predilezione speciale per il fine settimana; preferisce morirci così da scassare i programmi, e qualcos’altro, a chi lavora tutta la settimana, e non vede l’ora di starsene in pace. Invece no, tocca andare a vedere un morto, ad ascoltare il rosario la sera, poi un bel funerale, la camminata sino al cimitero, e il fine settimana se ne è andato.

Non mancano dei perfetti sconosciuti che quando la donna era in vita nemmeno le rivolgevano il saluto, idem col marito. Approfittano dell’occasione per ficcare il naso. I pavimenti sono di piastrelle quadrate, spaccate nel mezzo o sbrecciate lungo i bordi, bianche e nere; i mobili scuri sono di taglio grossolano, tutti spigoli, angoli retti, e nessun disegno o decorazione; come se il carpentiere non avesse avuto tempo di rifinirli. Qualcuno, chissà chi, di certo non i proprietari di quella casa, a parte Savona non hanno visto altro in vita loro: è stato a Pisa, Roma e Venezia. E sul piano del comò sono presenti nell’ordine: la Torre pendente, il Colosseo e una gondola. Sopra la testata del letto, un crocifisso, un rametto d’ulivo, sulla parete opposta un vecchio orologio, un paio di stampe raffiguranti mari solcati da imbarcazioni a vela. L’armadio, imponente, massiccio, chiuso con una grossa chiave. Un brutto lampadario manda una timida luce attorno.

Le pareti sono un po’ annerite, e l’atmosfera che vi si respira, è cupa, non perché ci sia il cadavere, lo è sempre stata. Il soffitto è basso, la finestra piccola, socchiusa, lascia filtrare poca luce attraverso le tendine ingrigite, le porte hanno l’architrave basso, e una persona poco più alta della media deve chinare il capo.

L’uomo si avvicina al letto, si fa il segno della croce e si mette in ginocchio sul tappetino consunto; poggia le braccia sul letto, le mani intrecciate, ha un lieve sorriso sulle labbra esangui. Inizia a parlare alla morta

“Bagascia, hai visto che sei morta, bagascia. Me ne hai fatto passare tante, ma adesso sei morta. Oh bagascia, mi senti?”

Per alcuni secondi il respiro dei presenti nella stanza pare interrompersi; le prime a reagire sono le madri. Prendono i propri figli e li trascinano fuori, qualcuno di essi, i più piccoli, chiede cosa significhi bagascia, e riceve una sberla, seguita dall’avviso di averne pronte delle altre, se inizia il pianto.
L’uomo continua a parlare alla morta; si avvicinano un paio di giovani, lo prendono delicatamente per le spalle, lo tirano in piedi. Gli sussurrano qualcosa, lui sul volto ha un sorriso bizzarro, annuisce, soffoca una risata; lo portano fuori dalla stanza, dalla casa, oltre un piccolo torrente, in secca, a circa venti metri dall’abitazione.

Era il mese di settembre, al mattino l’aria era vestita di un freddo cattivo e tenace, poi il trascorrere delle ore la rendeva più dolce. Come i colori del bosco lì accanto, i castani ingialliti, la terra un tappeto di soffici foglie, ricci, erba che attendeva il prossimo inverno con la nostalgia dell’estate nelle striature verdi verso la radice.

L’uomo siede su una roccia che sporge, ridacchia, sembra sereno e si sfrega le mani. A qualche metro di distanza, i due uomini che lo hanno condotto lì; dovrebbe arrivare il prete, e c’è il rischio che ricominci la sua litania, forse bisognerebbe nasconderlo, studiarsi qualcosa per non farlo parlare con nessuno. Verso sera ci sarà il rosario, magari è capace di ridere per tutto il tempo, o chissà cos’altro. Una telefonata al medico di famiglia per farsi prescrivere un forte tranquillante, potrebbe essere la soluzione. Uno dei due infatti si allontana, telefona con il cellulare. Sono i nipoti, sui quarant’anni, e dopo qualche minuto attorno a loro si radunano tre uomini, e a innescare la conversazione basta poco.

“Poveraccio, non c’è più con la testa.” Inizia uno, masticando una gomma, e col capo lo indica, forse il più felice vedovo della provincia.
“Già.” Il nipote numero uno si stringe nelle spalle, anche lui sposta gli occhi verso il vecchio.

Il secondo tipo che parla si spinge oltre, abita a un tiro di schioppo, un sessantenne bene in carne, e conosce un po’ sia la morta, che il vivo:
“Ho cercato di farlo smettere; con quello che si è bevuto in cantina… ” Vorrebbe aggiungere altro, forse ridere, ma si trattiene
“Già.” Ripete ancora il nipote numero uno; non è una persona cui piaccia chiacchierare. A dar fuoco alle polveri ci pensa però il numero due, ha terminato la conversazione al telefono, sente appena quanto detto, e dice:
“D’altra parte, non è stato facile vivere con la zia.
“Certo”. Interloquisce il terzo tipo, rosso di capelli, tarchiato; si aspetta dell’altro.
“Con quel colonnello.” Prosegue il nipote numero due.
“Cioè?” Chiede il masticatore.
“Era un bel tipo, la zia.”
“Pace all’anima sua. Tutti hanno i loro difetti.” Dice il vicino.
“Vero.” Conferma il rosso, e starnutisce.
“Il medico arriverà dopo l’una.” Annuncia il nipote numero due, e spiega:
“Lo facciamo visitare, magari ci facciamo prescrivere qualcosa.”
“Un calmante.” Dice il vicino.
“È meglio, sì.” Conferma il nipote numero uno.
“Buona idea. Non si può rischiare che faccia un altro numero del genere in chiesa, o al cimitero.” Dice ancora il rosso; e chiede:
“Siete i figli?”
“Nipoti.” Risponde il primo, e si presenta:
“Io sono Matteo, lui Franco.”

Franco spiega:
“Non ne hanno mai avuti, di figli.”
“Quindi resta da solo?” Chiede il masticatore.
“Per come l’ha presa, non è una cattiva notizia, mi sembra.” Dice il vicino.
“Poveraccio, bisogna capirlo.” Dice il secondo nipote
“In che senso?” Chiede il rosso.
“Stare con certe persone, è una bella fatica.”
“La moglie era un po’ particolare?” È sempre il rosso che parla.

Franco allarga le braccia, si guarda attorno, poi verso lo zio:
“Basta dare un’occhiata dietro la porta d’ingresso.”

Matteo s’incupisce, e fa un passo indietro, come se non volesse sentire.
“Che c’è dietro la porta?” Il masticatore ha sputato la gomma nell’erba, estrae un pacchetto di sigarette e le offre agli altri, ma nessuno ne prende. Ridacchia:
“È un vizio in via di estinzione.”

Franco prosegue, si schiarisce la voce:
“C’è un bastone. Lui diceva che era per la zia che soffriva di pressione bassa, e aveva paura di cadere dalle scale. Che lo usava per sostenersi. Mica vero. Lo usava per bastonarlo.”
“Io abito là davanti.” – Conferma il vicino, e indica una villetta su due piani, a mezza costa sulla collina dirimpetto a quella dove si trova, e che riceve la luce del sole per buona parte della giornata. “D’estate col vento a favore sentivamo i colpi, e i lamenti. Di lui.”

Il rosso bestemmia, dice:
“Ma come si fa?”
“È un brav’uomo.” Lo giustifica Franco.
“Vero.” Afferma il vicino. “Troppo. Se c’è uno che lavora, e che sa lavorare, è lui. Non se la meritava, una così. Non dovrei dirlo, proprio davanti a voi, che siete i nipoti.” Aggiunge.
“È la verità.” Ribadisce Franco.
“Avesse avuto almeno un figlio” dice quello che adesso fuma, “È brutto restar soli a quell’età. A me proprio non piacerebbe.”
“Tanto se ci fossero dei figli, a quest’ora sarebbero sposati, e per conto loro.”
“Lo so.” – Dice, – “Però sarebbe diverso.” Poi chiede:
“Come è successo?”

Spiega Franco:
“Tornava dai campi, verso sera, è entrato in casa e ha sentito un forte odore di gas. In cucina l’ha trovata distesa per terra, probabilmente le è venuto un colpo, mentre preparava la cena. La zia ha sempre sofferto di pressione alta.”
“L’autopsia non la fanno?” Domanda ancora il rosso.
“A che serve?”
“Meno male,” – s’intromette il vicino, “che non ha acceso la luce, o mi sarei trovato un pezzo di casa nella mia.”
“E i morti sarebbero due”. Dice Matteo.
“O forse di più, chi lo può dire?” Dice il fumatore.
“Già, maledetto gas.” Quello che fuma crolla la testa.
“L’acqua della pentola, bollendo, con la zia stesa a terra, ha spento il fornello. Qui usano ancora le bombole.” Spiega ancora Matteo.
“Praticamente il medioevo.”  Commenta il rosso.

È arrivato il prete, sull’aia saluta, si guarda attorno e sale le scale in pietra. Matteo dice:
“Speriamo solo che il dottore non tardi troppo -. Guarda l’ora, sono appena le undici e mezza, c’è da pensare al pranzo, lo zio è sempre steso sull’erba, ha gli occhi chiusi, le mani intrecciate all’altezza dello stomaco. Dorme, o almeno sembra.”

Quello che fuma si avvicina a Matteo e domanda:
“Ma quanti anni ha?”
“Settantadue.”
“Se li porta bene.”

Matteo annuisce. L’altro getta la cicca, e dice:
“In fondo, non è mai troppo tardi per ricominciare a vivere.”
“In fondo, vivere dovrebbe essere più facile.”
“Fantascienza…” Replica l’altro, e si allontana verso la casa.


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