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L’intervista – Nuovo racconto di Marco Freccero

Il quarto racconto breve: “L’intervista”.

Buona lettura

Con tutta la buona volontà di cui era capace, cercò alcuni validi motivi per farsi piacere l’estate. Era sabato, le nove del mattino, e se ne stava disteso su una sedia a sdraio, il braccio sinistro appoggiato alla ringhiera del balcone; dal secondo piano del palazzo, gettava un’occhiata in basso, sulla strada, la passeggiata a mare.

Era solo una melassa appiccicosa, calda, mentre il rumore del traffico sull’Aurelia, berciava senza sosta, senza alcuna pietà.
All’ombra della tenda verde e bianca, sbuffò, si passò una mano sulla fronte asciugandola del sottile velo di sudore.

“Già non si respira.” Disse.

Solo i pazzi potevano apprezzare luglio, la baraonda di caos e caldo che assediava ogni ora della giornata, e allungava i suoi effetti anche alla notte. Ma non c’era nulla da fare, occorreva avere pazienza, e il peggio, cioè agosto, doveva ancora arrivare.

Frotte di persone attraversavano la strada diretti alla spiaggia; un furgone si arrestava in doppia fila per scaricare i medicinali per la vicina farmacia, un altro riforniva di gelati, bibite e leccornie varie, i bar sulla spiaggia, o lungo la strada. Grasse donne africane si muovevano senza fretta col loro impressionante carico di cappelli, chincaglieria varia, verso gli stabilimenti balneari.

Squillò il cellulare, e sentì i passi in cucina di Inga, che si fermava, poi riprendeva a camminare verso il balcone, infine gli porgeva il cellulare.

“È una delle tue ragazze.” Disse, porgendoglielo con un sorriso. Rientrò nell’interno della casa, come sempre a piedi nudi, la coda di cavallo, bionda, scendeva sulla bella schiena vestita di una maglia nera, aderente.

Luca osservò sul display il nome che compariva: Sabrina. Un paio di comparse in film comici, nulla di memorabile, e poi tanta pubblicità, e prima ancora valletta.

“Ciao.” Salutò.

Dall’altra parte giunse una voce bassa: “Scusa se ti disturbo proprio oggi, ma ho qui un’intervista che mi hanno spedito, e non so cosa dire. Cioè lo so, però vorrei che tu mi dessi una mano, correggessi magari qualcosa, non vorrei dare le risposte sbagliate”.
“Sì,” disse Luca, staccando la schiena dallo schienale, “ma di che giornale si tratta?”

Gli diede il nome: “Ottimo, è un settimanale soprattutto per famiglie, alla fine si sono decisi.” Luca lavorava da cinque anni per un’agenzia di casting di Milano. Sabrina stava per apparire in una serie televisiva di successo, che sarebbe andata in onda in autunno, sul primo canale. Una piccola parte, in tutto sì e no tre minuti di girato, forse in fase di montaggio avrebbero ridotto ancora qualcosa; però si trattava di milioni di spettatori, era il primo passo nella giusta direzione. Un regista l’aveva scelta come co-protagonista in una pellicola che i francesi, già avevano deciso di presentare in anteprima a Cannes, l’anno seguente. Le riprese sarebbero iniziate nel mese di novembre, tra Bologna e Roma.

“Allora ti leggo le domande?”
“D’accordo.”
“Chi in famiglia ti ha parlato di Dio?”
“Sì”. E tacque. Dopo qualche secondo la ragazza disse: “Che gli dico.”
“Sabrina, se non lo sai tu.”
“Non me ne hanno mai parlato, però non posso rispondergli così. O sbaglio?”
“Giusto, allora scrivi.” Raccolse le idee, si sfregò la fronte con il palmo della mano sinistra: “È stata mia madre a parlarmene, mio padre è sempre stato un tipo indifferente, ma negli ultimi anni ha ripreso a leggere la Bibbia. Ne sono felice, perché io nei momenti di sconforto e solitudine, la apro a caso, e trovo sempre una frase, un pensiero che mi riempie di speranza.
“Sì, aspetta.” Luca sentì un fruscio, poi un: “Maledetta penna, non scrive mai quando mi serve.”
“Sabrina, l’intervista come ti è arrivata?”
“Col computer.”
“E perché non sei al computer?”
“Perché è in camera, e io non sono in camera.”

Lui si grattò la testa: “Secondo te, perché li chiamano portatili?”
Lei abbassò ancora di più la voce, disse: “Sono nella vasca da bagno.”
“Ma è un bagno pubblico?”

Lei scoppiò a ridere: “No, perché?”
“Parli a voce sempre più bassa.”
“Dicono che così si aumenta il grado di attenzione di chi ascolta.”
“Lo credo, quasi non si sente niente di quello che dici. Hai scritto quello che ti ho detto? Vai con la prossima.”
“Puoi dirci per chi voti? Cosa ne pensi della politica di questi ultimi tempi?”
“Sabrina, che ti posso dire? Io non so per chi voti.”
“Nemmeno io, cioè non ho mai votato, con tutte le cose che ho da fare. Però non posso rispondere così, credo. Metti che qualcuno di importante legga che non voto, gli farei una brutta impressione. Non si sa mai nella vita.”
“Anche qui hai ragione. Scrivi. Vorrei che la politica fosse vicina alla gente, ai suoi problemi. Ho invece l’impressione che non ci si voglia occupare di disoccupazione, lavoro, famiglia.” Fece una pausa, poi continuò: “Sono una donna fortunata, me ne rendo conto, ma so di tanti giovani pieni di qualità, che devono andare all’estero perché il nostro Paese purtroppo, non offre sbocchi.”
“E dici di non svelare per chi voterei?”
“Be’,” disse Luca, “credo sia opportuno dare una risposta che piaccia a tutti gli schieramenti. Così evitiamo di crearci delle noiose inimicizie. In fondo, sei appena agli inizi, più avanti si vedrà.”
“Giustissimo!” Esclamò. “Sei un genio! Lo vedi che faccio bene a telefonarti? Chissà che pasticci farei se non ci fossi tu. Passo alla prossima.”
“Sono pronto.”
“Che cosa ti piace di un uomo?”
“Dimmelo tu.”
“Il culo.”
“No, no, non credo che apprezzerebbero.” Sull’Aurelia passava in quell’istante un camion dei vigili del fuoco, a sirene spiegate; si tappò l’orecchio sinistro, e disse a voce un po’ alta: “Scrivi. L’ironia, la semplicità. Il sapersi mettere in gioco, senza dare importanza alle apparenze, al giudizio altrui. Di rado si trovano uomini di questo genere. Per me non è importante il suo conto in banca, la sua posizione sociale. Credo nell’amore, e potrei tranquillamente innamorarmi di un semplice operaio.” Dopo un paio di secondi, abbassando il tono, chiese:
“Stai con qualcuno?”
“No, no.”
“Era per far combaciare le cose.”
“Altra domanda. Cosa pensi della famiglia.”
“Bene. Scrivi. Adoro i bambini, ne vorrei almeno un paio, ma solo quando sarà il momento giusto. So della responsabilità che questo comporta. Devono contare su una solida famiglia, dove i genitori collaborano alla serenità dei figli. Non importa il denaro, ma è vitale creare un clima di dialogo e rispetto, dove possano crescere senza traumi, o paure.” Attese che finisse di scrivere.
“Bisogna arrivare a questo passo con al proprio fianco una persona che condivida questo approccio, altrimenti è inutile. I figli non sono un premio, qualcosa che si sceglie per noia, o per darsi un tono. Purtroppo nel mio ambiente, questa è la mentalità dominante.” La sentì ridacchiare, dare dello scemo a qualcuno.
“Stai bene, che c’è?” Chiese, e rientrò in cucina per sfuggire all’afa già insopportabile.
“No niente, è Carmelo.”
“Carmelo? Ma che è, il cane?”
“No scemo.” Abbassò ancora di più la voce. “È un uomo.”
“Prima mi hai detto che non stavi con nessuno.”
“Infatti, è uno che passava.”
“Praticamente un taxi.”

Lei scoppiò a ridere; gli diede dello scemo, sempre amabilmente. Dopo un po’ formulò un’altra domanda.
“Non pensi che i mass media oggi offrano della donna un’immagine avvilente, da oca giuliva?”
“Vediamo, scrivi.” Aprì il frigorifero, prese una bottiglia di birra, lo chiuse e si diresse verso il lavello. “È vero. Per questo ho detto no a un mucchio di offerte che mi avrebbero garantito soldi, e visibilità, ma svilito le mie qualità, garantendomi un successo effimero.”
“Davvero ho fatto questo? E quando? Ma tu mi nascondi le cose?” Chiese Sabrina.
“Naturalmente, no.” Recuperò da un cassetto l’apri-bottiglie, stappò la birra e ne bevve un sorso.
Spiegò:
“Serve a creare il personaggio. La giovane attrice che si distingue, che cresce, che cerca di emergere, ma in maniera differente dalle altre.”
“Adesso ho capito.” Disse.
Altra questione:
“Ti piace leggere? Qual è l’ultimo libro che hai trovato indimenticabile?”
“Sabrina, cosa hai letto di recente? A parte i copioni, intendo.”
“Mah, con tutto quello che ho da fare, non ho molto tempo per leggere.”
“D’accordo. Scrivi allora. Di recente ho adorato “Le notte bianche” di Dostoevskij.”
“Come si scrive?”
“Lascia perdere. Di recente ho adorato “La morte di Ivan Ilich” di Lev Tolstoj.”
“E si scrive come?”
“Lascia stare. Di recente ho adorato “Una storia semplice” di Sciascia. In poche pagine, l’autore tratteggia tutta la forza devastante del potere criminale di Cosa nostra.”
“Cos’è?”
A quella domanda Luca stava ingollando un sorso di birra, e per poco non si strozzò.
“La mafia.” Disse.
“Uh, grande! Che genio che sei! Non sarà pericoloso? Non rischio di espormi troppo?”
“Cosa vai a pensare. Non ti metterei mai in pericolo. Ci sono altre domande?” Si asciugò la bocca, e versò il resto della birra in un bicchiere. Con quello in mano, tornò a sedere sul terrazzo.
“Con quale regista ti piacerebbe girare. Qui però ho risposto io.” Annunciò.
“Sentiamo.”
“Adoro le commedie di Neri Parenti. Per me sarebbe un enorme privilegio…”
“Ferma, ferma, ferma.” La interruppe Luca. “Stai per girare un film con Pupi Avati, e ti metti a lodare un altro regista, che fa pure film di cassetta? Cancella tutto. La risposta giusta a questa domanda è citare un regista morto. Fammi riflettere. Ci sono.” Annunciò infine, con uno schiocco di dita. “Scrivi. Tra poche settimane inizierò le riprese del nuovo film di Pupi Avati, e sono conscia del valore di una simile opportunità. Quando mi è stato chiesto di sottopormi ai provini, mi pareva di toccare il cielo con un dito. Non puoi immaginare cosa ho provato quando la parte mi è stata assegnata. Trovo in lui, la stessa sensibilità di un altro grande regista scomparso, Pietro Germi. Ho adorato “Divorzio all’italiana”, e mi ha commossa “Il ferroviere”. Lavorare con Avati, un regista dallo stesso sguardo semplice, fresco, come Germi, è il coronamento di un grande sogno.”
“Ce ne sarebbero ancora un paio.” Annunciò Sabrina.
“Andiamo avanti allora.”
“Qual è il valore per te più importante.”
“Che mi dici?” Chiese Luca.
“Mah, guarda, a me questa faccenda dei valori fa sempre venire un po’ d’ansia, perché non sai mai cosa rispondere.”
“Va bene. Scrivi. Il rispetto. Il rispetto di me in quanto donna, e quello per gli altri, per il loro lavoro. Mi muovo nel mondo dello spettacolo da poco, ma scopro una passione, una professionalità tali, da spingermi a migliorare, a studiare, a non accontentarmi dei piccoli traguardi raggiunti. L’esempio degli altri è la molla che mi ha permesso di tenere duro, di rifiutare certe scorciatoie per rischiare un cammino più difficile. Ma che mi sta già regalando enormi soddisfazioni.”
“Questa è l’ultima.” Annunciò. “Accetteresti di posare per un calendario?”
“Accetteresti?”
“Di corsa. Non puoi trovarmene uno da fare? Danno un mucchio di soldi.”
“Magari il prossimo anno, quando ci sarà il lancio del film e potrebbe essere utile accostare a questo, un servizio fotografico di qualità.”
“Ecco, bravo, non mi piacciono le cose volgari. A questi, che gli dico?”
“Scrivi. Mai dire mai, ma vorrei trovare qualcuno dietro la macchina fotografica, che riesca a coniugare ricerca espressiva, e arte.”
“Bello!” Interruppe lei. “Ma capiranno? Cioè, è abbastanza chiaro?”
“Lasciami finire. Per adesso, è più urgente dimostrare il mio talento. Certe giovani attrici utilizzano la strada del calendario per far parlare di sé. Io voglio essere apprezzata per per le emozioni che trasmetto. Non sono solo un corpo.”

La conversazione terminò dopo pochi istanti. Luca chiuse gli occhi, si passò una mano sui capelli biondi, un po’ spettinati, e posò il bicchiere di birra per terra. Quando li riaprì, Inga era appoggiata allo stipite della porta-finestra, e sorrideva.
“Hai la faccia stanchissima, cosa ti succede? Stai bene?” Quel suo tono gutturale, che cercava di sopire parlando lentamente, scandendo le parole, lo rilassava.

Non rispose subito. Disse:
“I biglietti aerei li abbiamo acquistati, vero?
“Ho fatto una verificazione col computer, ad agosto saremo in Svezia, e poi nel Vasterbotten per completare l’acquisto dell’ostello.” Gli si avvicinò: “Da quel momento in poi sarà difficile tornare indietro, ripensarci. Vivere nel Vasterbotten non è semplice, soprattutto d’inverno. Per me non c’è problema. I miei nonni ci hanno sempre vissuto, e io ci ho passato un mucchio di tempo.” Fece una pausa:
“Lassù, ci sono quattro inverni, non uno come qui. Dobbiamo pensarci bene, prima di compiere ogni passo. Soprattutto tu.”
“Inga,” le prese una mano, pallida, lunga, la accostò alla guancia. “Abbiamo 35 anni, e queste cose se non le facciamo adesso, non le faremo mai più. Mi sto rompendo la testa cercando di imparare lo svedese. Di sicuro, sono stanco. Non ho più voglia di vivere così, di fornire idee e pensieri a gente che non sa cosa pensare. Voglio finirla. Finirla.” Concluse con un soffio.

Lei si chinò, con una mano sistemò una ciocca che cadeva sugli occhi, lo baciò: “Preparo il caffè.”

Rientrò in casa, abbassando la maglia che mostrava la pancia, la schiena. In strada qualcuno gridava, un altro suonava il clacson. Luca disse:
“Qui mancano solo le clave. Firmate Armani però.” E terminò la birra.

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12 pensieri riguardo “L’intervista – Nuovo racconto di Marco Freccero

    1. Per prima cosa grazie (anche se è bene non montarsi la testa).
      Correggerei “queste donne” con “una minoranza di donne” che certi media tendono ad amplificare in maniera idiota.

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  1. Divertente, ironico, solo leggermente maschilista, un po’ fallocrate, se proprio vogliamo precisare; insomma non tutte le donne sono uguali, ma anche gli uomini sono di vario tipo, il bello sta proprio nella possibilità di completarsi a vicenda, non credi?

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