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La lista – Nuovo racconto di Marco Freccero

Il quinto racconto breve: La lista.

Buona lettura.


Uno di fronte all’altro, separati da una larga scrivania trasparente; sul ripiano in ordine, telefono, computer, pratiche varie, portapenne, e penne sparpagliate. Un telefonino, spento, una cornice d’argento che racchiude una donna bionda, tra due bambini di pochi anni, e dietro costoro, uno scivolo, dei giochi; forse è un parco pubblico, forse si tratta del giardino di una villa.

La luce entra da un’alta finestra che si apre sul parcheggio interno dell’azienda, occupato dalle autovetture dei dipendenti, in tutto una quarantina.

Sulla strada, oltre il muro e la bassa recinzione di metallo, la motrice di un camion ha una specie di sussulto, dopo la frenata. L’autista apre la portiera, scende, indossa i guanti, chiude a chiave l’abitacolo, e si sposta verso il fondo della bisarca, per iniziare le operazioni di discesa delle automobili. Ma nessuno dei due uomini nell’ufficio bada a quello; i rumori arrivano attutiti attraverso lo spesso vetro incrostato di polvere, e chi sta dietro la scrivania, dà le spalle a cosa accade là fuori, e non vede nulla.

Ci sono i capannoni, che accolgono autosaloni e officine, e la flotta di furgoni del vicino deposito dei farmaci, in attesa di partire. Lo sfasciacarrozze con la sua vasta raccolta di carcasse, e una vecchia casa di inizio Novecento, col tetto in ardesia, in parte disabitata, e le finestre che paiono osservare, con un disagio un po’ comico, un paesaggio tanto cambiato.

Infine, chi siede dietro la scrivania, parla.

“Per prima cosa, questa è una conversazione confidenziale. Di quello che diremo, non deve uscire nulla da qui. Nemmeno tua moglie deve esserne a conoscenza. E nemmeno la mia.” Sorride, e attende che sul volto lungo, pallido del suo interlocutore, appaia qualcosa di simile.

Quindi, prosegue, rimboccandosi le maniche della camicia azzurra. Mostra braccia forti e abbronzate: “Ho bisogno che tu mi faccia una lista delle persone che possono essere licenziate. Quelli che cercano di scansare il lavoro, e devi sempre stargli addosso. Poi gli scapoli, e quelli sposati ma senza figli.”

Chi ascolta piega in avanti il busto, è sui trent’anni, capelli lunghi, scuri, indossa un camice bianco, immacolato; forse perché è lunedì, il ticchettio dell’orologio a muro indica le dieci e trenta, oppure le sue mansioni gli permettono di non sporcarsi.
“Non capisco.” Mormora, ma è tutto chiarissimo; sgrana gli occhi, li punta sul volto che gli sta dinanzi. Il capo non si cura di quella frase, si limita a un sospiro, e lo osserva, un po’ divertito, serrando le labbra sottili.
“Perché proprio io?” Gli chiede infine.
“Francesco, tu sei il responsabile del personale.”
“Queste cose non competono a me.”
“Come no?” E ride. Poggia le mani sul piano della scrivania: “Sei tu che segui da vicino i lavoratori, che li osservi, che pianifichi ferie e permessi. Sei al loro fianco ogni giorno. Chi meglio di te può sapere certe cose?”
“E che vuol dire?”

Ha un gesto di stizza, poi sposta lo sguardo attorno, sulle pareti dell’ufficio di un tenue azzurro. Gli immancabili vasi di ficus agli angoli.
“Non puoi chiedermi di partecipare a questa faccenda.” Insiste.
“E tu non puoi offendere la mia, e la tua intelligenza. Il responsabile del personale sa chi brilla di luce propria, e chi invece vive di luce riflessa. Sia chiaro, di molti so bene come si comportano. Però ho bisogno del tuo contributo.”
“Cosa sta succedendo? Avete intenzione di chiudere? Di delocalizzare?”
“No.” Risponde sicuro; e aggiunge: “Alla tua prima domanda rispondo no. Alla seconda: non nell’immediato, almeno. Se accadrà, sarà per le produzioni più semplici. Però se vogliamo cercare di essere qui anche tra due anni, dobbiamo liberarci adesso dei pesi morti. In un secondo momento, con enorme dolore, sarà forse necessario scegliere tra quelli capaci chi è intoccabile, e chi a causa delle sue condizioni familiari, può essere toccato. Benché capace.”
“Tutti in Albania.”
“Come ti ho detto, non è un processo che si metterà in moto nell’immediato, e non riguarderà tutta l’azienda.”

Francesco si fa serio, ma il capo continua a parlare: “Inoltre, non è detto che si arriverà davvero al licenziamento.”
“Nessuno merita di essere licenziato.” Dichiara d’un tratto Francesco.
“Stai dicendo delle cazzate.” Sbotta.
D’un tratto, la porta si apre con un suono metallico, ed entra una giovane ragazza bionda, capelli corti, occhiali dalla montatura rossa: “Dottore, ci sono queste pratiche che…”
“Signorina, credevo che per entrare in un ufficio occorresse bussare. Ma questo probabilmente, si faceva nel secolo scorso.”

La ragazza impallidisce violentemente, si ferma di botto a poca distanza dalla scrivania; balbetta: “Mi scusi, davvero. È che me ne ero scordata.” Indietreggia, con una mano pare cercare la porta, dietro di sé, per ritirarsi.
“Senta, mi dia queste cavolo di pratiche.” Si alza di scatto spingendo indietro la poltrona, lei si avvicina alla scrivania di un passo, mormora ancora: “Scusi, scusi”; gliele strappa di mano, e la congeda senza nemmeno guardarla. Prima che la porta si richiuda, si sente la voce di una donna che chiama il nome della ragazza, con un tono rabbioso.

I due uomini rimasti soli, si guardano: basterà attendere che trascorra il periodo di prova, una manciata di giorni ancora, per liquidarla.
“Torniamo a noi.” Annuncia il capo, con ancora un’ombra di irritazione nella voce. Un’occhiata alle pratiche, che finiscono alla sua sinistra; poggia le braccia sulla scrivania, chiude le mani a pugno. Lascia però trascorrere qualche secondo, sfiamma l’ira che quell’intrusione ha innescato.
“Se per caso non ti è chiaro, qui si sta cercando di salvare il culo a quelli che se lo meritano. Se hai la responsabilità di un’azienda, e devi proteggerla, cosa è meglio: liberarsi dei pesi morti, oppure restare tutti assieme, per un malinteso senso di giustizia, e colare a picco?”
“Non è questo il punto.” Balbetta Francesco.
“Dimmi tu qual è il punto, allora.” Colpisce il piano con entrambe le mani; la fede all’anulare produce un suono secco, tanto da indurlo a osservare per pochi secondi la superficie, verificare che non sia scheggiata.
Francesco prova a spiegare, e si passa la lingua sulle labbra: “Tanto per cominciare, per lo stato civile e cose così, l’azienda ha tutti i documenti per sapere chi è sposato, e chi no.”
“L’azienda non sa se la moglie di qualcuno è incinta, o è stata licenziata. Tu sì, probabilmente. Si parla, si chiacchiera in mensa.”

Francesco si sfrega le tempie con energia; chiude gli occhi, crolla il capo, li riapre. “Non è detto. E poi, nessuno merita il licenziamento.” Dichiara, e torna a fissare gli occhi sul volto pallido del suo capo.
“Questo lo hai già detto, e sai bene che non è vero. Devi fare il lavoro per cui sei pagato ogni mese. Per cui sei stato assunto. Oneri, e onori. Per una volta che ti si chiede un onere, non puoi tirarti indietro.”
“Mi stai chiedendo di puntare una pistola alla nuca di gente che conosco.”
“No. È a titolo puramente teorico. Una serie di informazioni che potremo utilizzare in futuro, ma forse no. E alla fine, la responsabilità sarà solo mia. La faccia, la firma in fondo a ogni provvedimento sarà sempre la mia. Tu non sarai mai coinvolto, tirato in ballo.”
“Se è tutto campato in aria, come dici, non c’è ragione di star qui a discutere.”
Il capo prende il telefonino in mano, con uno scatto improvviso, irritato; lo posa. Sbuffa, si sfrega la nuca, il collo tozzo: “Nessuno può prevedere cosa accadrà tra sei mesi, tra tre mesi. Si naviga a vista. E se salta fuori qualche pericolo, un imprevisto, dobbiamo essere rapidi a reagire per evitare il naufragio. Ma li leggi i giornali, ogni tanto?” Interrompe il discorso, poi gira la poltrona sino a vedere cosa accade sulla strada, alle sue spalle. La bisarca ha scaricato un paio di autovetture tedesche, e una terza, proprio in quel momento viene messa in moto.
“Irlanda, poi Portogallo, di nuovo Irlanda. Non ci si capisce un cazzo. Non dico che chi fa l’operaio sia fortunato, un privilegiato. No. Però ogni tanto voi, che prendete lo stipendio, dovreste cercare di capire che chi ha la responsabilità di un’azienda, deve saper prevedere come evolverà la situazione. E prendere dei provvedimenti dolorosi. Come licenziare.” Torna a voltarsi verso il suo interlocutore.
“Parliamoci chiaro.” Prosegue. “Credi che non sappia che alcuni fanno i furbi, rubacchiano, si fanno i cazzi loro? In un’azienda, è fisiologico assumere degli stronzi. Non sei infallibile. Anche loro devono pur vivere. Se gira male, te ne devi liberare. Però, “abbassa la voce,”ho bisogno di confrontare idee e sospetti, con te. E poi.”

Appoggia la schiena alla poltrona, le mani pelose sui braccioli, si dondola per qualche istante; lo fissa, e prosegue: “Se tu mi dici che nessuno merita di essere licenziato, che sono tutti bravi, significa che non sei un bravo responsabile del personale. E mi seccherebbe assai.”

Francesco strizza gli occhi scuri, si schiarisce la voce: “Avete intenzione di chiudere, o no?”
“No. Di riorganizzare il lavoro, sì. Per questo avremo bisogno di meno personale. Come vedi,” e le braccia sono di nuovo sulla scrivania, “mi sto spingendo a svelarti iniziative che saranno attuati tra qualche mese, forse. Anche per questo motivo il nostro colloquio è confidenziale.”
“Forse.” Ripete Francesco, e alza le spalle; infila le mani nelle tasche del camice. Abbassa il capo, per riflettere. Infine dice: “E i sindacati.”
“Ma sì certo.” Alza le mani, sbuffa: “Se dovremo agire, faremo tutto a norma di legge. In Italia ormai, anche per scopare tua moglie devi prima darle un preavviso di otto ore, o i sindacati si incazzano.”

Bussano alla porta, ma stavolta a varcare la soglia dopo il consueto “Avanti”, non è la ragazza di prima, ma la segretaria personale del capo, bionda, una robusta e bella donna con un volto dagli zigomi sporgenti, occhi chiari, e la carnagione soda e colorita. Si avvicina, si china, parla sottovoce, indica qualcosa su una serie di fogli, a cui il capo, cinquantenne, il volto largo e liscio, risponde annuendo. La congeda con un sorriso frettoloso, e lei esce dall’ufficio, a passi lenti, su tacchi che percuotono il pavimento con un tono imperioso. Lascia un profumo dolce e tenue nell’ambiente, che Francesco, senza badarci troppo, aspira.
“Entro quanto tempo devo preparare questa lista?” Domanda, fissando il pavimento.
“Deve essere redatta con cura, dato che andremo a incidere sulla vita delle persone.”
“Una settimana?” Propone Francesco, con un fil di voce.
“No, facciamo dieci giorni. La fretta è una cattiva consigliera. E poi, se le cose invece dovessero mettersi meglio, non ne faremo niente.”
“E io non sarò in alcun modo coinvolto. Ne siamo certi? Se salta fuori che ho fatto la spia?”
“Francesco, quale spia? Chi ha la responsabilità del personale non si limita solo a indicare chi merita i premi di produzione. Ma deve anche segnalare le pecore nere. È il tuo lavoro. Mi rendo conto,” prosegue dopo una pausa, e sgrana gli occhi tondi, “che non è facile. Con alcuni si creano dei rapporti che vanno al di là del lavoro.”
“Prima inizierete con i furbi?
“Certo. Per come la vedo io, ci fermeremo a quelli. Potremmo farcela senza andare oltre. Tuttavia, se il motore non si rimette in moto, se gli Stati Uniti non ricominciano a correre come prima, saremo costretti a licenziare qualcun altro. Quello sì.”

Francesco annuisce, mormora: “D’accordo.”
Il capo gli porge la mano, il responsabile del personale quasi trasecola, non si aspettava quella mossa; un po’ impacciato mette la propria nella sua.
Il capo dice: “Questa fedeltà non sarà dimenticata. Nel momento del bisogno, sarà tenuta nella giusta considerazione.”

Dopo dieci giorni, in quell’ufficio c’è una pratica, di tre fogli, su cui sono scritti i nomi di alcune persone. Il capo, da solo, legge, di tanto in tanto annuisce, e aggiunge una croce accanto ad alcuni nomi. Infine posa la penna, si stira le braccia, volta la poltrona per gettare uno sguardo fuori, dove non accade niente di particolare. Qualche autovettura transita. Un furgone sta varcando la soglia del magazzino dove scaricherà il materiale ordinato. Un paio di altri furgoni, però refrigerati, lascia il deposito che consegna i farmaci, e velocemente si spostano in direzione del centro città.

A un certo punto, torna a voltarsi verso la scrivania, prende la penna, e aggiunge un nome e un cognome: quelli del responsabile del personale. È sposato, ma senza figli; accanto mette una croce. E un punto interrogativo.


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Raccontastorie

6 pensieri riguardo “La lista – Nuovo racconto di Marco Freccero

  1. Bello, come o forse più degli altri, da leggere tutto d’un fiato, un corto da guardare con l’attesa di un finale a sorpresa… che sapientemente ha l’amaro in bocca!

  2. Ben sintetizzata in poche righe la miseria umana, oppure ciò che provoca la paura e l’incapacità di vivere, in Italia questa realtà così diffusa; penso che tu abbia fatto centro a far riflettere con un semplice racconto!

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