Pubblicato in: letteratura straniera

I pavoni di Flannery O’Connor

Ho iniziato la lettura de “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor (la casa editrice è Minimum Fax).
Dopo la prefazione di Christian Raimo, il primo capitolo è dedicato al re degli uccelli: il pavone. Mi sono domandato: cosa diavolo vuol dire?

La scrittrice statunitense allevava questi animali, ma dedicare a loro così tanto spazio, mi sembra eccessivo. Siccome però ho letto qualcosa di lei, conosco la sua mano, la sua scrittura. Ho cercato di andare oltre l’ovvio, di scovare una risposta decente; dal basso della mia esperienza.

Forse qualcuno potrebbe obiettare che se occorre sforzarsi, se è indispensabile immergersi, l’autore ha sbagliato se non tutto, tanto. La lettura deve essere comprensibile, semplice, senza alcuna difficoltà; spesso è questo che si legge in giro, giusto?
Ma il capitolo sui pavoni risponde perfettamente a queste caratteristiche.

Allora, ho pensato che forse occorreva davvero scendere in profondità. E immaginare che la scrittrice, anche se parlava di bipedi che fanno la ruota, desiderava per prima cosa condividere qualcosa. La sua passione, certo. Il suo piccolo mondo, da qualche parte nello stato della Georgia, si capisce.

Definire la cornice dove lei era nata, vissuta, e dove si muovevano i suoi personaggi. Una realtà distante dalle strade dove corre la Storia, i suoi carrozzoni, le sue folle plaudenti e prive di nome, di identità.
O’Connor gira drasticamente le spalle a tutto questo, e parla dei suoi pavoni. Una specie di sfida, fatta di fiori, animali, persone che osservano perplessi o stupiti questi volatili.

Ecco: probabilmente sbaglio (visto anche l’ora in cui mi trovo a pestare la tastiera); ma già in questo capitolo troviamo l’idea di letteratura di Flannery O’Connor. Qualcosa che sorprende, che ti prende alla sprovvista, che puoi anche liquidare con un’alzata di spalle; ma che scaglia la sua sfida.

La letteratura quello è, forse. Una sfida. Pochi la raccolgono, molti si limitano a ignorarla.

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