Pubblicato in: letteratura straniera

Nel territorio del diavolo – Considerazioni finali

Ho concluso la lettura del libro di Flannery O’Connor, e posso dire: “Sì, adesso ricordo tutto. Di nuovo”.
Almeno sino al 2009 non ho più scritto nulla, e letto poco; più o meno per cinque anni ho vissuto in quella condizione. Ho lavorato come operaio, nel tentativo di togliermi dalla testa ogni fisima a proposito di libri e affini.

Nel titolo del post c’è scritto “Considerazioni finali”, e allora cercherò di scriverle.

Sì, è da leggere. “Scrivere zen” mi è piaciuto, ma il libro della O’Connor mi sembra essere un gradino più in alto. La scrittrice mostra a chi gioca con le parole, quale sia la posta in gioco. Non ci sono trucchi, dritte, consigli per scrivere meglio; e questo è un bene. In fondo da qualunque parte ci si giri, si trova sempre qualcosa o meglio qualcuno con un consiglio per vendere, diventare ricchi, incantare il pubblico.

A dire il vero c’è un consiglio. Quello di imparare a osservare; per riuscirci, l’ideale sarebbe scattare foto; dipingere. Oppure, sedersi da qualche parte e appunto: osservare ciò che ci circonda.

La grammatica si può imparare. Si può migliorare la propria cultura: se si legge Zola, Dickens o Tolstoj si diventa senza dubbio delle persone almeno interessanti.
Però.

Scrivere narrativa non è tanto questione di dire le cose, quanto piuttosto di mostrarle.

C’è troppo rumore, troppa facilità, e nessuno sguardo. A un certo punto O’Connor invita a fissare proprio lo sguardo, senza timore, sulla realtà, sulle persone.
Non dissipa i dubbi: sarò compreso dal lettore medio? Come devo comportarmi con questa strana entità? La scrittrice invita (invita, non è un ordine ovviamente), ad accettare con serenità il rischio di non essere affatto compresi.

Dai critici (l’ultimo capitolo rimanda a una polemica innescata dalla rivista Life che chiedeva agli scrittori qualcosa di americano, invece delle solite storie tristi), a chi sta vicino allo scrittore (l’episodio della zia che non comprende il racconto della O’Connor, preferendo la trasposizione televisiva, è emblematico).

Una posizione scomoda, ma che a ben vedere è nella natura dello scrittore. Chi scrive, credente o no (O’Connor era cattolica), deve scegliere, avere il coraggio di decidere di misurarsi con l’arte, oppure no. Una posizione fondamentalista? O folle?
Non so, ma non credo.

Come mi pare di avere già indicato in un post precedente, si è allergici all’arte perché società e media desiderano questo. Se si considera l’arte qualcosa per pochi eletti (e perdigiorno), si accetta con più facilità la corruzione; la meschinità; i compromessi; gli abusi di potere e i politici incapaci.

L’arte impone di puntare all’eccellenza, niente di meno. Non ci si può accontentare, scegliere il quieto vivere, badare ai fatti propri. Lo scarto che si produce, le conseguenze che si ottengono possono essere clamorose; per questo NON si parla quasi mai di arte. È rivoluzionaria. Il conformismo è nell’interesse di troppi.

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Raccontastorie

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