Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Se vuoi risultati la speranza non basta

In questi ultimi tempi, è un fiorire di discussioni, preambolo a grandi speranze: con il libro elettronico, e le piattaforme di self-publishing, tutto andrà per il meglio. La letteratura dilagherà, saremo travolti da un mare di storie.
Ormai, pubblicare è diventato talmente semplice (oltre a essere gratis), che è bene tirare il freno a mano, e riflettere.

Anche perché se non si fa, nessun problema: la bolla esploderà. Già posso prevedere che entro la fine dell’anno si inizieranno a leggere analisi dotte su: “Il libro elettronico? Fuffa” e: “Gli editori lo avevano detto: l’ebook non è la rivoluzione”, e ancora: “L’editore? Non morirà mai”.
Non è la bolla della new economy, che anni fa seppellì tante aziende del Web, al termine di un’esuberanza irrazionale (dove qualunque cosa .com era destinata a far guadagnare milioni di Dollari). Da un po’ mi sono reso conto che se sbarchi su Amazon, e qualcuno acquista (da novembre a oggi, i miei poveri racconti vendono più o meno una copia al giorno), non vuol dire nulla. Sei dentro un oceano con poco meno di 800.000 titoli: auguri (grazie!).
Niente riscontri, (a dire il vero, mi ha scritto una ragazza, le erano piaciuti), niente di niente. Ci sono i fenomeni, certo. Quelli (americani), che vendono a carrettate (e poi firmano con l’editore perché dopotutto, non è così cattivo). Ma per due, tre, anche 5 eccezioni, c’è una marea di “regolari” che non arriveranno mai da nessuna parte.
Si sono rotte le dighe, e l’abbondanza di offerta, di storie e parole deve (no, non deve, però sarebbe meglio accadesse), indurci a ragionare. A quale scopo tutta questa produzione? Possibili risposte: soddisfare il proprio ego; dimostrare al proprio insegnante/professore/vicino di casa che siamo riusciti a combinare qualcosa di straordinario. Guadagnare soldi a palate (ri-auguri).
Tutto qui?

L’arte al centro

Non lo so, o meglio: una risposta ce l’ho. Solo in questi ultimi mesi ho ripreso ad affrontare certi temi, che avevo messo da parte.
Forse bisogna tornare a ragionare di arte; o se ragionare è troppo impegnativo, a tendere all’arte. Troppo ambizioso? In fondo stiamo parlando di libri, vale a dire di conti, bilanci, stipendi da pagare, fornitori, tasse e imposte, l’intera filiera che va dall’editor, al libraio di Sassello o Campitello di Fassa (se a Campitello c’è una libreria, non ricordo).
Perché dietro c’è un mondo che ha bisogno di soldi; altrimenti si chiude. A parere mio, o si torna a parlare di “bene” quando ci si riferisce al libro, oppure boh! Non se ne esce: si torna sempre a chiacchierare di quanto è bravo quello, e guarda che cosa si è inventato questo. La parola o torna a incidere, a dividere, o stiamo facendo solo gossip, e per di più senza ricavarci nulla (a parte alimentare il nostro ego).
Se invece si tende all’arte, si fa come chi decide di scalare l’Everest; cambia la propria dieta. Inizia ad allenarsi. Scala prima le vette a portata di mano e forse, un giorno riuscirà nella sua impresa. Ma anche se fallirà: diavolo, aveva un obiettivo grande, meraviglioso. Non c’è riuscito ma almeno non si è accontentato dei soliti obiettivi.

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Raccontastorie

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