Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

La bussola dello scrittore esordiente: la descrizione dei personaggi

Non è una grande scoperta me ne rendo conto: ma la letteratura cambia eccome e lo fa seguendo (accompagnando?) la società. Basta leggere un dialogo di Dickens, e uno di Cormac McCarthy per capirlo.

Un altro sistema molto empirico è quello a proposito delle descrizioni dei personaggi. Tolstoj ci tiene a presentarci un certo principe, un nobile, e lo fa non solo indugiando sull’aspetto fisico, ma anche sul vestito che indossa.

Quando al contrario si prende un mano una serie di racconti, o un romanzo dei nostri tempi ci si rende conto che l’autore non ha speso il suo tempo per spiegarci nel dettaglio il tipo di giacca che indossa Roberto. O Victor.

Nei romanzi dei russi dell’Ottocento, questo modo di scrivere funzionava; infatti li chiamano classici anche per questo. Naturalmente so che molti li trovano cervellotici, intollerabili proprio per le descrizioni di cui sono pieni. Però si trattava di fotografie di quella società, e allora si scriveva così.

Adesso? Spesso si termina la lettura di un racconto senza sapere molto dell’aspetto fisico dei personaggi. Il che è un po’ paradossale; nell’era dell’immagine, dove i mezzi di comunicazione spingono a giudicare gli individui dal modo di pettinarsi, vestirsi e via discorrendo, la letteratura si spoglia dell’apparenza.

Tolstoj o Dostoevskji non sono grandi perché si attardavano a descrivere la contessa o la sorella dello studente; lo erano nonostante questo. L’errore in cui precipita l’esordiente è di avvitarsi nell’elenco delle caratteristiche fisiche del protagonista; e poi anche del suo vestito. Come se solo quello gli garantisse la patente di scrittore.

Questo è il rifugio di chi non ha personaggi di carne, ossa e sangue; ma fantasmi. Zombie che ci si illude di rendere vivi caricandoli di maglie, soprabiti, e via discorrendo.
Non è una sfilata di moda: stai provando a fare narrativa, ricordi? Qualcosa (credo valga la pena di ricordarselo), che dia del tu all’arte.

Per quel poco che posso dire io: nei miei racconti non mi sono mai posto il problema di quali abiti indossasse Ettore o Luca. Anche l’aspetto fisico cerco di liquidarlo. Il racconto nasce da un’immagine: il personaggio è impegnato a fare qualcosa che porterà a delle conseguenze. Che sia in maglia o camicia è un dettaglio che forse affronterò, forse no. Non mi ci arrovello.

La storia deve essere efficace, interessante, di valore. Perciò i personaggi possono anche essere gobbi strabici, zoppi, e girare nudi.

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Autore:

Raccontastorie

4 pensieri riguardo “La bussola dello scrittore esordiente: la descrizione dei personaggi

  1. E poi ci sono certe situazioni in cui ‘vedere’ la camicia di un personaggio può essere utile alla suggestione del lettore, alla sua partecipazione.
    Senza entrare troppo nel dettaglio, a volte è bello sapere che la nostra eroina ha i capelli lunghi legati in una coda che le accarezza le spalle.
    L’abito può caratterizzare il personaggio.
    Insomma, anche qui serve misura.

    1. Se fossi l’avvocato del diavolo chiederei: cos’è la misura? Non saprei rispondere. Però credo che con molte letture, e tanto impiego si possa arrivare a capirlo. Se poi c’è un altro modo, francamente lo ignoro.

  2. Per me dipende dal tipo di storia che stau scrivendo. In un racconto breve non perdi tempo in queste descrizioni, lasci fare all’immaginazione. In un romanzo secondo me devi trovare il modo di mostrare al lettore le caratteristiche fisiche e il modo di vestire dei personaggi.

    1. Credo che ci sia molta verità in quello che dici. A volte il “formato” della storia impone certe scelte. Il problema nasce quando l’autore non sceglie; vale a dire allunga il brodo, si perde in descrizioni che non preparano a nulla, ma sono solo il tentativo di coprire un vuoto di idee spaventoso. Può essere il risultato di una mancanza di idee, o di talento. Di certo l’impegno, la lettura, lo studio della scrittura altrui aiuta a evitare alcuni errori. Il problema è che a leggere, a “studiare”, siamo rimasti in pochi.

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