Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto – Raymond Carver /17

Poi ho detto qualcosa io. (…) Metti che niente di tutto il resto fosse mai successo. Capisci cosa voglio dire? Dove saremmo allora?, gli ho detto.

In inglese:

 Then I said something. (…) Say none of the other had ever happened. You know what I mean? Then what? I said.

È Edna che riprende le redini del discorso. Qualunque sia il nostro “lavoro” (vale a dire: racconto o romanzo), non bisogna dimenticare che deve essere all’insegna dell’efficacia, del valore. Del realismo.

I personaggi saranno anche “di carta”, ma hanno una dignità che va rispettata. Per questo ragione quando si scrive occorre sempre ricordare che non sono marionette. E che non si può giocare col lettore ingannandolo o proponendogli situazioni o persone incredibili. Edna sta cercando di immaginare come sarebbe la sua vita, la loro vita, se tutto quello che hanno alle spalle, di doloroso, non si fosse mai verificato. Una specie di gioco.

Forse sarà anche stupido, o rappresenta piuttosto un bisogno naturale della persona di voltarsi indietro, e immaginare uno sviluppo diverso della propria vita. È una caratteristica di Edna che abbiamo già visto all’opera nei brani precedenti. È la donna che scommette, osa, non si arrende ai fatti. Una certa coerenza nei personaggi, è fondamentale. Non esiste un ingrediente più importante dell’altro, ma un po’ tutti, nella giusta misura, partecipano a rendere il personaggio, di carne e di sangue.

Wes ha puntato gli occhi su di me. (…) Non ho più quel genere di immaginazione. Siamo nati per essere quello che siamo. Capisci cosa ti sto dicendo?

Wes fixed his eyes on me. (…) I don’t have that kind of supposing left in me. We were born who we are. Don’t you see what I’m saying?

Molto interessante, vero? Ancora una volta Wes è più “pratico”, non si lascia andare alla nostalgia, al come avemmo potuto essere. È una persona concreta, abituata a guardare ai fatti. Punta gli occhi sulla moglie, e ci vede il proprio passato, tutt’altro che glorioso.

Non ho più quel genere di immaginazione.

Un’affermazione che sembra “leggera”, ma che è sufficiente a rivelare cosa è successo nella vita di quest’uomo. Ce l’aveva; ma gli eventi sono stati tali da fargliela perdere. Forse è un po’ come la fede che una sera, ubriaco, ha gettato nel pescheto. Se dopo quel gesto ci sono stati dei momenti sereni, non significa nulla. Quello che è stato, rimane e non possiamo mutarlo. Anzi ci cambia. E poi:

Siamo nati per essere quello che siamo.

Le esperienze quotidiane ci rendono così, dice Wes. Nasciamo, e dopo un po’ ecco Wes, nella casa di Chef, con la moglie, e assieme provano a ricominciare qualcosa. Forse sembrava che si volesse ricominciare qualcosa. Oppure, passata la tempesta, si cerca di rimettersi in piedi e con quel poco che è rimasto (o meglio, quel poco che siamo, che siamo diventati), di nuovo ci rimettiamo assieme, e vediamo un po come va a finire.

Gli ho detto che non avevo buttato via una buona occasione e viaggiato per seicento miglia per venire a sentire discorsi del genere.

I said I hadn’t thrown away a good thing and come six hundred miles to hear him to talk like this.

Edna torna a parlare. Stava con un uomo: una buona occasione. L’ha mollato, per sentire certe cose? Anche qui mi pare che siano all’opera di ben distinte personalità. Quella di Wes, senza sogni e senza illusioni, che guarda a quel poco che possiede ancora senza troppe speranze.
E quella di Edna, che scommette tutto sé stessa, e che ci crede ancora. Al futuro, alla speranza e non ha voglia di sentire certi discorsi.

Lui ha detto: Mi dispiace ma non posso mica parlare come qualcuno che non sono. (…) Se fossi un’altra persona, non sarei io. Ma sono quello che sono. Non lo capisci?

He said: I’m sorry, but I can’t talk like somebody I’m not. (…) If I was I’m not somebody else, I’m wouldn’t be me. But I’m who I am. Don’t you see?

C’è una specie di rivendicazione di Wes. Sembra dire: Ehi, sono questo. Non posso essere un altro. È inutile parlarne, recriminare: Sono quello che sono. E poi quel:

Non lo capisci?

C’è poco da fare, dice Wes. Sono questo, prendere o lasciare. Siamo adulti, abbiamo alle spalle un bel po’ di esperienza, due figli che forse nemmeno gliene importa di noi due. E poi un mucchio di guai e di alcol. Questo siamo. Questo sono. Non lo capisci?

Le frasi sono secche, semplici, non ci sono grandi verità sulla vita e l’universo. Marito e moglie parlano. Non c’è nulla di banale, a parte l’apparenza, ma questa è costruita a tavolino, voluta. Se spostiamo questa scena in una casa di Mosca, dove si muovevano con agio i personaggi di Tolstoj, un discorso del genere sarebbe privo di senso. E non solo perché Tolstoj è dell’Ottocento e Carver del Novecento. E poi le guerre, le rivoluzioni, l’atomica e la rivoluzione informatica e la conquista della Luna.

È un mondo diverso che ha imparato ad abbandonare le lussuose dimore moscovite, e se ne è andato in giro alla scoperta delle piccole vite che si svolgono in case in affitto. Dove marito e moglie si guardano e nonostante liti e macerie, cercano di fare un po’ di cammino assieme. Almeno per un po’.


Come scrivere un racconto – Raymond Carver /16

Come scrivere un racconto – Raymond Carver/18

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Autore:

Raccontastorie

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