Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto – Raymond Carver /20

(…) Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo subito.

(…) We have to do something now and do it quick.

In modo discreto, è la moglie Edna che riprende in mano la situazione. La celeberrima capacità delle donne di arrivare al sodo, di agire, in questo racconto ricorre eccome. Vero è che a volte emerge il desiderio (assurdo), che le cose appaiano differenti da come sono. Ma questo non fa altro che rendere più vero il personaggio. Il “realismo” è questo, e viene di solito snobbato, oppure reso in malo modo. L’intero racconto è una perfetta lezione sul realismo: perciò da leggere e rileggere.

Tesoro, ho detto. Wes, stammi bene a sentire.

In inglese:

Hon, I said. Wes, listen to me.

È Edna che parla. Il racconto sta per terminare. In poche pagine abbiamo conosciuto questa coppia che si rimette assieme, riflette sul proprio passato, cerca un’oasi dove ricominciare. Ma l’oasi è la casa di Chef e quando questi deve ridarla alla propria figlia, si innescano nuove riflessioni sul passato. Sul presente. La “crisi” (dover lasciare la casa) costringe entrambi e guardare la realtà negli occhi.

Che vuoi?, ha chiesto lui. È stata l’unica cosa che ha detto.

What do you want?, he said. But that’s all he said.

Nelle lezioni precedenti ho cercato di spiegare come sia utile evitare di scendere nel particolare. Spesso l’atteggiamento del personaggio, il suo dramma o la sua solitudine, risalta se gli si costruisce attorno una situazione, un ambiente, e poi si evita di scendere nel dettaglio. Lo si osserva attraverso i suoi gesti, i suoi tic. È superfluo descrivere il vestito che indossa, o l’arredamento della stanza. Al contrario, è necessario arrivare all’osso, e poi limare ancora. Badando a non limare “troppo” però.

Difficile? E dove sta scritto che deve essere facile?
Ma cos’è l’osso? Anche a questa domanda non è facile rispondere. Ogni storia, grande o piccola che sia, ha una sorta di “motore”. La sua efficienza è importante: se traina, smuove, allora trascina il lettore al termine della prima frase, poi della seconda, poi della terza… È un buon segno. Il motore rappresenta l’osso.

È inevitabile che a volte abbia delle difficoltà. E nessuno può dire quale sia questo motore, tranne chi scrive. Costui può ignorare il percorso, ma immagino che debba lavorare bene perché “canti” sufficientemente bene. Rileggere, riscrivere, sono le tappe per arrivare a offrire un motore elastico, efficiente, grintoso. Non potente (o almeno non solo quello), ma capace di portare il lettore in quello stato di nuova consapevolezza che lo accoglierà, al termine della lettura.

Semplificando parecchio: se in un film il protagonista armeggia al lavello, e alle sue spalle un’ombra gli si avvicina, non ho bisogno di altro per capire che qualcosa sta per accadere. E una volta accaduta, posso continuare a ignorare l’identità di quell’ombra per un bel pezzo. Eppure la mia “esperienza” di spettatore non ne viene certo scossa.

La descrizione può essere fatale; lo scrivo perché l’esordiente ama essere pignolo. Allora via con l’elenco: il colore dei capelli, degli occhi, il naso… Non sono questi elementi che rendono “reale” un personaggio. Il suo dramma. Però non esistono delle regole che si possano mandare a memoria. Dipende dalla cultura, dalla sensibilità, dal talento dell’autore, e purtroppo si tratta di elementi che o si possiedono, oppure si può cercare di assimilarli. Con un po’ di fortuna si arriva a risultati tutt’altro che disprezzabili.

Nel racconto di Carver, a questo punto c’è una sorta di “pausa”. I nostri protagonisti sono arrivati non a una svolta, ma a capire qualcosa di sé, della loro vita, che prima ignoravano. C’è stato un momento di crisi come abbiamo visto, quando Chef ha chiesto a Wes di abbandonare la casa. Questo ha innescato una serie di dialoghi e pensieri sul passato, i figli, quello che entrambi sono diventati, e che non potranno più essere. Questa pausa è gestita da Carver in maniera molto semplice.

Sembrava che ormai avesse preso una decisione. Avendola presa, però, non aveva fretta.

He seemed to have made up his mind. But, having made up his mind, he was in no hurry.

I giochi sono fatti ormai. Tutto è deciso, o forse gli eventi hanno fatto in modo che si arrivasse a questo punto. I personaggi paiono avere acquistato una serenità nuova: non è importante sapere che cosa accadrà loro tra due anni, o tra sei mesi. Saranno ancora assieme? Torneranno a separarsi?

Non ha detto più niente. Non c’era bisogno.

He didn’t say anything else.

Le parole, le discussioni non hanno più senso in questo momento. Si ritirano, prevale il silenzio, e riemergono loro: marito e moglie. Seduti su un divano di una casa che non appartiene loro, e che dovranno lasciare molto presto.
Spesso si accusa Carver di scrivere storie dove “non succede nulla”. C’è un buon lavoro su virgole, frasi, dialoghi, ma a parte questo, non c’è altro. Totale assenza di trama. Di “scopo”.

Per rispondere in maniera adeguata occorrerebbe che intervenisse qualcuno più qualificato di me.

Però la vita di ciascuno di noi è composta anche di… niente. Di attimi dove non succede nulla di considerevole, almeno agli occhi degli altri. Per noi però, non è affatto così. Emerge, da questa sorta di spazio vuoto, uno sguardo differente su ciò che siamo, e quello che facciamo. Che faremo.

Lo stesso accade in questo racconto, che sta per concludersi. Wes non dice nulla, non c’è bisogno che aggiunga alcunché. È di nuovo assieme alla moglie, il resto lo si vedrà quando accadrà. È inutile continuare a recriminare, a parlare del passato. Siamo qui, siamo vivi, proviamo almeno a percorrere questo pezzo di strada e per il resto si vedrà.


 

Come scrivere un racconto – Raymond Carver /19

Come scrivere un racconto – Raymond Carver/21 

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Come scrivere un racconto – Raymond Carver /20

    1. Credo che la critica de “Ma lì non succede nulla” arrivi anche da certo cinema e televisione tutto è grande, grosso e spesso esplode. Se poi uno legge Carver dice: “Boh!”.

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