Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto – Raymond Carver /21

L’ho chiamato tra me e me. (…) Poi l’ho chiamato di nuovo. Questa volta a voce alta. Wes, ho detto.

I said his name to myself. (…) Then I said it once more. This time I said it loud. Wes, I said.

Siamo alle ultime battute di questo racconto. C’è un’atmosfera di attesa, come se gli eventi, recenti oppure distanti, dovessero dare i loro frutti. Si stanno depositando su questi due esseri umani, e nessuno sa che cosa accadrà dopo. Ma cosa potrebbe accadere? Ricordiamoci che questa è l’America delle persone che si arrangiano, ed è un Paese distante mille miglia dall’esibizione muscolare cui ci ha abituati. E a cui spesso crediamo.

Benché sia una scena del tutto priva di azione, di grandi discorsi, è un quadro dove i suoi protagonisti, marito e moglie, ci sono eccome. È anche questa una bella lezione di scrittura: non si verifica nulla di importante, eppure la presenza di queste due persone è palpabile. Non fanno nulla. Se ne stanno lì a contemplare forse sé stessi, forse qualcosa che resta fuori dalla loro riflessione.

Ma poi perché riflettere? Parlare? A un certo punto ci sono così tante cose con cui fare i conti, che le parole possono essere persino superflue. Allora si resta seduti su un divano. Non c’è alcuna fretta, nessun appuntamento o dovere da rispettare. È sufficiente tirare il fiato, e poi una volta che si ha abbastanza forza, riprendere il cammino. Lasciandosi alle spalle quello che è stato, che era bello ma è durato poco.

Lui ha riaperto gli occhi. (…) Linda la Grassa, ha detto.

He opened his eyes. (…) Fat Linda, he said.

Solo un riferimento alla persona che ha “scatenato” lo sfratto dalla casa di Chef. In quelle parole non c’è nulla: “Linda la Grassa”. Basta. Sono appunto parole, prive di connotati quali odio, rancore. Servono solo a segnare le tappe di un percorso: l’affitto della casa grazie alla disponibilità dell’amico di Wes, Chef appunto; le giornata serene che marito e moglie ritrovano. Poi la notizia che se ne devono andare per lasciare quella casa a Linda la Grassa, il cui marito è scomparso.

È la vita che detta tempi e ritmi, sembra suggerire Carver. Qualunque tentativo si metta in campo per raddrizzare la situazione, esiste poi un elemento che interviene e scombina i piani. C’è la rabbia, la recriminazione. Infine la consapevolezza che quella forza non può essere arrestata o combattuta. Meglio forse (forse), lasciare che faccia il suo corso, perché è possibile che anche per noi verrà il momento giusto. Non quello della rivincita, del riscatto: quello è Hollywood. Ma della serenità. Della condivisione di un tempo finalmente senza più sbronze o liti.

Wes si è alzato e ha tirato le tende. Il mare è sparito, così, da un momento all’altro.

Wes got up and pulled the drapes and the ocean was gone just like that.

Sarò di parte, ma questa scena è geniale. Come diavolo riuscire a creare una cesura, un taglio netto che dica: “È finita”? La casa di Chef si affacciava sull’oceano, si vedevano gabbiani e la sua distesa immensa.

 

Wes si è alzato e ha tirato le tende.

 

Non c’è molto da aggiungere. È talmente semplice che (come buona parte della scrittura di Carver), esiste il rischio di non scorgere l’efficacia di questo gesto. Per questo è indispensabile leggere e rileggere i suoi racconti.
Ormai quelle settimane, quei giorni sono passati: diamoci un taglio e vediamo di andare avanti. Non importa verso cosa: questa casa non era la nostra, e il sogno è svanito.

Scrivere significa imparare a usare pause e gesti per mostrare al lettore un mutamento. “Mostrare” ho scritto, secondo la celeberrima lezione del “Show, don’t tell”. Se lo fai vedere, non devi anche spiegarlo. Se devi spiegarlo, probabilmente è poco chiaro anche a te che scrivi.

Ma per giungere a una tale capacità occorre passione, talento, e soprattutto far spazio al silenzio. Per questo la maggior parte degli esordienti infarciscono la pagina di un mucchio di dettagli, inutili nel 90% dei casi. Se non conosci la parola, ignori le persone, quando parli di loro in realtà ti riferisci a te stesso.

 

Sono andata in cucina a preparare la cena. Avevamo ancora un po’ di pesce in ghiacciaia. Non c’era molto altro. Stasera lo ripuliamo, ho pensato, e così sarà tutto finito.

I went in to start supper. We still had some fish in icebox. There wasn’t much else. We’ll clean it up tonight, I tought, and that will be the end of it.

 

È proprio finita. Il racconto “La casa di Chef” termina in questo modo. Abbiamo due gesti: quello di Wes che tira le tende per non vedere quel meraviglioso mare, la sua bellezza che in questo momento appare eccessiva. O forse, è necessario chiuderla al di fuori di noi per trovare la forza di andare avanti, in un altro modo. Perché distrae, ammalia, e invece c’è bisogno di lucidità, coraggio?

E quello di Edna, come sempre pratica (prepara la cena), e pure lei tira una riga su quell’esperienza assieme: ripulisce il pesce.

Incredibile vero, come la preparazione di un piatto possa avere anche un significato differente? Molti ridono e sghignazzano davanti a una tale banalità: è una storia sul niente, in fondo.

Due ex alcolizzati che si ritrovano in una casa di un altro ex alcolizzato per provare a combinare qualcosa di buono. Però dopo qualche settimana devono sloggiare. Parlano del passato, del presente. Infine lei prepara la cena, lui tira le tende.
Fine.

Per riuscire a costruire qualcosa di tanto semplice e reale, è necessaria una disciplina, una visione della vita, limpida e piena di passione. Per le persone e per le parole. Se non si capisce questo, non si scrive, e nemmeno si legge davvero.

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Raccontastorie

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