Spigoloso aguzzo e nemico

Pubblicato il 3 aprile 2012

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Più le cose si fanno complicate e nere, maggiore è la richiesta di leggerezza e di svago. È un modo piuttosto interessante di affrontare la realtà, o meglio per NON vederla più. Invece di capire, o almeno provarci, si preferisce o ignorarla, oppure chiedere che siano fornite all’esausto lettore (esausto perché non sembra, ma Farmville richiede impegno, come no) delle occasioni di svago.
Lo so, non c’è niente di male nel fare due salti ogni tanto in balera o discoteca che dir si voglia. E la lettura delle strisce di Cocco Bill, o Tex Willer possono essere davvero rilassanti.

Quello che è necessario di tanto in tanto non può diventare indispensabile. E certi campi devono essere lasciati sgombri da “colture” estranee. Il lettore non sa mai cosa vuole; crede di saperlo e lo chiede spesso a gran voce.
Ma sbaglia.

Naturalmente ha il diritto di scegliere, e di decidere cosa secondo lui, sia meglio. Però non credo che possa spingersi oltre, ed entrare nella stanza dello scrittore per dirgli cosa dovrebbe scrivere. O per pretendere qualcosa di meno cupo, o negativo.

È infatti il detentore della massima libertà, più di chi scrive. Entra in una libreria, e sceglie il best-seller, spesso quello di cui parlano tutti. Che bisogna aver letto. E scansa con facilità e gioia “Bartebly lo scrivano” o “Il sosia” perché roba troppo intellettuale.

Quello che sfugge a buona parte dei lettori è che chi scrive va proprio a caccia di tutto ciò che è buio e cupo. Non perché ami essere bastian contrario (anche se a volte…). Ma perché pure lì c’è della vita e probabilmente merita di essere raccontata.
Ci saranno sempre voci che tentano con maggiore o minore successo, di proclamare la gioia.

Nel Medioevo i principi avevano i giullari. Ai tempi dei Romani, il Carnevale avevo lo scopo di rovesciare l’ordine “naturale” e permettere al popolo, per un limitato periodo di tempo, di avere il potere. Adesso c’è l’ideologia dell’utile & dilettevole. Sta bene; però lo scrittore con un minimo di amore per la parola ci penserà due volte prima di unirsi al coro.

La mia idea è questa. Lo scrittore sa bene cosa desiderano i lettori: lui lo è, e spesso ha frequentato quei “luoghi letterari” da cui ora si tiene distante. Non perché voglia distinguersi. Ma perché sente che deve agire in quella maniera, che è un suo diritto, così come il lettore ha quello di ignorare la sua opera. Due diritti che si scontrano, offrono una marea di considerazioni, credo.

La prima: nessuno dei due può imporre all’altro la propria presenza. Questo mi pare talmente banale che non spenderò nemmeno due parole in più al riguardo.
La seconda: chi scrive ha più doveri di chi legge.

Il lettore per esempio può liquidare “Madame Bovary” dopo poche pagine. Sbadigliare di fronte a “Casa Desolata” di Charles Dickens (Anatema! Anatema su di voi se lo fate! Scusate, mi sono lasciato trascinare dal mio affetto per Charles).
O leggere in maniera frettolosa, senza prestare alcuna attenzione alla musicalità delle frasi.

I doveri di chi scrive non si esauriscono certo in una grammatica e sintassi come si deve; deve fare ben altro. Per esempio tendere all’arte, scrivere al meglio delle proprie possibilità. Andare a scovare dietro le forme amiche e rotonde tutto quello che è spigoloso, aguzzo e nemico. Dimostrare che le erbacce hanno una bellezza, una dignità, anche se tutto attorno sbraita “Non è vero! Sono erbacce!”.

Se si sceglie questo “campo di battaglia” ho una buona notizia. No, non credo affatto che consenso e successo si presenteranno sull’uscio di casa con pasticcini e fiori. Però sono quasi certo che l’autore avrà solo l’imbarazzo della scelta, e il suo talento avrà un mucchio di materiale da lavorare.

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