Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto /2 – Greenleaf di Flannery O’Connor

Quando la luna si appartò di nuovo, non rimase nulla, a indicare la presenza del toro, se non il ritmo del suo masticare ostinato. Poi, d’improvviso, un bagliore roseo inondò la finestra.

La luna che si nasconde, l’animale che continua a masticare. È notte nella fattoria della signora May quando accade questo evento, e proprio le ore notturne non sono scelte a caso. Certo, il toro gironzola meglio quando c’è il buio, e gli uomini (o le donne), riposano. Di giorno una sua fuga sarebbe segnalata subito, e subito sarebbe ricondotto nel suo recinto.

Una notte, quindi. Però qui abbiamo già un esempio di come un racconto possa offrire diversi livelli di lettura. Vale a dire: è notte, e basta, e questa parte del racconto può essere letta in questa maniera.

Oppure, è notte, ed è una notte che però abbraccia tutto e tutti, persino a mezzogiorno. Non si tratta cioè solo del ciclico rincorrersi della luce e del buio. Forse siamo in presenza di una notte diversa che ottenebra la capacità di comprensione del singolo, non gli fa scorgere nulla. Però lo disturba. Infatti cosa accade?

Poi, d’improvviso, un bagliore roseo inondò la finestra.

La signora May sente i rumori e accende la luce. Il maledetto toro si mangia la siepe. La sua roba. È nel suo terreno. Il suo mondo è disturbato, e naturalmente lei si sveglia. È una proprietaria coscienziosa, non ha il sonno pesante, ci tiene alla sua roba. Dorme, ma è sempre attenta anche quando ha gli occhi chiusi. Non è come certa gente che si gira dall’altra parte, e non se ne cura. Che vede e guarda solo quando c’è la luce: no. Lei vigila. Anche di notte, sta attenta affinché la sua proprietà non sia lasciata alla mercé del primo toro che passa.

Per quasi un minuto non vennero suoni, dall’interno, poi, mentre il toro rialzava la testa incoronata, una voce di donna, gutturale, come se parlasse a un cane, ordinò: “Ehi, tu, vattene via.” E dopo un attimo brontolò: “… sarà il toro bastardo di qualche negro.”

Non sappiamo niente della stanza, del suo arredamento. Niente dell’aspetto fisico di questa signora. Sappiamo solo che la sua voce è gutturale, e che il suo parlare è più simile a quello di chi è abituato a dare ordini. Infatti, ordina.

Comanda lei non solo in quella casa, ma fuori da essa. Un dettaglio che aiuta a comprendere meglio questa fase del racconto, ma se si ignora fa nulla, è che nel sud degli Stati Uniti c’erano i fittavoli assunti dal proprietario di una fattoria. La signora May non è una fittavola. Ci sono infiniti modi per presentare un personaggio, ma sin dall’inizio alcuni tratti del suo modo di vedere le cose, del suo modo di essere, devono essere ben chiari nella testa del lettore.

Se la signora May fosse stata una povera vedova che abitava una stamberga, probabilmente Flannery O’Connor non avrebbe scritto:

ordinò

ma qualcosa di diverso. Forse “gridò”, oppure le avrebbe fatto lanciare una scarpa per scacciare l’animale (col rischio di spaccare il vetro della finestra), e si sarebbe messa di nuovo a dormire. Ma non avrebbe mai usato il verbo ordinare.

Procediamo.
Non importa sapere se sotto il letto c’è il pitale, oppure se lo specchio sul comò è ovale o quadrato, oppure di quale materiale è costruito il pavimento della stanza della signora May. L’aspetto fisico di questa persona è irrilevante. Flannery O’Connor non ce la presenta, non ce la fa vedere (ancora). Ce la fa ascoltare, la lascia parlare e in quella manciata di parole che le escono dalla bocca, c’è tutto.

In una manciata di parole.

È abituata a comandare, è la padrona, lì. Di solito questo genere di persone sono persuase di avere qualcosa in più. Magari ce l’hanno effettivamente, più spesso si tratta di arroganza. Infatti la frase dopo conferma l’impressione che ne abbiamo appena ricavato.
È una donna che conclude in fretta. Non ha bisogno di conoscere i fatti, i dettagli. In parte perché siamo di notte, e nessuno ha voglia di indagare. Vuole dormire, giusto?

In parte perché forse non ha affatto bisogno di sapere cosa succede. Si tratta di una di quelle persone persuase di vivere in alto, di avere perciò la visione di tutto. Inutile perdersi in minuzie. Siccome sta in alto, è proprietaria, comanda, non c’è da perdere tempo con riflessioni o indagini. Più avanti, di questa donna sapremo altro (anche cosa veste in questo momento). Però è già tutto qui.

Nel racconto come ho già avuto modo di scrivere in passato, i cardini devono essere fissati con decisione. Anche se non si vedono (la signora May infatti noi la udiamo), devono svolgere bene il loro lavoro. Benché questa donna sia invisibile, noi già la conosciamo, il suo essere mostra peso, forza. Il personaggio è definito con chiarezza, il lettore ha già capito con chi ha a che fare.
Senza nemmeno sapere se i suoi occhi sono azzurri o scuri…

 

Come scrivere un racconto /3 – Greenleaf di Flannery O’Connor.

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Raccontastorie

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