Pubblicato in: editore di se stesso, letteratura straniera

Cosa fa funzionare un racconto?

Dice Flannery O’Connor:

 

Mi sono spesso chiesta cosa faccia funzionare e tenga insieme un racconto, e sono giunta alla conclusione che probabilmente si tratta di qualche azione, di qualche gesto particolare, dissimile da tutti gli altri, a segnalare dove pulsa il cuore del racconto.

 

In fondo questo si riallaccia a un mio post precedente dove parlavo di come rendere un racconto, una storia, una macchina funzionante. Quello che Flannery O’Connor suggerisce sposta la questione su un livello più alto, e non mi sorprende affatto.
Di solito, si legge per svagarsi. Non è un male sia chiaro, perché come si sa ciascuno può fare quello che desidera coi libri. Anche aeroplani di carta.

Però immagino che buona parte della narrativa esista e resista perché preferisce parlare di altro.

Si è convinti che lo scopo di un libro sia quello di risolvere un problema. Perciò basta armarsi di pazienza e andare fino in fondo per trovare la soluzione. Quello che si trova di solito nelle classifiche dei libri più venduti è più o meno di questo genere. Si tratta di libri risolutori. Il lettore arriva al termine della storia soddisfatto perché c’era un problema, e si è risolto. Ogni cosa è rientrata nella propria casella, e almeno lì sulla carta (o sullo schermo del lettore di ebook), va tutto per il meglio.

L’affermazione di zia Flannery è utile sia per chi legge, sia per chi prova a scrivere, e tenta di farlo in un certo modo. Per chi scrive, è la dimostrazione che no, non si tratta di riempire la pagina di parole, per raggiungere quella successiva.

È una costruzione che non solo esiste, è lì, occupa uno “spazio” nella libreria. Bensì vive e respira. E questa esistenza ha un senso e uno scopo che a volte si riassume in un’azione, in un gesto. Ogni virgola o punto e virgola, ogni parola, esiste per arrivare lì, in quel preciso punto, ove c’è un cuore che pulsa certo. Ma (mi permetto di aggiungere), svela.

 

Vorrei chiederti di non essere mai insolente con gli umili. E di non trattar mai male gli animali.

 

Non è Flannery O’Connor, bensì Halldór Laxness e il libro è “Gente Indipendente”. Oltre 600 pagine. Mica cotica.

Non escludo che un romanzo del genere possa avere più di un cuore; ma a volte questo è lì, chiaro e netto. Vivo. Non dice solo qualcosa di forte a proposito della storia che leggiamo, ma anche della visione dell’autore in quel momento (e a volte è un momento che dura tutta la vita, a volte invece cambia).

Tornando però al frammento di “Gente Indipendente”, è in quella frase che risuona il battito del cuore della storia. Forse non è un gesto particolare: o forse sì perché lo dice una vecchia, povera, che non ha conosciuto nient’altro che la povertà. E al nipote che lascia la casa, offre quella specie di raccomandazione:

 

Vorrei chiederti di non essere mai insolente con gli umili. E di non trattar mai male gli animali.

 

Lo fa con umiltà, usa il condizionale. Non impone niente benché sia vecchia e quindi possa avere il diritto di parlare anche in maniera imperiosa. Lascia la libertà di azione al nipote. Forse vede la propria vita fatta solo di rinunce, di dolore, eppure in maniera quasi sommessa offre il suo pensiero. Le direttive su cui un giovane dovrebbe impostare la sua vita. Perché lei sa che il mondo gira in una certa maniera, e ha applausi e gioia solo per i primi della classe.

Torniamo alla frase di Flannery O’Connor?

Prima ho scritto che la sua affermazione è utile anche per chi legge. Tanti anni di cattiva lettura (che vuol dire leggere male, leggere storie che consolano, che si guardano bene dal colpire davvero il lettore), producono una stortura in quanti acquistano libri. Costoro si avvicinano al racconto o al romanzo desiderosi di una conclusione vincente e chiara. E basta. Quando le loro aspettative vanno deluse, allora sono persuasi che chi scrive se la tiri. Sia un intellettuale.

La mia ideuzza è che una storia debba infiltrarsi, espandersi, e svelare a chi legge che sotto la superficie c’è ben altro.

Attenzione: una storia deve essere efficace, quindi il lettore quando posa i suoi occhi su quelle righe, deve attendersi almeno un buon italiano. I personaggi non stanno rantolando sotto il crollo delle idee, dei sentimenti (di chi scrive).
In fondo paga.

E dopo? È necessario che ci sia dell’altro? A mio parere, sì. Il valore che si materializza in un gesto e rende la storia forte, più forte. Come un’accelerazione che ci proietta non solo più avanti. Ma oltre l’ovvio in una dimensione che ci accoglie spesso deboli e disarmati. Perché abituati per anni a pensare che “è tutto qui”.
Spesso non arriva mai a questo livello. Interrompe la lettura prima. O se arriva in fondo, non ci trova nulla di interessante.

Se invece trova qualcosa, la sua esistenza potrebbe cambiare.

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Autore:

Raccontastorie

5 pensieri riguardo “Cosa fa funzionare un racconto?

  1. Il cuore che pulsa è essenziale. Per la storia e per chi scrive.

    E credo ci sia anche nella lettura ‘d’intrattenimento’, quella vera. Ci sono storie che sembrano solo ‘rilassarci’ ma se sono scritte anch’esse con il cuore è un rilassamento buono, che fa capire qualcosa.
    Penso a certi autori come Pennac: le sue storie sono all’apparenza leggere, sostenute da quella sua vena ironica e divertente (e sono letture che rilassano, che ‘svagano’) ma hanno contenuti sotterranei che spingono a pensare. Hanno anche loro un cuore che pulsa.

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    1. Certo. Penso anche a certi libri di Stephen King, quelli lontani dall’horror però. “Misery” è magnifico, “It” non è da meno; e quest’ultimo visto la mole, non si può certo definire una lettura di intrattenimento 😉

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  2. con Misery sfondi una porta aperta 😉
    pure con It. Ma Misery… e Dolores Claiborne!
    Da quando ho letto Dolores non posso passare l’aspirapolvere sul tappeto senza domandarmi se lei capirebbe come lo sto passando. E non parliamo di stendere le lenzuola.

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