Pubblicato in: buona scrittura

Come scrivere un racconto /7 – Greenleaf di Flannery O’Connor

“Signor Greenleaf,” disse la signora May, “rinchiuda quel toro stamattina, per prima cosa. (…)”

“Dove vuole che lo metta?” domandò il signor Greenleaf.

“Non m’importa dove lo mette,” replicò lei. Dovrebbe pur averlo un po’ di buonsenso. Lo metta dove non può scappare. Di chi è?”

Per un attimo, il signor Greenleaf parve esitare tra la parola e il silenzio. Studiò l’aria, alla propria sinistra.

“Dev’essere il toro di qualcuno,” sentenziò, dopo una lunga pausa.

Come si sa, o meglio come si dovrebbe sapere, il dialogo non deve servire per fornire al lettore delle informazioni. Speso l’esordiente ricorre a due metodi: o quello che definisco: “la lista della spesa”, dove s’incarta in una descrizione asfissiante su quello che il personaggio è, il lavoro che svolger e via discorrendo.

Oppure lo infarcisce di una serie di elementi che ai suoi occhi (e solo ai suoi occhi), aiuterebbero il lettore a farsi un’idea ben precisa della sua situazione.

Eppure basterebbe “ascoltare” i dialoghi delle persone per capire qualcosa. Non dico che si impari solo con l’ascolto, ma di certo aiuta parecchio. Dopo infatti è necessario pratica, studio e lettura; tuttavia l’impressione che si ricava da alcune letture di “autori” è che costoro non siano nemmeno in grado di porgere orecchio. La realtà per costoro è la loro realtà e ne fanno quello che vogliono. È così e se qualcuno la pensa in maniera diversa, peggio per loro.

È necessario saper cogliere. Però è necessaria l’umiltà, il silenzio, la pazienza; tutta roba che la maggiorana degli autori non pratica; per fortuna. Chi al contrario la praticherà, avrà meno concorrenza, anche scarso consenso: ma almeno produrrà roba reale. Viva. Zoppicante, affetta magari anche da tosse, però capace di muoversi, di respirare.

Siate semplici.

È un dialogo, quindi i personaggi devono… dialogare. Qui abbiamo poche battute tra la signora May e il signor Greenleaf, e si ha quasi l’impressione che la prima giganteggi. È il tipo di persona che non parla mai, ma direi sentenzia. E ordina. Lei (ho scordato di riportarlo nei post precedenti):

(…) si sporgeva dalla finestra della cucina: (…)

Il signor Greenleaf:

La sua statura era insignificante.

Anche il posto occupato, certi particolari anatomici hanno il loro peso, però ricordiamoci sempre che devono essere presentati, introdotti nel momento giusto. Quale sia è impossibile dirlo, come si sa: chi vuole scrivere deve ficcarsi in testa che il grosso del lavoro spetta a lui. È fondamentale leggere, anche leggere i consigli di scrittura degli scrittori, certo, perché almeno indicano la posta in gioco e sovente aiutano a distinguere le scorie, dal metallo prezioso.

Però è ridicolo aspettarsi qualcosa di più.

Ma torniamo ancora a questo dialogo. La risposta del signor Greenleaf è perfetta, ma dietro si riesce a vedere Flannery O’Connor? Non che sia lei quell’uomo,  bensì come un autrice (o un autore), sia capace di rendere uno scambio di battute su un toro, efficace.

“Dev’essere il toro di qualcuno” è una risposta scema. Una magnifica risposta scema, però se ci ricordiamo di quel verbo che abbiamo visto nel post precedente, con il quale si parlava proprio del signor Greenleaf:

Strisciava (…)

È sufficiente per avere dei dubbi sulla stupidità di quest’uomo. Forse lo è davvero, ed è scansafatiche, fannullone e incompetente. Però la battuta, e quel verbo, ancora una volta desiderano comunicare al lettore che le cose sono sempre un poco diverse da come appaiono.

L’obiezione adesso. Ma ogni volta che apro un libro devo andare a caccia di significati nascosti? Dietro un semplice verbo c’è una sorta di portale che vuole condurmi da un’altra parte?

A parer mio: dipende. La narrativa non è tutta uguale, come si intuisce. Ci sono storie e autori che scivolano via come acqua fresca, e guai a contestarli. Svolgono bene il loro mestiere.

Accanto a costoro, ci sono altri autori che scrivono storie un poco differenti. Ai miei occhi è evidente la qualità di un Ken Follett (“Mondo senza fine”), ma se prendo in mano “L’idiota” del buon Dostoevskij, sin dalle prime battute mi rendo conto che siamo da un’altra parte.

Troppo facile giocare così? D’accordo, allora prendiamo “Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy. Non è certo una narrativa di evasione e quando lo prendo in mano capisco con chi ho a che fare.

Altra obiezione: ma allora il semplice piacere della lettura deve essere bandito? O relegato solo a certi autori? Non lo credo affatto. Basta rileggersi  il dialogo tra la signora May e il signor Greenleaf per capirlo. Un autore non viene solo celebrato per le vendite, ma anche per quello che svela; certo, svelasse di meno forse venderebbe molto di più. Però egli sa che la storia ha una serie di doveri nei confronti dei lettori. Deve essere efficace, badare al sodo, e solo agendo in questa maniera sarà poi in grado di indicare che quello che si vede è solo quello che si vede. Dietro, c’è dell’altro.

Qui interviene la sensibilità del lettore. Può accostarsi a questo racconto di Flannery O’Connor e sbadigliare: “La storia di un toro che scappa? Un uomo che striscia? Ma che roba è? Le solite americanate celebrate dagli intellettuali!”.

Un altro lettore può leggerlo e trovarlo buono, niente di eccezionale ma buono perché scritto bene, con una buona caratterizzazione dei personaggi, dell’ambiente, dialoghi che funzionano, eccetera eccetera.

C’è un altro tipo di lettore, che a ogni gesto del personaggio vede quello che non c’è: prende un bastone? È un simbolo fallico! La donna arriva a casa e prepara la cena? È un maschilista! (Ma vive sola: che deve fare?).

In questo caso quanti si comportano in questo modo, leggono ma in realtà si rifiutano di mettersi in discussione. Entrano cioè nel mondo dello scrittore armati fino ai denti dei loro pregiudizi, delle loro idee, e cercano (e trovano) tutto ciò che può rafforzarli. Se non leggessero affatto sarebbe meglio, perché o si accetta di essere messi in discussione almeno un po’ dall’autore, o tanto vale leggere l’oroscopo.

Se leggi davvero, ti metti in discussione e metti da parte i tuoi pregiudizi, le tue idee, e ascolti un altro mondo. Se l’autore ha svolto un buon lavoro, alla fine hai meno pregiudizi, e le tue idee sono un poco diverse.

E infine c’è quel lettore (non sono molti) che capisce. Legge, prova piacere nella lettura della storia, ma scorge anche il livello sotterraneo, quello oltre le apparenze. Perché la realtà è fatta di “strati”, e l’essere umano è una creatura imprevedibile.

“Dev’essere il toro di qualcuno,” sentenziò, dopo una lunga pausa.

“Già, infatti”, replicò lei, e chiuse la bocca con un piccolo scatto preciso.

 

Anche nel chiudere la bocca la signora May fa qualcosa di preciso. Di impeccabile.

Flannery O’Connor moriva il 3 agosto del 1964.

Come scrivere un racconto /8 – Greenleaf di Flannery O’Connor

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Come scrivere un racconto /7 – Greenleaf di Flannery O’Connor

  1. “Dev’essere il toro di qualcuno” è una risposta stupenda.

    Flannery è morta troppo presto. Avrebbe detto molto altro. Oppure no… magari sapeva che aveva poco tempo e ha detto tutto ciò che poteva

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    1. Qui siamo nel campo delle ipotesi. Lavorava a un altro romanzo prima della morte, l’incipit è contenuto nella raccolta “Tutti i racconti” di Bompiani.
      Però non so se avrei voluto conoscerla…

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