Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto /8 – Greenleaf di Flannery O’Connor

(La signora May) Andò in sala da pranzo, dove i figli facevano la prima colazione e si sedette a capotavola, sull’orlo della sedia. Lei non faceva mai la prima colazione, ma restava sempre coi ragazzi, per curare che avessero tutto ciò che desideravano.

La signora May ha dei figli. Lei però non fa mai colazione, si siede a capotavola, sull’orlo della sedia, e bada che essi abbiano quello che serve loro. E racconta quello che è accaduto col toro e il signor Greenleaf. Come vedremo tra poco, non sono esattamente dei “ragazzi”, ma le madri nel sud, come in tutto il mondo, vedono i figli sempre come ragazzi, benché ormai abbiano come si dice, il loro posto nel mondo.
Superfluo aggiungere che non condividono né sono interessati a quanto accade alla loro fattoria.

Wesley continuò a leggere il giornale, piegato accanto al piatto, ma Scofield, di tanto in tanto, smetteva di mangiare e la guardava ridendo. (…) Erano diversi, diceva la signora May, come il giorno e la notte. (…) Scofield era un uomo d’affari e Wesley un intellettuale.

Una tipica scenetta familiare che però come sempre, spiega molto. Se queste tre persone invece di stare nella cucina di una fattoria, fossero in un bar, cosa cambierebbe? Poco o nulla. Non hanno niente di particolare da dire o condividere. La madre parla, ma potrebbe essere chiunque a farlo e non ci sarebbero dei risultati particolari. I figli ascoltano senza alcuna attenzione. Tre estranei accomunati da un tetto e un cognome, e basta. Tre mondi distanti. Quanto distanti?

Wesley, il figlio minore, aveva avuto una febbre reumatica a sette anni, e la signora May pensava che fosse colpa di quella febbre se era diventato intellettuale. Scofield (…) faceva l’assicuratore. (…) si occupava di quelle riservate alla gente di colore.

In ogni storia o racconto che sia, la narrazione a un certo punto si “allarga” e presenta alcuni personaggi che meglio delineano sia il protagonista, che l’ambiente. Noi siamo arrivati a questo punto. Sappiamo bene chi è la signora May, e chi è il signor Greenleaf. E i figli della prima sono senza speranza, agli occhi della donna. A proposito di quello che si occupa di assicurazioni, l’opinione della madre è netta:

Ma quale ragazza per bene sposerebbe un agente di assicurazioni negre?

Scofield non lo fa certo per combattere la separazione razziale, ma per un motivo molto pratico: si guadagna bene. Probabilmente è come la madre, ha lo stesso modo di pensare, però se un’idea tiene distante dal denaro, è sbagliata. È il perfetto americano: pratico. Sospetta che qualcuno lo possa considerare detestabile, e che qualcun altro lo definisca “un alfiere della civiltà”. Ha imparato che i soldi rendono eguali, perciò bianchi, gialli, rossi o neri non importa. Purché ci siano i bigliettoni, e pazienza se questo genera un’altra forma di discriminazione.

La signora May non è affatto contenta di lui, perché sa bene cosa pensa al riguardo:

“Io non mi sposerò finché tu non sarai morta e sepolta, e allora mi troverò una ragazza di campagna, grassa e perbene, (…) come la signora Greenleaf!”

Roba da far rizzare in testa i capelli. Tra poco Flannery O’Connor ci presenterà questa donna, e capiremo il motivo della sua reazione. Infatti:

E aveva deciso di cambiare testamento. (…) di modo che se i ragazzi si fossero sposati non avrebbero potuto lasciarla alle mogli.

Si parla della tenuta alla quale la donna dedica tutta se stessa, e il risultato di tanto impegno quotidiano è la totale indifferenza da parte dei figli. Intere giornate di lavoro per conservarla e affidarla ai figli, e questi cosa sanno dire? Niente, tranne che distruggere quello che lei ha costruito in anni e anni di resistenza contro tutto e tutti.
Però in questa pagina del racconto, possiamo trovare dell’altro. Sì, la solita dicotomia genitori/figli, con questi che guardano all’attività di quelli con distacco e noia.

La sgangherata scena della colazione mette in mostra tre persone con poco in comune; è un’inevitabile e non proprio piacevole occasione per stare insieme.  E poi?

Sembra che si sia arrivati a una specie di resa dei conti. Il racconto, la sua caratteristica più preziosa, non è affatto una storia. Ma un punto di rottura in quella storia. Ci sarà un prima e un dopo. Per questo tutto viene quasi passato in rassegna: certo per presentare protagonisti e ambiente al lettore. Questo mi pare ovvio.

Ci sono certi bambini molto curiosi (intelligenti), che non si accontentano di giocare: ma devono vedere come quel giocattolo funziona. E allora lo smontano (lo fanno a pezzi), per la disperazione dei genitori, che penseranno pure di avere a che fare con un piccolo teppista.

Un autore con una storia o ci gioca (e il lettore con lui); oppure la smonta. Flannery O’Connor fa parte della seconda categoria. Smonta quello che vede, che vedono tutti, per andare oltre, per spingere la comprensione della realtà al di là delle solite evidenze.

Qui abbiamo una donna circondata da gente incapace: il fattore, i figli, le difficoltà nella gestione di una tenuta, tori che scappano. Anche questa è una storia.

Oppure c’è sotto un altro significato, c’è per esempio un’America che finge di parlare di eguaglianza (quell’eguaglianza che si raggiunge col denaro), mentre in realtà prepara solo una differente forma di esclusione sociale. Ecco, questo già aiuta a vedere meglio, con una nitidezza superiore, potremmo quasi dire.
Ma il resto balzerà fuori nelle prossime settimane.

Come scrivere un racconto /9 – Greenleaf di Flannery O’Connor.

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Raccontastorie

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