Pubblicato in: buona scrittura

Come scrivere un racconto 9/ – Greenleaf di Flannery O’Connor

La signora Greenleaf era grossa e flaccida. Il cortile attorno alla sua casa pareva un immondezzaio e le sue cinque figlie erano sempre sudicie: perfino la più piccola fiutava tabacco.

 

La volta scorsa abbiamo accennato alla moglie del signor Greenleaf. È venuto dunque il momento di farci la conoscenza, e Flannery O’Connor ce la presenta in maniera sobria ed efficace. Poche parole, che però sono in grado di illustrarci alla perfezione come questa donna viva, come faccia vivere le sue cinque figlie.
Se la signora May sgobba dal mattino alla sera per tenere in ordine la tenuta, mentre i figli se ne infischiano; la moglie del suo fittavolo è una sorta di piaga. Perché:

 

Invece di tenere il giardino o di lavare i panni, la signora Greenleaf era tutta presa dalle “preghiere di purificazione”, come le chiamava. Ogni giorno ritagliava dai giornali gli articoli morbosi (…). Li portava nel bosco, scavava una buca e li seppelliva, poi vi si accucciava sopra e borbottava e mugolava per un’ora o giù di lì, agitando avanti e indietro le braccia mastodontiche, come se nuotasse.

 

La vedete? Riuscite a vedere la signora Greenleaf che nuota nel bosco? Non esiste niente di più assurdo, eppure non c’è immagine più forte. Lo sono anche le altre, un racconto non vive grazie a un’immagine; ma questa ci può essere utile.

Secondo Flannery, e non solo secondo lei a dire il vero, un racconto deve colpire, cioè essere efficace. Ma solo le cose concrete possono colpire una cosa altrettanto concreta come l’essere umano. D’accordo, come ci si riesce?

La risposta può essere nell’osservazione e nella conoscenza profonda dell’ambiente in cui si vive. Come si sa, Flannery O’Connor non ha mai viaggiato molto. La sua vita si è svolta in una fattoria della Georgia. In un mondo che già allora celebrava il viaggio come l’unico mezzo per conoscere (come adesso), lei di fatto se ne stava probabilmente sotto il portico della casa a osservare. Osservare vuol dire effettuare un’accurata opera di cernita, perché nulla è uguale, ma alcune cose hanno valore, altre ne hanno di meno, o non ne hanno affatto. In questo modo, si penetra nell’ambiente che ci sta attorno, sino a coglierne il cuore.

Non ho idea se questa signora Greenleaf sia davvero esistita, oppure se qualcuno un giorno si è presentato nella fattoria di Flannery e le ha raccontato di una stramba donna che si comportava in questa maniera. In fondo questo è del tutto irrilevante.

Ammettiamo che sia vissuta realmente. So che qualcuno potrebbe affermare che allora è indispensabile scrivere di ciò che si conosce, ma sarebbe in errore. Flannery usa la concretezza della vita per arrivare al mistero dell’essere umano. Quando viceversa si proclama che è sufficiente scrivere di quello che si vede o si conosce, si dichiara di non avere alcuna ambizione.
Di essere piatti come lo schermo della televisione.

Quando viceversa si usa la superficie per arrivare in profondità, allora la narrativa fa un salto in avanti, e spesso si trascina dietro il lettore che si abbandona a lei senza pregiudizi. Tutti ne abbiamo, è inutile farsi belli proclamando che non è vero. Di solito chi afferma il contrario è zeppo di pregiudizi. Io per esempio, sono immerso nei pregiudizi sino al collo. Però quando mi avvicino a un autore, so che devo superare una certa soglia e mettermi in discussione. Se ci riesco, probabilmente avrò meno idee balzane, oppure anche se continuerò ad averle, riuscirò ad apprezzare la bellezza di un autore, il suo impegno per consegnarmi un’opera d’arte.

Perché se un racconto o un romanzo non tenta almeno un po’ di dare del tu all’arte, non serve a nulla. Tanto vale spendere i soldi in sapone, anziché in libri.

Il tentativo di questo racconto di Flannery non è solo quello di descrivere una precisa tipologia di persona, piuttosto popolare negli Stati Uniti (e non solo lì). Vale a dire, una donna fanatica, che si sente assediata dal male e si rifugia nel bosco a pregare. Questo non è un trattato di sociologia, o antropologia o quello che volete voi. Sì, è pure possibile leggerlo in questo modo, si capisce.

Però bisogna sempre ricordarsi che un racconto è un racconto, e che ci sono due tipi di narrativa: quella che intrattiene, e quella che svela. Il lettore dovrebbe esserne a conoscenza (dovrebbe), e quindi avvicinarsi alla storia privo di pregiudizi. Che a volte sono: “Spero proprio di divertirmi, di rilassarmi”. Oppure: “Mi auguro di trovare una spietata critica all’imperialismo americano che sappia essere però arguta”.

In entrambi i casi, il lettore sbaglia. Nel primo, perché immagina che lo scopo della narrativa sia quello del clown: divertire, far passare un’oretta senza pensieri (perché, nel resto della settimana il lettore crede davvero di pensare?).
Nel secondo, il lettore entra nel mondo dell’autore con tutti i suoi pregiudizi ben fissati sulla schiena; e resterà deluso non perché l’autore ha fallito, oppure non è in grado di scrivere.

Ma perché manca della capacità più preziosa: quello di mettere in discussione le basi del suo essere. E non lo farà forse mai, perché questo significherebbe accettare che l’essere umano è un mistero, una sorta di mina vagante. In barba a condizioni, ambiente, titolo di studio. Non c’è solo un “sistema” brutto, sporco e cattivo che corrompe e sfigura. Soprattutto, c’è un individuo: imprevedibile.

 

Come scrivere un racconto /10 – Greenleaf di Flannery O’Connor.

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Autore:

Raccontastorie

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