Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto /11 – Greenleaf di Flannery O’Connor

La signora May aveva trasalito. Secondo lei la parola Gesù non doveva uscire di chiesa come certe altre parole non dovevano uscire dalla camera da letto. Era una buona cristiana e aveva un grande rispetto per la religione, quantunque, naturalmente, pensasse che non ci fosse niente di vero.

Ricordiamo che questa scena si svolge nel bosco, con la signora Greenleaf che si dondola avanti e indietro e grida: “Gesù”.
Ci sono certe cose, e le parole per definirle, che devono restare sempre nei loro ambiti, e mai superare i confini. Così si possono rispettare. Quando sconfinano, possono nascere dei problemi. Singolare che la signora May si consideri una buona cristiana, benché lei stessa sia persuasa che non ci sia niente di vero.

Per questo motivo si rivolge alla donna con un certo tono di voce.

“Che cosa le prende?” aveva domandato aspramente.

La signora Greenleaf non rispetta quello che sembra un tacito accordo concluso, forse con una vigorosa stretta di mano, tra il mondo e la signora May. Cioè: c’è questo affare che si chiama di solito Dio, e va bene, sia pure, se qualcuno ci vuol credere faccia pure. È persino possibile crederci senza crederci, e questa è una bella comodità perché aiuta a dare una parvenza di rispetto, e rende più forte la comunità. Però che resti chiuso all’interno della chiesa. Se esce da lì, si rompono i patti! Gli accordi!

“Mi ha rovinato la purificazione”, si era lagnata la signora Greenleaf, (…). “Oh, Gesù, trafiggimi il petto!” squittiva la signora Greenleaf. “Oh Gesù, trafiggimi il cuore!” Ed era caduta piatta nella polvere, poderosa collina umana, con le braccia e le gambe aperte, come per avvinghiare il mondo.

Non c’è bisogno di ricordare come nel cuore degli Stati Uniti esista un tipo di religiosità molto “particolare”. Flannery O’Connor lo conosceva molto bene, ci era immersa, l’aveva davanti agli occhi quasi ogni giorno. Qui però l’autrice non desidera solo mostrare una donna nel bosco mentre fa i suoi riti di purificazione. Anche questo, ma è soprattutto il suo modo per spiegare meglio la visione delle cose della signora May.

È una donna che sa: tutto o quasi. Però di questo abbiamo già scritto nei post precedenti, mentre adesso occorre comprendere come un personaggio viene presentato dal suo autore. Non ci sono tanti pensieri, o considerazioni. Per Flannery O’Connor accadono eventi, piccoli fatti, e questi mettono in luce tratti della personalità del protagonista. Alcuni di questi fatti sono un toro che di notte sotto la finestra della signora May, divora il verde.

Altri sono la moglie del fittavolo che grida, e vuole purificare il mondo (il mondo: non se stessa, la sua famiglia. L’intero globo terracqueo).

Fatti, non bla bla bla. Fatti, non sentimenti, aneliti del cuore o sospiri. Per Flannery una storia è composta di elementi concreti, grotteschi magari ma vivi e capaci di inquietare. Soprattutto in grado di stabilire una relazione con i personaggi, costringendoli a uscire dal loro mondo. I fatti “stanano” la signora May e così non solo riusciamo a conoscerla; ma scopriamo di lei pensieri, idee, opinioni. Si crea un rapporto nitido tra protagonista e quanto gli accade, sino a quando non si verifica l’evento che fa da spartiacque. Che svela qualcosa in più a proposito della realtà, e quindi del personaggio, perché sarà chiamato ad agire o reagire.

Un racconto o un romanzo non sono la fotocopia della realtà, almeno non quei racconti o quei romanzi che io considero degni di essere letti, e riletti. Sono qualcosa di più, una specie di interpretazione. Dostoevskij prende un episodio di cronaca nera, e scrive un romanzo (“Delitto e Castigo”), che non è affatto una piatta e interessante rappresentazione di un fatto. Di solito un autore quando prende un episodio dalla vita reale, lo fa perché percepisce in esso una frattura, una specie di spiraglio verso una dimensione differente.

La signora May si era sentita furiosa e inerme, (…) “Gesù avrebbe vergogna di lei”, aveva affermato, ritraendosi. “E le direbbe di alzarsi immediatamente e di andare a lavare i panni dei suoi bambini!” E si era voltata, allontanandosi il più in fretta possibile.

È talmente “eccessiva” la scena che le tocca vedere nel suo bosco, sul suo terreno, che alla fine si allontana il più in fretta possibile. Benché non ci sia niente di vero nella religione, la signora May la usa per rimproverare quella donna, e incitarla a fare il suo dovere.

Lei sa sempre cosa c’è da fare, lo ha sempre saputo e pure in un momento tanto particolare riesce a individuare come una donna dovrebbe comportarsi. Invece di star lì a purificare, dovrebbe combinare qualcosa di utile e concreto. Pensare ai figli. Come ha sempre fatto lei. La signora May sgobba dal mattino alla sera, tra incapaci e indifferenti (compresi i figli), ma lo fa perché vuole lasciare terreno e attività in buono stato.

Può essere utile sottolineare questo aspetto. L’affermazione della signora May suona familiare a un pubblico del sud degli Stati Uniti, dove la Bibbia viene letta con regolarità. C’è un episodio nel vangelo di Luca dove Gesù rimprovera Marta perché si occupa delle cose pratiche, mentre Maria se ne sta seduta ad ascoltare quello che il Cristo ha da dire, invece di aiutare la sorella.

Non è un caso che la signora May ripeta più o meno il concetto che sta alla base delle parole di Gesù, invitando la moglie del suo fittavolo a occuparsi delle cose che contano. Quelle pratiche, certo. Ma sia l’una che l’altra stanno sbagliando tutto, probabilmente…

Come scrivere un racconto /12 – Greenleaf di Flannery O’Connor

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Autore:

Raccontastorie

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