Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Raymond Carver e la pratica del non detto

È uno dei punti di forza della narrativa di Raymond Carver: il non detto. Mentre certi autori (esordienti) aggiungono, specificano, riempiono la pagina di parole perché altrimenti il lettore non ha tutti gli elementi (così pensano loro), il “non detto” è una delle pratiche più difficili.
L’idea che sta alla base del non detto è che “levare” non è solo consegnare al lettore qualcosa di essenziale. Anche, si capisce: si tratta però di un’operazione ancora più difficile di questa.

La colpa di Raymond Carver

Una delle “colpe” di Carver, che molti lettori non gli perdonano, è di svuotare la macchina del racconto consegnando a chi legge una specie di giocattolo rotto. Mancano cioè alcuni ingranaggi, o movente che dir si voglia. Quando infine si arriva alle ultime battute del racconto, si ha la sensazione di essere stati abilmente raggirati. Semplificando parecchio: dal punto di vista della forma niente da eccepire, però la sostanza si è dissolta. Ci sono dei fatti, sorprendenti, che creano disagio, lasciano sospesi, senza offrire nemmeno una possibilità di comprendere la ragione di certi comportamenti.
Sia chiaro: a volte Carver non piace perché… non piace. Oppure alcuni racconti non sono riusciti, e si leggono proprio quelli. Però non si deve credere che:

“A scrivere così sono capaci tutti”.

No.
È una tecnica difficile da padroneggiare, che richiede studio (cioè: letture), e poi tanta applicazione (vale a dire scrittura). Levare non si significa creare un vuoto, ma far sì che quel “non detto”, parli. Sia in grado di creare nel lettore quello smarrimento. Lo stupore di chi si trova davanti a qualcosa di bellissimo, e misterioso. Perché a mio parere, il “non detto” significa occultare, celare. Quindi, svelare.
Non si tratta di una contraddizione, anzi.

Distante dalla televisione

Come ho già scritto su questo blog, la nostra conoscenza della realtà si basa su quello che passa sullo schermo televisivo. Quel che è peggio è che certi autori esordienti scrivono con la medesima profondità della televisione, e poi si lamentano perché non trovano editori. Se insistono li troveranno, purtroppo.
Un autore con un briciolo di amore per la parola, sa bene che deve tenersi distante da certi mezzi, perché appiattiscono.
Per svelare la realtà, il mistero dell’uomo, ci sono infiniti modi, e ciascuno deve scegliere quello che preferisce, tenendo conto dei propri limiti. Uno di questo modi, è restituire sulla pagina le ombre, gli interrogativi, la doppiezza, l’ambiguità dei personaggi, che è poi quello della vita. Con che cosa avremo a che fare?
A prima vista, con una specie di spettacolo privo di ragione e motivazione, dove i personaggi agiscono senza scopo. Compiono delle azioni, oppure si interrogano senza mai arrivare a una conclusione, una svolta. Il finale appare monco, e scritto tanto per mettere il punto che chiuda la storia, e passare a quella successiva.

La realtà americana esplosa

Credo che Carver si sia reso conto che la realtà (almeno quella americana) era “esplosa”. Non ci sono più i personaggi di Tolstoj o Dostoevskij che si interrogavano sui grandi perché. Ci sono Harry, William, Anne, Sarah, e il loro problema è il lavoro. La bottiglia. Cavarsela, insomma. Scrivere di questa gente è diventato più difficile, perché sono piccoli esseri che si muovono in un orizzonte spoglio. E Carver ha fatto la sua scelta. Prima di tutto: rispetto. Anche se il personaggio è “insignificante”, è una vita.
Quindi, ha interpretato: si è avvicinato a queste vite e ha reso loro omaggio nel solo modo possibile. Scrivendone. Niente giudizi, e a quel punto anche cercare di capire, di mostrare il “motore” che spinge Harry a fare una certa cosa, era superfluo. Più urgente e importante per Carver, era celebrare comunque queste vite per ricordare a noi stessi che si tratta appunto di vite.
In questa realtà deflagrata, dove si porge attenzione solo ai grossi nomi, e il resto è spazzatura, il lavoro di riscoperta e di celebrazione di queste “vituzze” portato avanti da Carver è stato, a mio parere, prezioso.
Il “non detto”, il levare, ci riconduce all’essenza dell’essere umano, alla sua unicità. Carver ha tolto i detriti dell’esplosione e ci ha mostrato l’uomo.

 

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Raymond Carver e la pratica del non detto

  1. Un bellissimo articolo positivo su Carver! E la conclusione è davvero folgorante!
    Il “non detto” è un’arte difficile, sono d’accordo: richiede equilibrio. Non dire troppe cose rende un testo incomprensibile, ma dirle tutte toglie gran parte della magia che c’è nella narrativa.

    Aggiungo un link a questo tuo post nel mio sull’argomento, se per te non è un problema. I punti di vista diversi sono sempre importanti!

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