Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto /20 – Greenleaf di Flannery O’Connor

Restò a casa tutto il pomeriggio, aspettando che i Greenleaf venissero  prendere il toro. Ma non vennero.

Non c’è da essere sorpresi. Questi Greenleaf sono come le cavallette, ecco la verità. Inoltre, la signora May è rimasta ad attenderli inutilmente: segno questo che avrebbe potuto (o dovuto?) sbrigare delle altre faccende nella sua fattoria. Lei è sola, e le tocca attendere i comodi altrui, che sono talmente comodi da non farsi nemmeno vedere.

Vogliono sfruttarmi fino all’osso.

Questo è quello che pensa la signora May. Tutto va in una precisa direzione, non c’è verso di far cambiare le cose, o che la gente impari a “stare al mondo”, come si dice. È al centro di un mondo dove chi lavora “sul serio”, senza aiuti governativi, viene derisa e sfruttata.

A cena, ripeté la storia a beneficio dei figli, (…)
“Non vogliono il toro… Passami il burro… (…) Vi piace la trovata? Io sono la vittima. Sono sempre stata la vittima.
“Passa il burro alla vittima,” disse Wesley.

Siamo a tavola all’ora di cena. La signora May ha alle spalle una giornata campale. Aver avuto a che fare, anche se in modo indiretto, con i Greenleaf l’ha spossata. E parla con i due figli, si sfoga. Li ragguaglia su quello che è accaduto. È una normale scena familiare in una casa americana.

Flannery O’Connor imposta la scena (un po’ lunga), con pochi dettagli. Uno di questi l’ho lasciato fuori, e riguarda proprio Wesley che tornando dall’università ha bucato. Per questo è di un umore più bizzarro del solito.
È lui che inizia a parlare in un certo modo:

“Passa il burro alla vittima,” disse Wesley.

Ricordiamo sempre che uno dei doveri di un autore è essere onesto. Per questa ragione non bisogna mai strizzare l’occhio al lettore, alludere, preparare la scena, far capire che “Ci siamo! Sta per accadere qualcosa”. Si introduce una semplice cena in una casa, basta.
Poche parole brutali, non è necessario specificare il tono, il movimento delle labbra, il volto, oppure se Wesley fa un gesto, muove le spalle, no, niente del genere. Entra in scena il fratello:

Scofield passò il burro ed esclamò: “Mamma, non ti vergogni ad ammazzare un povero toro (…) E non è un miracolo, che con una madre come te sia venuto su così bene?”
“Ma mio caro, tu non sei suo figlio,” disse Wesley.
La signora May si appoggiò allo schienale, con la punta delle dita sull’orlo del tavolo.

Sono due uomini, da un pezzo non sono più ragazzini; simili discorsi potrebbero trovar asilo sulle labbra di gente molto più giovane di costoro. Eppure si comportano come ospiti maleducati in casa d’altri. Già abbiamo imparato a conoscerli un poco: non importa loro un accidente di tori e fattorie. Mangiano, bevono e dormono in quella casa, ma non fanno altro. Un ospite sarebbe migliore di loro. Si tratta di due persone vuote, che aspettano la morte della loro madre per vendere la fattoria, e trovarsi qualcuna che faccia le veci di lei.

Sono il modello perfetto di un’America dentro il sogno americano che però non ci crede più. La “brutta” signora May, che detesta i negri probabilmente, adora le forme e le formalità, rispetta Dio senza crederci, è migliore di questi due estranei. Che sono suoi figli, ma nei fatti si dimostrano non molto diversi da due vagabondi qualunque.

Perché la signora May nonostante tutto fa qualcosa per gli altri, per l’avvenire. I due figli se ne infischiano beatamente. Tanto non c’è nulla per cui valga la pena agire, perciò scelgono lavori semplici. Uno fa l’intellettuale e insegna, l’altro vende polizze.

Quando la stuzzicavano, parlavano alla Greenleaf, (…)
“Voglio dire,” rispose Wesley, “che nessuno di noi due è suo figlio.” Ma si fermò di botto (…). La signora May, furiosa, si alzò e corse fuori dalla stanza.
“Oh, per l’amor di Dio,” ringhiò Wesley, “perché l’hai punzecchiata?”
“Io?” ribatté Scofield. Ma sei stato tu, a punzecchiarla.”
“Ah”.

Due ragazzini avrebbero forse più profondità di costoro. Però subito dopo:

La faccia simpatica di suo fratello era cambiata, e tra i due si notava una sgradevole aria di famiglia. “Un miserabile impiastro come te non fa pena a nessuno,” scattò Scofield, e allungò la mano sopra la tavola, afferrandolo per lo sparato della camicia.

Se quello che li tiene uniti si ritira (la madre); quando il bersaglio delle loro cattiverie viene meno, cosa accade? Si scatena tra loro due la rabbia, la rivalità. Il gesto di allungare la mano, un fratello che afferra l’altro, è improvviso, brutale proprio perché in fondo tutta la scena coglie di sorpresa il lettore. Costui legge (“vede”) e assiste impotente alla deflagrazione. E il motore viene messo in moto in modo del tutto casuale, vero? Siamo partiti con una cena, la signora May che parla di quanto è accaduto nella sua giornata lavorativi. E dopo pochi minuti siamo a lei che si ritira in camera da letto. Ancora pochi istanti, e i fratelli vengono alle mani.

Non si urla, al massimo si ringhia. Punti esclamativi? Insulti? Violenza? Niente di tutto questo.
La signora May è l’unico elemento di ordine in un quadro familiare deteriorato, pronto a esplodere. Non c’è più molta umanità in questa casa, e solo questa donna pare in grado di mostrarne ancora un po’.

Come scrivere un racconto /21 – Greenleaf di Flannery O’Connor.

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Raccontastorie

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