Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Come scrivere un racconto /25 – Greenleaf di Flannery O’ Connor

Di lì a qualche minuto, qualcosa emerse dalla linea degli alberi, un’ombra nera e pesante, che scosse la testa alcune volte, poi balzò in avanti.

Con la lettura di questa frase, il lettore gira la pagina e si rende conto che il racconto sta arrivando alla conclusione. Ogni scrittore con un poco di ambizione sa che è un momento importante (per il lettore). A mio parere, tra romanzo e racconto c’è una bella differenza. Il finale del primo può essere qualcosa di parziale, una specie di mattone di un edificio più grande.

Ho sempre pensato che “Delitto e castigo” ha un finale come ci si aspetta, perché Dostoevskij doveva scriverlo in quel modo. Raskolnikov confessa, viene spedito in Siberia, scopre il cristianesimo (o lo riscopre); per Dostoevskij quello era solo l’abbozzo di una riflessione che avrebbe ripreso, sviluppato in altri romanzi. Lì, non poteva che chiuderlo in quella maniera, per poi riprendere il discorso nelle opere seguenti. Discorso che poi, ovviamente, viene troncato dalla morte, ma questo non ha niente a che vedere con quello che desidero dire.

Qui abbiamo invece un racconto che sta per terminare. Un’ombra nera e pesante emerge dalla linea degli alberi. È il toro, questo mi pare ovvio.

Dopo un attimo, la signora May riconobbe il toro.

Non ci sono dubbi. Dopo aver girato tra la vegetazione del bosco, l’animale torna nella radura.

Attraversava il pascolo galoppando senza premura, alla sua volta, con passo allegro, quasi ancheggiante, come se fosse felice di ritrovarla. La signora May guardò dietro di lui, (…) ma non vide nessuno.

Cerca il signor Greenleaf perché spari all’animale. È sola invece. Qui è importante, a mio parere, ricordare dove si trova la donna. È accanto all’automobile, e il toro ha già dimostrato in passato una furia distruttiva nei confronti dei mezzi meccanici. Là era un camion, qui c’è una macchina, e una donna sola. Siccome è una bestia, non va molto per il sottile. Però questo mostra che un autore ha cura per le piccole cose.

Mette qui una cosa, una sciocchezzuola in apparenza, ma se il lettore ha un po’ d’occhio, se ne ricorda perché dopo qualche pagina ne trova la ragione. Non sempre succede (che ci si accorga di questi elementi, o che l’autore sia sempre bravo: Raymond Chandler si dimenticò di un morto). Quando però accade capisci di avere a che fare con un talento fuori dall’ordinario.

Si voltò e vide il toro avventarsi contro di lei, a testa bassa. Rimase perfettamente immobile, non per paura, ma per un’incredulità raggelante.

Bisogna sempre ricordare il lavoro svolto dai traduttori. A mio parere, questa è una parte praticamente perfetta, e se ne può gustare la qualità non solo perché Flannery O’Connor conosceva il suo lavoro. Ma perché la traduzione permette di godersi i dettagli. È sempre una questione di dettagli, non è vero? Per esempio:

un’incredulità raggelante.

Anche se non siamo stati (ancora) caricati da un toro, ci è capitato almeno una volta nella vita di trovarci in una situazione del genere. Incapaci di reagire. Immobili, stupefatti; come se fossimo finiti nelle acque di un lago ghiacciato. Questo accade quando i nostri parametri vengono travolti da qualcosa di eccezionale, che li spazza via. L’11 settembre. E tante altre cose.

Questa donna pratica, che rispetta le religione ma in fondo non ci crede; che lavora, è abituata alla fatica. Che ritiene ci voglia la misura in tutte le cose, sta per sperimentare qualcosa di incredibile. La carica di un toro. È talmente prigioniera della sua incapacità di reagire al nuovo, alla sorpresa, che resta immobile. Non è la paura che la inchioda, e per questo Flannery O’ Connor scrive:

Non per paura.

Per la signora May quello che accade non è possibile. Questa sua incapacità di prendere atto che esiste qualcosa, da qualche parte, che supera il tangibile, il concreto, e ti viene addosso al galoppo, ancheggiando, la inchioda al suo posto. Potrebbe spostarsi se. Ha la macchina lì, a due passi; basta saltarci dentro. Se. Non lo fa benché abbia muscoli e tendini e la forza per reagire nel modo giusto. Non è neppure la paura, come abbiamo visto.

È forse il modo di reagire di chi considera l’esistenza piana, piatta, priva di profondità. E d’un tratto questa cosa chiamata vita, alla quale si dava del tu, di cui si conosceva a memoria combinazioni e serrature, ti carica a testa bassa.

Come leggere un racconto /24 – Greenleaf di Flannery O’ Connor.

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Autore:

Raccontastorie

3 pensieri riguardo “Come scrivere un racconto /25 – Greenleaf di Flannery O’ Connor

  1. Una lettura sicuramente molto interessante la tua!
    Credo che i grandi romanzi che finiscono male appartengano ad alcune correnti letterarie specifiche come il Verismo, il Decadentismo. In altre, come ad esempio il Romanticismo, i finali sono un po’ più simili alle fiabe, del tipo: “e vissero ancora a lungo felici e contenti”, ecc. ecc. (un’opera del genere è, sempre per esempio, “I promessi sposi”, dove i cattivi muoiono e i buoni si salvano).

    Anche se commento sempre meno, non ho smesso di pensare a te e al tuo blog, sempre così ricco di spunti e informazioni.
    Se non dovessi avere il tempo di riscriverti, ti auguro fin da ora un sereno Natale e un felicissimo anno nuovo!!

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    1. C’è ancora un pezzo del racconto, che proverò a commentare venerdì.
      Sui “Promessi sposi” mi è tornato in mente il giudizio che ne dava Edgar Allan Poe: lui lo considerava un romanzo gotico. E se quel finale fosse convenzionale? Se il cuore di quell’opera fosse altrove, non nelle ultime pagine, ma prima?

      Grazie degli auguri! Anzi, altrettanto 🙂
      (Domenica 9 era Hanukkah, e me ne sono scordato. Posso farti gli auguri lo stesso?).

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