Fedor Dostoevskij e l’incipit di Delitto e Castigo

la scrittura è difficile banne

 

(Questo post è stato aggiornato il 6 giugno 2018).

“All’inizio di un luglio caldissimo, sul far della sera, un giovane uscì dallo stambugio che aveva in affitto nel vicolo S., scese nella strada e lentamente, quasi esitando, si avviò verso il ponte di K.”

Questo è l’incipit del romanzo Delitto e Castigo, credo che un po’ tutti lo conoscano. Qual è l’aspetto che ci può aiutare a comprendere come costruire una frase almeno interessante?

L’importanza capitale dei verbi

I verbi. Buona parte degli scrittori invitano a prestare attenzione proprio a questa fenomenale architrave della frase. Buona parte delle persone che scribacchiano al contrario, riempiono la pagina di avverbi, oppure di aggettivi. Prestano scarsa considerazione ai verbi. Qui Dostoevskij li usa ovviamente, e sono di movimento.

Uscire

Scendere

Avviarsi

C’è anche esitare e avere in affitto, però la lezione di questo scrittore russo mi sembra chiara. Azione, movimento. Lui sa che iniziare con un personaggio che va da qualche parte, significa gettare un’esca al lettore. Dove va? Siamo a luglio, e quel caldissimo anche se possiamo considerarlo un banale elemento atmosferico, non lo è affatto. Così lo legge chi non sa leggere. Chi invece desidera comprendere come si costruisce il motore narrativo, sa che questo è un dettaglio importante.

Non fa caldo, fa caldissimo eppure questo giovane esce. Ripeto: non è una minuzia, bensì un pezzo importante. Nonostante il caldo costui esce: segno che deve andare da qualche parte. Deve vedere qualcuno, forse. O fare qualcosa.

Altro elemento da tenere in considerazione: di questo giovane sappiamo che… è giovane. Basta. Il viso? Il vestito? Il colore degli occhi? Non è il momento, non è importante. Adesso è importante catturare il lettore (non si scriverà mai abbastanza sull’importanza dell’incipit), e ci si riesce con il movimento.

Altro aspetto da tenere in considerazione: si procede per sottrazione. Provo a spiegare.

Sul far della sera.

Stambugio

Quasi esitando.

Costui esce quando le ombre avvolgono la città, perché non desidera farsi vedere in giro quando il sole splende e tutto si vede con chiarezza. Si sottrae, appunto.

Stambugio indica la sua condizione di povero, costretto a vivere non in un’abitazione, ma in un buco. Sottrazione appunto.

Quasi esitando: esce, scende in strada, ma quando si avvia verso la sua destinazione non ne è convinto. Quasi esitando, appunto. C’è anche quell’avverbio “lentamente” che rende l’avvio ancora più particolare. Infine va, certo, ma anche qui possiamo intravedere una decisione che manca di risolutezza, forse qualcosa sottrae al protagonista la necessaria lucidità.

In poche righe il buon Fëdor ci indica quali sono le cose da evitare, e quelle da tenere in considerazione. L’azione prima di tutto, e questa viene affidata ai verbi. Lui sapeva bene, come tutti i bravi scrittori, che il lettore bisogna sedurlo. Proprio perché non sa quello che desidera, diventa necessario solleticarlo. Quindi esordisce con una scena ridotta all’osso, con un giovane che esce e scende in strada.

Si intuisce che è spinto da qualcosa, che questo qualcosa lo costringe a uscire di sera, nonostante il caldo e la scarsa volontà di andare. Non tutto è definito, certo. Però l’esca è gettata ed è quella giusta.

Ma Dostoevskij come costruiva i suoi incipit?

Spesso mi sono domandato se Dostoevskij, quando scriveva, pensava davvero a tutti questi elementi. Se cioè si sedeva alla sua scrivania, metteva in ordine e ricapitolava le “Regole d’oro per scrivere un incipit vincente”, e solo dopo iniziava a scrivere.
Non credo proprio. Ed ecco la domanda che ti faccio: pensi a quando respiri? No, ovviamente. Lo fai in maniera meccanica. Non stai lì a pensare: Ecco, adesso respiro.
Accade.
Uno scrittore è tale anche perché ha assimilato certi meccanismi: come? Ma attraverso la lettura, che diamine. Se tutti gli autori affermano che è essenziale la lettura, non lo fanno per cercare di vendere i loro libri. Ma perché serve. È indispensabile leggere.

Però potresti anche chiedermi: ma se agiva così, in maniera quasi automatica, perché certi incipit nelle opere di Dostoevskij non sono per nulla memorabili?
Hai ragione. Di solito il buon Fedor non scrive degli incipit memorabili. Quello de “I demoni” non è granché, a mio parere. Credo che la risposta possa trovarsi nel tipo di vita che faceva. Aveva un grave problema di denaro, sempre, e questo forse influiva (anzi: influiva senz’altro), sulla sua capacità di scrivere. Era perfettamente conscio di lavorare di fretta, e male. Di consegnare alle stampe opere che spesso avevano ancora bisogno di tempo, di riflessione. Ma non poteva permettersi di aspettare.

Quindi immagino che questo enorme scrittore russo solo di rado riuscisse a scrivere esattamente come voleva. Io temo che molte delle sue opere le abbia scritte sotto l’assillo della paura di finire in miseria. “Il giocatore” dovette consegnarlo entro un mese, o avrebbe perso i diritti sulle opere passate e future. Le sue opere. E quando si presentò alla casa dell’editore lui ovviamente non era presente, e il servitore aveva l’ordine di non aprire e di non ritirare nulla: un caso? Non credo proprio.
Dostoevskij, su consiglio della moglie, si recò presso una vicina stazione di polizia per farsi dare una ricevuta, e quindi per dimostrare che la consegna di quanto pattuito non era avvenuta ma per motivi che erano al di fuori della sua volontà. Fu così che riuscì a rispettare l’impegno, e a beffare l’editore che voleva beffarlo.

Una tradizione occidentale

Quello che ho illustrato all’inizio di questo post (l’analisi, se così vogliamo chiamarla, che io ho cercato di effettuare), è una convenzione che fa parte della storia della nostra cultura occidentale. Forse non ci hai mai fatto molto caso. Eppure buona parte delle opere che sono state scritte attraverso i secoli ha un modo di iniziare piuttosto simile. “Codificato” come scrivono quelli bravi.
Vale a dire: indicazione del tempo, del luogo, ricorso al verbo di movimento (o a verbi di movimento). In un certo senso si fissa la cornice del quadro, si forniscono al lettore, subito, una serie di elementi perché possa comprendere dove ci troviamo. E anche per rassicurarlo e permettergli di farsi un’idea, magari labile, di dove la storia sta prendendo forma. Quello che accadrà nelle pagine seguenti servirà “solo” a riempire il vuoto contenuto dalla cornice. Per secoli si è scritto in questo modo. È una tradizione occidentale, che poi è stata ovviamente superata, stravolta o ignorata.


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