Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Non scrivere di grandi cose, ma di vita

In questi giorni giriamo la vita di Rubens: immagini che io le chieda di ritrarre qualche ricco coglione come Pat Brady e me e Gary Cooper e Marcus mentre lei vorrebbe solo dipingere Gesù Cristo! Non si sentirebbe condizionato?

È una frase tratta dal romanzo incompiuto “L’amore dell’ultimo milionario” di Francis Scott Fitzgerald. Mi sono fermato a rileggerla (non solo questa ha attirato la mia attenzione, è ovvio) perché ci ho trovato il pensiero del suo autore. Costretto a frequentare persone, a scrivere storie che non gli interessavano affatto, solo per guadagnare un po’ di soldi. E pagare così le spese. Autobiografismo dunque? Non è qui che c’è qualcosa di interessante a mio parere.
Senza forse rendersene conto, Scott Fitzgerald non solo parla di sé, bensì parla di un certo modo di intendere la narrativa.

Non scrivere di grandi cose, ma scrivi di vita

Se in testa domina l’idea di scrivere grandi cose, difficilmente si approderà mai a qualcosa di almeno interessante. Questo non significa che non si debba essere ambiziosi, o che ci si debba accontentare, anzi.
Però questo dimostra come cercare la G. S. (Grande Storia) sia sciocco. Se con il “mediocre” materiale che hai attorno a te (scrivere significa vita, quindi non esiste nulla di mediocre) non sei in grado di raccontare una storia, non potrai mai scrivere qualcosa di valore.

La mia vita è un romanzo, se solo avessi il tempo di…

Sciocchezze.
I romanzi e i racconti si scrivono, e basta. Non è necessario che ci sia dentro qualcosa di eccezionale. Di vitale, sì. Di convincente e reale, pure. Se non si ha questa capacità (o talento?) di osservare le piccole cose, di amarle, non si arriva da nessuna parte.
L’idea della letteratura come mondo alto e altro che deve indicare ed elevare, non corrisponde al vero. È di questo mondo che parla, della sua polvere, e sudore e fango. E non deve elevare alcuno, bensì celebrare le erbacce.

Che differenza c’è tra le nostre evolute società, e quella degli antichi Sumeri? La lavatrice. Nient’altro.

A parte questo, abbiamo la solita celebrazione dei primi, dei migliori, e un solido disprezzo per i falliti, gli ultimi. La narrativa scomoda non è quella che denuncia, ma quella che ricorda che in realtà non c’è alcun progresso autentico. Che al di là di chiacchiere e ideologie, se finisci sotto la ruota, sei solo, perché sei un perdente, e a Stoccolma come a Roma o a Ur 3000 anni fa, al tuo fianco non c’è nessuno. Si celebra solo il primo, nessuno si cura dell’ultimo. Delle erbacce appunto.
Se non si apprezzano queste cose forse si ottiene il successo: ne vale la pena? Che ciascuno cerchi la sua risposta.

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Autore:

Raccontastorie

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