Pubblicato in: buona scrittura

I dubbi dell’esordiente – Il giudizio altrui

C’è un errore di prospettiva in chi s’imbarca nell’avventura della scrittura, e che conosco abbastanza bene perché pure io molti anni fa, la pensavo così. Vale a dire:

Cosa penseranno di me se scrivo certe cose?

(Il lettore sostituisca certe cose con le espressioni/parole che preferisce).

È come se m’imbarcassi su una baleniera e mi preoccupassi della reazione dei miei vicini di casa quando lo sapranno.
Il mio problema è l’oceano. È la balena bianca.

Al primo posto non ci può essere che la storia; ecco perché parlo di errore di prospettiva. Occorre ripensare la gerarchia, mettere in cima quello che conta, in fondo tutto il resto.
E in cima ci deve stare… la storia, esatto!

La mia preoccupazione deve riguardare lei e basta, perché devo “solo” cercare di renderla efficace e di valore. È un obiettivo già abbastanza difficile, che spesso coinvolge fegato, stomaco, e quando ci si corica la notte, lei è sempre lì.

Sì, lui è lì, e si sposta là. Domanda: è convincente l’ambiente? È descritto con cura? E lui come ci arriva là? E poi, perché non ci passa nessuno? D’accordo, è in periferia, però non è possibile che nessuno ci passi, infatti ecco che arriva un ciclista. No, non lo puoi togliere il ciclista, ne abbiamo già discusso no? Arriva il ciclista e quello fa così, si gira ed ecco che vede, altrimenti devi allungare tutto il brodo, e non puoi farlo perché rischi di distrarre troppo il lettore. Deve restare sull’obiettivo.
E allora, occorre spostare tutto in un ambiente chiuso. Sì, un sottoscala, un negozio abbandonato. Stai scherzando vero? Lui non andrà mai in un ambiente chiuso perché non è un idiota. No, ficcatelo in testa, non ci andrà mai. Se poi accade quella cosa, come diavolo pensi che possa trascinarlo fuori. Lo lascia lì?  Certo come no. Basta essere idioti e non farsi domande.
Una transenna potrebbe essere la soluzione. Ci schiaffi una transenna, dammi retta. Lavori in corso e bla bla bla. Qualcuno ci passa, ma la maggior parte non lo farà. Può andare.

(Semplice schema delle elucubrazioni notturne a proposito di una storia).

Perché diavolo mi devo pure preoccupare degli altri? Se faccio l’idraulico non mi interessa quello che pensano i miei ex compagni di scuola. Bado a svolgere il mio lavoro al meglio.

Il lettore non sa cosa vuole

Come ripeto spesso: il lettore non sa cosa vuole, glielo devo dire io. Perché preoccuparsi di lui, allora? Buona parte dei capolavori sono stati scritti all’insaputa del pubblico, che infatti li ha ignorati finché erano in vita i loro autori. Questo non risolve i problemi, anzi. Non preoccuparsi del lettore significa spesso garantirsi l’insuccesso: basta ricordarsi di Richard Yates.

Puntare la propria attenzione e le proprie energie sulla storia è l’unico mezzo che io conosca per scrivere qualcosa che almeno provi a dare del tu all’arte. Certo, puoi anche infischiartene dell’arte e scrivere quello che va per la maggiore.

Oppure.

Non si tratta di presunzione, ma di consapevolezza. Tutti fanno i gargarismi con la cultura, ma alla fine quelli che la capiscono sono una manciata. E sarà così per sempre.

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “I dubbi dell’esordiente – Il giudizio altrui

  1. Ciao, Marco. Tutto molto vero. Un questione di intimità con il proprio mondo espressivo, che non può essere sempre conciliabile con quel fattore così bramato di popolarità o di mera economia della propria espressione. Quello che penso e che scrivo e che mi porta ad esprimermi in un certo modo, non è dettato necessariamente da qualcosa di utile, di così unico, indispensabile o prezioso; nemmeno da un qualcosa da utilizzare per trarne un diretto beneficio. Il rapporto con le nostre ombre non è mai troppo definito in un certo standard di valore, ma è solo qualcosa che al momento ci appartiene e che in qualche modo esprime una nostra visione fugace della realtà, ma anche della possibile e inafferrabile irrealtà che andiamo a rappresentare in quel momento e che spesso nemmeno ci appartiene del tutto. La strategia nel farsi accettare o accogliere da una possibile cerchia di lettori, non dovrebbe infierire sulla natura immediata del flusso, quello che in fondo ci costringe a immergerci dentro l’esercizio dello scrivere senza un preciso movente, se non questa costanza e incoerenza di abbandono totale al solo gesto, alla sua sfida con il buio, al suo rischio e al suo pericolo. Conterebbe di più la risonanza, quello che forse non pensavi potesse accadere e che a tua insaputa ha raggiunto un punto particolare e imprevisto, quel lettore che credevi lontano, o irraggiungibile, perché no. Ma tutto ciò non può calcolarsi, ma può solo avverarsi o meno, al di là di una nostra precisa o spasmodica volontà di infinito, di cui speriamo a volte si avvalori il nostro messaggio nella bottiglia, che spesso diventa anche il suo più grande limite, per quella scomoda costrizione al reale e al funzionale, che un vero processo ispirato di astrazione dovrebbe invece combattere, o forse dimenticare.
    In gamba e saluti
    Luigi Salerno

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    1. Ecco, esatto. Il punto particolare e imprevisto: lì c’è tutto. Ecco uno dei tanti motivi che rende inutile “insegnare” a scrivere. Al massimo si può insegnare a evitare certi errori. Nella scrittura, l’unico insegnamento è come non scrivere, e il resto è lasciato alla capacità, talento, coraggio o incoscienza di chi scrive. E forse è solo l’incoscienza che spinge a pestare i tasti, a rileggere, a cercare la parola giusta, il giusto tono…

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