Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Quando è scomodo parlare del reale

Anche Raymond Carver veniva criticato per i suoi racconti, certo, ma in un modo un poco particolare. Nel libro “Niente trucchi da quattro soldi”, lo scrittore statunitense racconta di come un critico lo… criticasse perché rappresentava personaggi troppo impotenti.

In particolare, la sua critica si indirizzava a un racconto, “Conservazione” (contenuto in “Cattedrale”), dove marito e moglie parlavano del frigorifero guasto.

E il critico si chiedeva perché diavolo non chiamassero un tecnico per ripararlo. Cosa c’era da parlare o discutere?

Carver replicava che il mondo è pieno di gente che non ha nemmeno i soldi per comprarsi il biglietto dell’autobus, figurarsi riparare un elettrodomestico. E concludeva affermando:

Questo è il tipo di vita che descrivo.

Già.
Aggiungo io che il mondo è pieno di persone che vivono in una sorta di bolla. Se per caso si riesce a penetrare dentro, e si parla loro di gente povera, fanno spallucce, dicono:

“Ma perché non se ne vanno a lavorare?”.

Giusto! E che ci vuole?

Se torniamo alla critica del critico a Carver, non ci si trova qualcosa di strano? Esatto: si è dimenticato di fare il critico. Immagino che chi sceglie questo tipo di mestiere, debba ragionare in maniera differente dai lettori. Costoro possono trovare orribile anche un capolavoro, mentre il critico lo troverà magari pesante, con cadute di stile, ma potentissimo.

Questa disparità di giudizio non nasce dal fatto che il critico fa parte del giro, e deve badare a tenere in piedi la struttura.
Chi svolge con criterio un tale mestiere, sa che ci sono un paio di elementi che occorre tenere in considerazione.

Il valore, e l’efficacia. Da un punto di vista superficiale (da lettore che non ama la realtà, e che non desidera esservi riportato), un racconto come “Bartebly lo scrivano” di Hermann Melville è una boiata pazzesca. Il critico ha un altro giudizio perché lo misura con un altro metro, e lo trova efficace, e di valore.

Quel critico che non amava “Conservazione” (e sia chiaro: Carver ha scritto anche racconti poco riusciti), in quel frangente si è dimenticato di svolgere al meglio il suo mestiere. Forse era parte di quella classe agiata, che quando sente parlare di “povertà”, spera che sia per poco. Invece, i racconti di Raymond Carver riguardano sempre poveracci alcolizzati, o impegnati in lavoretti.

Poveracci. O erbacce, e come tali, secondo certa critica e buona parte del pubblico, da estirpare.

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Autore:

Raccontastorie

4 pensieri riguardo “Quando è scomodo parlare del reale

  1. Concordo su tutta la linea. Avevo in mente un post del genere, anche se concentrato su un’altra sfaccettatura: il lettore medio pretende che tutti i personaggi abbiano un QI di 150, mentre nel mondo reale la stupidità ci governa (da dentro e da fuori).

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    1. Perché il lettore vuole qualcosa che lo rassicuri, e se invece legge di qualcuno che fa cose bizzarre, che possono mettere in discussione il suo panorama smorto e tranquillo, si agita. Qualcuno non smette più di agitarsi, e approda a qualcosa di meglio, ma la maggioranza continuerà a cullarsi in una realtà pianificata da altri…

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  2. Possiamo considerarla la variante di “fai pure il povero, ma da un’altra parte,” detto dal borghesuccio convinto che i poveri siano gente che è diventata povera per farlo sentire in colpa e farlo tassare dallo stato.

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