Pubblicato in: buona scrittura

Cosa dice Cechov a proposito dell’autorità

Il buon Cechov nel libricino “Senza trama e senza finale” (attenzione: libricino perché le sue dimensioni sono contenute, non certo per la ricchezza che racchiude), invitava a non scrivere mai di funzionari. Perché, spiegava subito dopo, descrivere autorità antipatiche è facile anzi:

Nulla è più facile che descrivere autorità antipatiche

Il motivo? Piace al lettore, ma a quello mediocre. Ecco, siamo arrivati al punto.

L’autorità, in ogni tempo e luogo, è vista come un’escrescenza che ama angariare le persone. Ai tempi di Cechov, come adesso. Ma per lo scrittore russo, chi scrive non deve percorrere strade facili.

È sufficiente scrivere una storia durissima contro le banche, e la volta successiva un’altra dove le banche non sono attaccate ma anzi; viste sotto una luce asettica. E all’istante i lettori si sentiranno traditi.

Meglio tradirli subito: niente autorità, banche, politici, finanzieri…

Certo, come tutti i consigli occorre assumerli con una buona dose di discernimento. Qualcuno potrebbe osservare che è indispensabile a volte, scrivere di un’autorità. Bene, però attenzione.

Nulla è più facile che descrivere autorità antipatiche.

Vuol dire che si sta percorrendo un sentiero insidioso. Il rischio di compiacere il lettore mediocre esiste. Ed esiste, ebbene sì, il lettore mediocre. Che è tale perché lui lo vuole. Non è condannato a questa condizione dalla televisione, come si crede o si vuol far credere.

Ma è lui che sceglie con consapevolezza.

Ma lasciamo perdere questo. Il punto è: se quello che stai combinando è facile, probabilmente stai sbagliando tutto. Bisogna avere paura delle cose che piacciono, che scivolano via come torrente di montagna; e avere il coraggio di percorrere strade differenti.

La parola si merita qualcosa di meglio anzi; il meglio. Oppure, il silenzio.

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Autore:

Raccontastorie

10 pensieri riguardo “Cosa dice Cechov a proposito dell’autorità

  1. Parliamoci chiaro, ascoltare il consiglio di Checov equivale a saltare di netto gran parte della produzione italiana ed europea di inizio Novecento con i tutti i suoi “antieroi” e le autorità antipatiche da ufficio (Svevo, Pirandello, Kafka). In secondo ordine, bisogna cercare di parlare a più gente possibile altrimenti si abbia il buon gusto di fare altri lavori. E’ inutile scrivere per poche persone, anzi scrivere in maniera cervellotica e astrusa è più facile che scrivere per un grande mare.

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    1. Non sono d’accordo. Scrivere per tutti vuol dire spersonalizzare il proprio stile. Uccidere la voce narrante unica che ogni scrittore ha dentro di sé, o che si suppone abbia in quanto scrittore e lettore. Chiaramente serve tempo per trovarla, continuità, esercizio. Non tutti sanno leggere, non tutti hanno voglia di scrivere come fanno gli altri e di ciò che scrivono gli altri. L’esempio di Cechov è per l’appunto un consiglio, ma non è che uno deve seguirlo alla lettera. Probabilmente lui lo faceva perché era nato e scriveva in un’epoca e in una nazione in cui le cose erano difficili e non inventava storie di autorità antipatiche, magari anche per motivi politici, o perché ne avrebbe scritto male.

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      1. Be’, che si trattava di un consiglio da prendere con le pinze, era evidente 🙂
        Ma la riflessione che innesca è perfetta per i tempi odierni dove l’incapacità di raccontare una storia viene nascose con l’indignazione. Certo, c’è da esser indignati per un mucchio di cose, ma un autore deve essere bravo, non utile. Se è utile probabilmente non è bravo.

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    2. Al contrario: ascoltare il consiglio di Čechov significa far piazza pulita di buona parte degli eroi che affollano la televisione e le classifiche dei libri più venduti. Lo scrittore russo aveva in mente un tipo di narrazione che non ha niente da dire, per questo prende di mira i potenti: e la storia? Ma la storia non c’è, per giove! Non ci deve essere perché il loro scopo non è osservare, ma tracciare una riga e proclamare i giusti da una parte e gli ingiusti dall’altra. Con loro che, incredibile, sono sempre dalla parte giusta.
      Kafka è un classico perché era capace di andare oltre: osservava. Costruiva una storia scegliendo, gettando quello, tenendo questo e pensandoci su, riflettendoci su.
      Quelli che aveva in mente Čechov guardavano l’ombelico e non scorgevano altro.
      Parlare a più gente possibile: concordo. Ma è un’idea, la gente. Una categoria, e possiamo stare qui a discutere per giorni interi e non saremo mai d’accordo su una definizione univoca. Ogni autore scrive con la speranza di raggiungere la gente e la consapevolezza (chi ce l’ha), che l’arte lo terrà probabilmente distante proprio dalla gente. Scott Fitzgerald non scriveva per pochi, anzi. Se è diventato un classico lo si deve anche al lavoro di alcuni critici che l’hanno salvato dal dimenticatoio. E la gente, che leggeva?
      Qui non si tratta di scrivere per pochi, ma di scrivere bene, cose efficaci e di valore. Ma la gente, semplicemente, non lo apprezza.

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  2. Io dico solo che bisognerebbe trovare una linea di mezzo, saper unire la qualità e la capacità di parlare a più gente possibile, questo non vuol dire necessariamente svilirsi. Partiamo con l’idea che il pubblico è composto da tanti morti di sonno che devono essere “svegliati” dall’arte dello scrittore. Sta a lui sedurlo, e può benissimo farlo attraverso il suo bagaglio culturale e la qualità del suo lavoro, uniti però ad una visione e a una sensibilità “totale” che possa farlo leggere da tutti.

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    1. Concordo (abbastanza). Per me però il pubblico è sveglissimo. Non parliamo di gente che vive in una baraccopoli e cammina scalza. Ma di persone che consapevolmente, scelgono la mediocrità. Decidono di infischiarsene e non perché la televisione li rende stupidi, ma perché la stupidità paga. E pure bene. La scrittura è comunicazione, ma se l’altro non ascolta, non è detto che sia per colpa mia. Forse non gliene importa proprio nulla…

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