Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

La bizzarra abitudine

Ammesso che il talento ci sia (e su cosa sia, come riconoscerlo, esiste al riguardo una tale quantità di opinioni da riempire intere biblioteche. Magari ci tornerò su, prima o poi), occorre che l’individuo si ponga la fatidica domanda, e questa più o meno è:

Sei disposto a lavorarci?

Non credo che la volontà possa tutto. Ci sono milioni di persone nel mondo che hanno la volontà, ma questo non li schioda dalla situazione nella quale si trovano. La volontà è come il sogno americano: quando si verifica (uno su un milione?) parte la grancassa pubblicitaria che dice:

“Il sogno americano esiste! Credeteci! Inseguitelo!”

Non una parola ovviamente, su quanti hanno fallito; e sono la maggioranza.

Perciò deve essere chiaro che la volontà da sola non conduce distante; ma se l’individuo decide di scrivere, deve essere consapevole che attorno a questa bizzarra abitudine deve costruire i suoi giorni.

Non è qualcosa che si può fare ogni tanto. La giornata deve essere costruita (quindi: smontata, e rifatta da zero), mettendo al centro la parola. No, non significa che ci si può licenziare e vivere sugli allori.

Voglio solo rammentare che è complicato. Occorre determinazione: mezz’ora al giorno può essere sufficiente. Però vuol dire che qualcosa bisogna sacrificare. Il tempo, come tutte le cose preziose, è poco e scivola via. E ritagliarlo, togliendolo a un’altra attività, sembra semplice. Spesso il risultato è di aggiungere un nuovo impegno senza togliere niente a quello che già c’è.

Perché non ci si rende conto di che cosa è la parola.

Quello che deve essere chiaro è che la parola richiede attenzione e impegno. Spesso ci si renderà conto che “vorrebbe di più”, e non sarà affatto semplice darle più spazio. Anzi. Ma potrebbe non essere un vero problema. Tutti vorrebbero trascorrere le giornate a scrivere, però c’è qualche piccola incombenza da fronteggiare: le bollette. Il cibo. Il riscaldamento.

E avere più tempo non significa affatto scrivere capolavori. Spesso questi se capitano, all’insaputa dell’autore, si verificano proprio perché si vive “compressi”. Si deve strappare al tempo venti minuti per scrivere. E gli altri 20, forse domani, forse tra una settimana.

Non è la quantità che importa. Questa è la prima lezione da assimilare.

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Raccontastorie

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