Pubblicato in: buona scrittura

Che cosa si agita dietro

Come diavolo si riesce a scrivere un finale?

Alcuni affermano che sia sufficiente mettere il punto quando è opportuno. Come se fosse facile scovare il momento opportuno. 

Altri ritengono che il finale sia tale solo se c’è un colpo di scena. Come se la vita (la loro in particolare) fosse una mirabolante serie di avventure mozzafiato.

Si sa (o si dovrebbe saperlo), che scrivere un finale è una faccenda complicata. E lo è pure scrivere. Tuttavia, se si è lavorato bene prima, vale a dire nella storia; se ci si è pensato su abbastanza a lungo, si capirà come deve chiudersi la storia.

Probabilmente, ci sono infiniti modi per raccontare una storia, ma una volta che si è scelto quale, lì è racchiuso pure il suo finale. Lo so, sembra di scrivere di alchimia e concetti per pochi eletti. E le persone vogliono sempre sapere e conoscere precisamente come deve avvenire.

Altrimenti si chiacchiera.

Il punto è che se si sottovaluta il “pensarci su”, è un guaio. Una delle attività per le quali i nostri antenati scimmieschi hanno abbandonato ambitissimi attici sugli alberi della savana, è il pensare.

Una certa letteratura con qualche ambizione, è attività intellettuale. Certo, non si campa di quella roba, lo so bene. E allora? Meglio cercarsi un lavoro, e pensare comunque.

Scrivere non è un’attività nobile, ma lo è se produce qualcosa che tradisca almeno uno scheletro di riflessione. Molti invece prendono quello che è capitato loro, e sono persuasi che sia sufficiente per affermare di aver scritto una storia.

Magari.

Persino io ho capito che un avvenimento (un vecchio che viene sfrattato) non basta. Non basta suscitare l’indignazione per avere una storia.

Non è sufficiente una buona lingua.

Occorre una riflessione capace di far scorgere cosa si agita dietro. Certo, adesso qualcuno vorrà sapere appunto che cosa si agita dietro. Mi spiace, ma non è compito della narrativa spiegare tutto. Ma celebrare il mistero, quello sì.

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Raccontastorie

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