Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

Attrarre il lettore, non metterlo in fuga

D’accordo, si deve correggere. Alla fine questa pratica appare convincente. Però viene il momento di passare alla fase due. Vale a dire: correggere! E come diavolo si fa?
Il rischio di imporre una propria particolare visione esiste eccome. La teoria è meravigliosa, la pratica pure, ma ha questo di potenzialmente dannoso: che rischia di farci entrare nel mondo di chi scrive come un elefante in una cristalleria. Sono in molti infatti a dire “Si fa così”, oppure “Devi scrivere cosà”.

Scrivere non è fare l’inventario

Chi agisce in questo modo piega a proprio vantaggio le inclinazioni altrui. Desidera produrre qualcosa che sia un omaggio a lui. Ecco perché insegnare qualunque cosa è pericoloso. Spesso si finisce per produrre fotocopie.

 

La villa era un edificio alto, bianco, massiccio, severo, e stava su un’altura brulla e tozza, in una vallata cupa, umida, silenziosa. 

 

Non ho niente contro gli aggettivi. Il punto è che spesso sono gettati sulla pagina con la certezza che il lettore capirà meglio.
Se io fossi il lettore di una simile storia, capirei, eccome, e infatti scapperei a gambe levate. Perché avrei il sospetto che una volta dentro la villa, lo scrittore passerebbe in rassegna oggetti e ambienti con la medesima abbondanza di termini che usa per descrivere l’arrivo alla villa del protagonista. Come prima stesura potrebbe andare bene, proprio perché si scrive di getto.
Lasciare le cose in questa maniera è un errore.
Il lettore, almeno quello che vuole una storia e non un inventario, e sa che una storia è comunicazione, non si capacita di tanta abbondanza. Certo, la villa di questo brano è esattamente così, ma per raccontare la realtà, devi manipolarla.
A questo punto che cosa succede? Entra in azione (o dovrebbe!) il N.O.C. (Nucleo Operativo Correzioni) per rimettere a posto le cose.

 

Mentre in carrozza il conte percorreva la vallata, scorse su un’altura un edificio bianco. Era la villa. 

 

È qualcosa di uguale al precedente, eppure diverso. Per prima cosa, c’è un verbo di movimento. È importante capire che usare un verbo di movimento, è un’ottima cosa. È un segnale che dai al lettore: ehi, succede qualcosa!
Non solo.
Introdurre un soggetto, fa capire che quel mondo non gira per conto suo, ma c’è qualcuno che lo abita e agisce. Fa da punto di riferimento. Si può fare di meglio, ma siamo sulla strada giusta.
Inoltre, un poco di buonsenso. Quando si scorge un edificio, prima ci colpisce (forse) il colore. O la sua forma. Mentre ci si avvicina, i dettagli emergono, e allora questi (con cautela, senza esagerare soprattutto), possono essere esposti. Scaricarli addosso al povero lettore, si ottiene solo di metterlo in fuga. E siccome non è un assedio che dobbiamo sventare, bensì attrarre, è meglio usare poche armi, ma le più efficaci.

 

 

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Autore:

Raccontastorie

13 pensieri riguardo “Attrarre il lettore, non metterlo in fuga

  1. Ho riso molto alla descrizione della villa 🙂
    La frase successiva è molto meglio.
    Ecco, la prima frase sembra la scheda luogo della villa, cosa da compilare prima di scrivere, ma da non riportare integralmente nel testo.

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  2. Non è giusto insegnare a qualcuno come si debba scrivere, come non lo sarebbe lo spiegare il modo migliore per respirare. Chi scrive lo fa attraversando ciò che non sa di essere, e poiché si è identici a quanto si conosce nella totale certezza… meno si tocca la poca roba che c’è, e meglio sarà per tutti 😀

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    1. Quando qualcuno dice che bisogna fare così, so per certo che è un pessimo insegnante. Occorrerebbe insegnare a leggere, tanto per iniziare, e poi spiegare cosa evitare nella scrittura.

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  3. L’espressione attraverso la parola, pensata parlata o scritta, è il modo in cui si comunica con se stessi e con gli altri, e risente della qualità di ciò che si è riusciti a essere. Personalità, carattere e inclinazioni individuali concorrono nell’inserire significati, che sono stati compresi a diversi gradi di profondità, nelle storie raccontate nei modi in cui chi comunica è capace. La correttezza sintattica, logica e grammaticale occupa un’area ridotta rispetto a quella nella quale galoppano fantasia, immaginazione ma, soprattutto, conoscenza della vita guadagnata attraverso il dover vivere in armonia coi princìpi di giustizia eguaglianza e libertà che sono norma esistenziale. Il gusto personale e la forza della propria tessitura interiore ricama di fascino, o straccia di noia, questo comunicare, e non sarà la scuola a poter cambiare le cose, nemmeno quando questa è una scuola di vita. Perché non è la vita che dice la verità di ciò che si è, ma è il modo in cui essa è vissuta. Nessuna scuola riuscirà a modificare le intenzioni nutrite da chi la frequenta.

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    1. Concordo abbastanza. Ma Leonardo e Michelangelo hanno frequentato delle botteghe. Possiamo affermare con certezza che sarebbero diventati degli artisti senza pari, senza la bottega? E a loro volta, hanno avuto degli allievi di talento. Evidentemente, pure essi riconoscevano che se il talento c’è (ma è raro), qualcuno deve insegnare come non sperperarlo. La scuola migliore è quella che ti dice cosa NON devi fare.

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  4. Pittura e scultura sono arti che possono essere insegnate, o apprese, a causa di una certa preponderanza che hanno i loro aspetti tecnici, molto considerati rispetto a quelli che firmano l’essere creativi. Nella scrittura la faccenda è più intricata, perché il senso delle opere è più esplicito e cerca la chiarezza, difficilmente la simbologia che è terreno di caccia del Silenzio.

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