Pubblicato in: buona scrittura, cassetta degli attrezzi

La voce del narratore

Interessante notare come Tolstoj abbia avuto con i suoi romanzi un rapporto che definire complicato, non rende bene l’idea. Sembra infatti che li abbia spesso ripudiati.

“Guerra e Pace”, “Anna Karenina”, non erano storie riuscite, a suo dire. Ennesima dimostrazione di come un artista non sia affatto una persona che sa, conosce, in dialogo quotidiano con le Muse.

Bensì una persona che si interroga, pensa, studia, riflette. E spesso è insoddisfatto.

Buona parte dei critici concorda nel ritenere la produzione “minore” di Tolstoj essenziale per comprendere il suo cammino di scrittore. Per “minore” si intende le fiabe, i piccoli racconti, gli scritti sociali o politici.

Erano il suo modo per cercare un modo nuovo di scrivere. Dove la voce del narratore fosse finalmente assente, e parlassero i fatti. Come succedeva nei romanzi di Dostoevskij, dove ciascun personaggio aveva una voce distinta, e soprattutto lontana da quella del suo autore.

Esatto, il celeberrimo cammino dello scrittore. Uno dei motivi per cimentarsi anche con situazioni nuove, è che in questa maniera si comprende la propria forza. Non è detto che si debba a ogni costo scrivere di tutto, passare perciò da un genere all’altro.
Alcuni ci riescono, altri lo fanno con risultati discutibili.

L’impegno che la scrittura richiede è spesso sottovalutato. Viene il momento nel quale, se non si è diventati troppo schiavi dei salotti, ci si chiede il senso dello scrivere. Del modo scelto per farlo. È quello giusto? Oppure no?

Tolstoj ebbe per Anna Karenina parole durissime. Non era soddisfatto di nulla. Detestava probabilmente se stesso, quel se stesso che si infilava un po’ dappertutto, mentre lui avrebbe desiderato restare dietro le quinte.

Vero. Forse è meglio scrivere e basta. Non infarcirsi la testa di problemi e quesiti. Ma come si fa?

 

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “La voce del narratore

  1. Ciao, Marco. In parte la problematica di grande presenza e palpabilità della voce narrante, trova forse in Victor Hugo una sua peculiarità. “I Miserabili”, per esempio, rimane per molti (tra cui Mario Vargas Llosa) soprattutto un affresco sulle grandi possibilità stilistiche di una voce narrante infinita, che si fa parte del paesaggio, dei sentimenti, delle tensioni di tutto il tessuto, quando poi li abbraccia e li ingoia utilizzandoli per sé, per dimensionare o meglio spalancare il suo respiro in un pozzo narrante senza fondo.
    La maestosità di Hugo, in quel caso, è anche l’imprescindibile laccio che tiene avvinghiati i lettori all’apparato stregonesco di finzione. Quanto questo tipo di maestosità possa pesare, dipende dal contesto. Uno scrittore davvero grande, non pesa mai troppo, ma dilata la sua ombra sulla storia, in quest’intercapedine di assenza e mistero di chi conduce il gioco, di chi tiene le redini, quando poi di colpo pare lasciarle a una situazione, a una certa condizione più che alle sole braccia narranti. Tra l’altro è molto interessante analizzare la misteriosa intercapedine che si frappone tra autore e narratore: chi sta scrivendo, nell’attimo in cui scrive, disegna un’altra voce che narra, che è diversa da quella che parla e che disegna.
    Il discorso poi si fa complesso, e abbraccia anche il punto di vista.
    Un saluto cordiale e tanti auguri
    luigi

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    1. Esatto. Disegnare un’altra voce che narra. Ecco il punto. La difficoltà che non viene spesso presa in considerazione è tutta in quella voce che deve essere differente. Forse un buon mezzo per far sì che si formi è imparare a tacere e ascoltare. Oppure si rischia di blaterare credendo di narrare, quando in realtà non si fa niente del genere. E non esiste alcuna scuola o ricetta, in questo caso, capace di dire che cosa fare per ottenerla. È una faccenda del tutto personale, la si risolve da sé, o non si va da nessuna parte.
      Tanti auguri.

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