Pubblicato in: buona scrittura

Mettere le briglie al proprio io

Funziona così: Halldòr Laxness (islandese), scrive un romanzo (Gente Indipendente), che influenza Juan Rulfo (messicano). Costui scrive Pedro Paramo che influenza Gabriel García Márquez (colombiano), e lo aiuta a scrivere Cent’anni di solitudine.

Basta leggere per farsi un’idea di come funziona la letteratura. Se si hanno deliri di onnipotenza, forse scrivere non è la scelta migliore, anzi.

Esiste infatti l’idea di dover essere a tutti i costi i primi, oppure originali, quando invece occorrerebbe cercare di essere efficaci, e scrivere qualcosa di valore. È qui l’errore, uno dei tanti, che le persone commettono quando si siedono davanti alla tastiera di un computer.

Un po’ tutti abbiamo la smania di salire sul gradino più alto della pedana, di essere riconosciuti come i migliori. Ma la parola non ha affatto questo obiettivo. Lei desidera comunicare. Nasce per quello.

Primo: comunicare.

E questa comunicazione non si svolge solo tra lo scrittore e il pubblico (anche perché, di solito, si mettono in mezzo delle… interferenze. Basti guardare a cosa è accaduto a Melville, dimenticato autore quando era ancora in vita).

Bensì tra scrittore e chi lo ha preceduto. Oppure, tra scrittore e quello che lo circonda.
L’atto della scrittura è solitario; eppure in maniera carsica, anche quando si scrive, si comunica con chi c’era prima di noi. Con quello che ci sta accanto.

No, il povero scrittore non è succube del flusso di eventi, e letture, che lo rendono un fuscello in balia di forze più grandi di lui. Al contrario: semmai riesce a piegarle e a costringerle ad andare dove desidera lui.
Ma è fondamentale capire che al centro di tutto esiste la parola, e se si scrive, si è al suo servizio. Fino a quando non si accetta di stare ai margini di essa, dubito che si riesca a scribacchiare qualcosa di decente. È una brutta faccenda, si capisce, perché sappiamo che chi scrive ha un ego fortissimo, ed è pure infantile.

Occorre fare un po’ di guerra a se stessi. Quell’ego non finirà mai K.O. ma ha bisogno di essere messo in riga, per fargli capire che non deve superare limiti e confini. Fa parte della natura di chi scrive. Non è possibile eliminarlo.

È doveroso mettergli le briglie.

Chissà chi o cosa ha ispirato Halldór Laxness… Forse le saghe islandesi?

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Autore:

Raccontastorie

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