Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Il racconto di InciBricks 2013 di Marco Freccero

Qualche mese fa, il sito Con Altri Mezzi aveva organizzato un contest letterario. Si trattava di scegliere un incipit tra quelli proposti dalla redazione della rivista online, e proseguire. Pure io avevo partecipato perché tra gli incipit proposti ce n’era una di Fedor. Si trattava di “Ricordi dal sottosuolo”. Adesso pubblico il mio racconto, grazie al quale mi sono classificato secondo (ex aequo). La prima parte in corsivo è di Fedor. Tutto il resto, è mio. C’è qualche ripetizione di troppo per i miei gusti, e se avessi avuto più tempo avrei limato meglio.

Buona lettura.


 

Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato, anche se rispetto la medicina e i dottori. Oltretutto sono anche estremamente superstizioso; be’, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono abbastanza colto per non essere superstizioso, ma lo sono.) Nossignori, non voglio curarmi per cattiveria. Ecco, probabilmente voi questo non lo capirete. Be’, io invece lo capisco.

E d’altra parte a me non importa un accidente di quello che capite, e se capite. Mi piace come vivo, e non cambierei per nulla al mondo il mio stato. Ho un mucchio di tempo a disposizione, e lo uso per pensare. Non faccio altro. Per alcuni, i miei problemi nascono da questo. Per me, i problemi nascono dal fatto che la gente non pensa affatto. Come si vede, siamo agli antipodi.
Sono un uomo ancora giovane e ho una pensione di invalidità da oltre quindici anni, senza averne diritto. Ve l’ho detto che sono cattivo e sgradevole, e io non parlo mai per darmi un tono. O sembrare un tipo originale. Non avevo voglia di studiare, né di lavorare.
Mio padre era un piccolo commerciante di alimentari. Negli anni, era riuscito a creare una rete di negozi in città, e nei dintorni. L’ha fatto senza nessun aiuto da parte mia. L’ha aiutato mia madre, che si sarebbe fatta ammazzare per lui o la sua attività, che per lei erano la medesima cosa. Infatti andò proprio così, ma questa è un’altra storia.
Lui aveva conoscenze un po’ ovunque. Sembra difficile da credere, perché lo guardavi e vedevi un tipo comune, anzi; di quegli uomini banali che vestono male anche se gli metti addosso un abito da 4000 euro. Perché sono storti, gonfi, hanno un viso paonazzo sul quale c’è sempre una barba vecchia di giorni, e non sorridono mai. Quello che li salva è che lavorano sempre, ogni giorno che Dio manda in terra. Altrimenti sarebbero da ammazzare. Prima che vendesse tutto, dava lavoro a 28 persone, e aveva quattro negozi in città, e uno in una località vicina. L’idea di fare il bottegaio come lui e mamma mi nauseava. Così come quella di fare qualsiasi altra cosa. È il verbo ‘fare’ che mi irrita.
Vivo su una fortuna fatta di tanti euro che non riuscirei a spendere nemmeno se mi impegnassi. È che non ho molta fantasia, e nemmeno vizi. La cattiveria richiede disciplina. I monaci cercano la santità. Io sono un monaco che cerca la bestialità.
Dicevo: mio padre aveva le mani in pasta un po’ ovunque. Grazie ai suoi appoggi, nel giro di un anno ho iniziato a ricevere l’assegno. Non ho dovuto muovermi nemmeno da casa, fare visite, niente. Ho firmato dei fogli, e adesso riscuoto. La notte dormo abbastanza bene, grazie, e il pensiero di rubare, che tanto vi scandalizza, mi lascia indifferente. Ah, vivo in una casa popolare, ma ho scavalcato un po’ di gente per ottenerla, gente che ne aveva diritto. E l’ho fatto perché mi piaceva fare marameo a tutti questi ometti. Potrei vivere in una villa a Bergeggi, c’è un mare meraviglioso all’alba, sapete. O avere un piano intero sulla Torre Bofill. Però il piacere di svegliarmi ogni mattina in una abitazione da ottanta metri quadrati, e pensare: “Cucù. Dove sono i vostri diritti?”, credetemi, mi diverte.
Vi piace questa parola, vero? Diritto. O al plurale: diritti. Se non la pronunciate almeno una volta al giorno vi sentite orfani. Io ci sputo su, e a parte il male al fegato, vivo bene.

Mio padre sarebbe morto sul lavoro, ci scommetto. Mentre abbassava la saracinesca, oppure scaricava i surgelati dal camion frigo. Non stava mai in ufficio, o con le mani in mano, lui dava gli ordini, girava per i punti vendita, e lavorava. A me sembrava un dipendente, e il lavoro il suo capo. Poi ci fu il fattaccio. Saranno otto anni a ottobre. Un giorno verso le due, entra uno col casco integrale e una pistola. Il negozio faceva orario continuato, ed era quello storico, il primo che papà aveva avuto e che aveva trasformato in un piccolo supermercato di quartiere. Mia madre stava alla cassa, e invece di dargli i soldi senza fare storie, si è messa a urlare. Eravamo già ricchi da far schifo, perché mettersi di traverso, agitarsi. Quello le ha sparato due colpi. Un romano. Lo hanno arrestato dopo nove mesi, a Nizza, mentre dormiva su una panchina di un parco. Era riuscito ad arraffare 600 euro, il resto era rimasto in cassa, e qualche banconota l’aveva persa nella fuga. Credo che stia in galera, ma non saprei. Dopo un anno papà ha liquidato tutto, non se la sentiva più di tirare avanti, e ha fatto l’unica cosa intelligente che gli restava: è morto.

Sia lui che la mamma hanno cercato per anni di convincermi. Mi avevano sempre in casa, non facevo che dormire e leggere. Dicevano che dovevo imparare un mestiere, non era necessario che facessi il loro. Un altro andava bene, purché mi piacesse e mi tenesse occupato. Non ho mai visto gente morire di noia, di lavoro sì. A volte penso che lo abbiano fatto per permettermi di invecchiare senza preoccupazioni. Lavorare così tanto, intendo. Comunque, eccomi qua.

Ho fatto un sogno ieri notte, anzi due. Di solito non accade: che me ne ricordi al risveglio. Nel primo, rivedevo mia madre stesa sul pavimento del negozio, il giorno della sua morte. Qualcuno, forse un medico, le aveva tolto il lenzuolo di dosso, per mostrarmela. Aveva gli occhi chiusi, le braccia lungo il corpo. Il sangue le era colato anche dagli angoli della bocca, aveva trovato sul suo tragitto i lobi delle grosse orecchie, e aveva deviato appena per svanire nella capigliatura ingrigita. Era morta, non c’erano dubbi. Lei però apriva gli occhi, alzava la testa per fissarmi e mi parlava, ma non sentivo quello che diceva. Mi guardavo attorno, e nessuno notava quello che vedevo io. Era morta e mi parlava.

Il secondo era più lungo. Ero in treno, non so dove fossi diretto. La vettura di prima classe era vuota. Entra una ragazza, bionda, con un album da disegno e dei colori in una scatola rettangolare di legno. Si avvicina a me e mi chiede di aiutarla. Non ha biglietto. Entra sia il controllore, che un paio di agenti della polizia ferroviaria. Dico loro: è con me, ha solo perso il biglietto. Pago biglietto e multa, e quelli se ne vanno. Lei si siede sul sedile vicino. Dice che sono molto gentile, e che vive facendo ritratti alla gente, si fa pagare e gira il mondo in quella maniera. Arriva da una città della Danimarca, ma parla benissimo italiano. Lei è pronta a farmi un ritratto gratis; rifiuto. Spiego che potrebbe vedermi per quello che sono. Lei pare colpita dalla mia risposta; non insiste, si alza, mi bacia la mano destra e se ne va.

Poi è sera, e passeggio per le vie di un borgo in riva al mare. È estate, c’è musica nell’aria, la gente è seduta ai tavolini dei bar, delle gelaterie e dei ristoranti. Ridono, cantano, hanno tutti voglia di divertirsi. Arrivo su una piazzetta. C’è una ragazza seduta per terra che disegna su dei fogli, è quella che ho incontrato sul treno. Lei mi riconosce, mi grida: “Che bello vederla qui”, e mi saluta con la mano. Mi fa cenno di avvicinarmi.

Le chiedo come va. Si stringe nelle spalle. Dice che si fanno ritrarre ma non pagano, vogliono lo sconto. Mi indica un mucchio di disegni per terra, io li guardo, mi chino e ne osservo alcuni: “Questa è arte”. Lei mi ringrazia. Conosce il proprio talento. Dice: “Cinque euro le sembrano troppi?”. Dico che sono pochi. La gente non conosce il valore delle cose, e apprezza solo quelle che mordono il portafogli, la carta di credito.

“Chieda 50 euro”. Lei scoppia a ridere, dice che sono matto. Però mi guarda: “O forse no”.

Allora le spiego: la gente si è infatuata dei diritti, perché in questo modo annulla ogni differenza e gerarchia. Niente vale di più di un’altra cosa, perché questo sarebbe ingiusto. E se tutto è uguale, e non contiene in sé nulla che lo rende superiore, non c’è bisogno di giudicare. Basta appiccicare delle etichette: bello, carino, amore.
Lei intanto ha smesso di disegnare, mi ascolta con gli occhi sbarrati. Le sorrido, una cosa che capita di rado. E dico che l’unico metro di giudizio che resta per chi non ha più un metro di giudizio, è il denaro. Perché il denaro è inevitabile e obiettivo. Poi le dico: “Le posso offrire qualcosa? Ha mangiato?”. Lei mi confessa che è senza cena.
“Andiamo”, dico io.
Entriamo in un ristorante di lusso. Lei è intimidita mentre si accomoda al tavolo, le dico: “Non si preoccupi. Sono ricco. Prenda quello che desidera. Champagne? Sono astemio, ma per lei lo ordinerò volentieri”. Usciamo dopo un paio d’ore. Lei ha trovato da dormire in un bed and breakfast vicino alla spiaggia. D’un tratto si colpisce la fronte con la mano sinistra: “La mia roba!”. Ha lasciato tutto sulla piazzetta. Corriamo là, non c’è più niente, è già passata la nettezza urbana. Si siede su una panchina, la testa tra le mani. “Lasci perdere”, dico io, “le posso ricomprare tutto domani mattina. Ma lei sa perché se ne è dimenticata”. Alza il capo, mi fissa. Dico: “Ha scelto ciò che le spetta. I diritti la rendono uguale agli altri. Lei è meglio”. Allora balza in piedi, mi bacia su una guancia: “Secondo me, lei è davvero un po’ matto”.
Sorrido di nuovo: “I matti conoscono la verità. I matti e i cattivi”.
Mi sono svegliato e non avevo più mal di fegato.

 

 

 

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