Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Il blog è come un ponte

il blog è come un ponte

 

L’editore di se stesso deve comunicare. Cosa significa però comunicare? Ci sono, semplificando un po’, ma nemmeno troppo, due tipi di comunicazione.

Il primo ti permette di raggiungere rapidamente i tuoi obiettivi. Di solito a pagamento. Mi riferisco in questo caso, sia a quanti si rivolgono a editori a pagamento (di fatto semplici tipografie che però applicano prezzi più alti delle tipografie “normali”).

Sia a quelli che si rivolgono a Google Adwords. Vale a dire la soluzione che permette di creare banner pubblicitari grazie ai quali reclamizzare il proprio ebook.

Come ripeto spessissimo: fai come vuoi. I soldi sono tuoi. Però ricorda questo: per il lettore, se paghi, il tuo valore non è tanto in quello che dici, ma nei soldi che hai sborsato per quel banner.

Qui mi discosto nettamente da tanti consigli, anche autorevoli, che invitano a investire soldi nella pubblicità.

E veniamo ora all’altro tipo di comunicazione, che a mio parere garantisce, nel tempo, maggiori soddisfazioni.

Grazie al blog, la tua comunicazione, oltre a essere libera nei tempi e nei modi (ricordi? Decidi tutto tu), ti garantisce una più precisa definizione del tuo pubblico.

Un editore di se stesso non cerca chiunque. Cerca il suo pubblico. A esso, indirizza il suo messaggio che oltre a essere mirato, mostrerà una maggiore efficacia.

L’efficacia nasce da un insieme di fattori, che possiamo definire come: contenuti di qualità. È il lettore che ti cerca, e ti cerca, e ti apprezza, ogni volta che commenta, che rilancia sulle reti sociali, che investe il proprio tempo nella lettura dei tuoi post. Questo avviene senza alcun esborso di denaro da parte tua. Ecco perché o investi nella qualità, o affondi.

Il lettore cerca te perché sa che la tua voce è autorevole.

Perché dimostri ogni giorno, pubblicando contenuti di qualità, di avere qualcosa da dire. E il lettore ti cerca proprio per questo. Perché fornisci risposte, offri informazioni.

Perché le tue storie sono interessanti.

Il blog è come un ponte, che stabilisce tra un editore di se stesso e il lettore (il tuo lettore) un rapporto destinato a durare nel tempo.


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Il blog è come un ponte

  1. Io però non sono molto d’accordo sulla distinzione che fai tra il promuove su Adword e il blog.

    Io posso essere un esempio tipico. Sono un tuo lettore. Seguo ogni giorno i tuoi post, ho comprato i tuoi racconti. Ma ti conosco e ti seguo perché sono un “addetto ai lavori”. Parli di Blogging, di scrittura e rientri nei miei interessi.

    Ma di solito i lettori, quelli che leggono Marquez, Carver, letteratura mainstream o di genere non si interessano a questi argomenti. La tipologia di lettori è molto ristretta, cioè coloro che vogliono scrivere e pubblicare.

    Strumenti come Adword, facebook ads, i social network e via dicendo, ognuno offre modalità specifiche per rinvolgersi a lettori diversi. Gli strumenti a pagamento sono molto potenti in alcune circostanze.

    Io mi occupo in qualche modo anche di webmarketing per il mio lavoro, e vedo le due realtà incrociate.

    I blog e i profili social ti danno una prospettiva orizzontale per rintracciare i tuoi potenziali lettori, ad ampio respiro. Le soluzioni di marketing a pagamento invece hanno una prospettiva verticale.

    L’esempio più banale e in questo caso molto a limite è questo. Se io volessi farmi conoscere come autore ai lettori forti, che leggono Philip Roth e che potenzialmente utilizzano il Kindle. È possibile? Con gli strumenti a pagamento sì. E solo con quelli puoi creare un marketing da cecchino.

    Hai ragione, non è detto che bisogna utilizzare gli strumenti a pagamento. Soprattutto non bisogna utilizzarli come banner mostrati a chiunque. Però se vuoi usarli possono essere complementari al blog e a qualunque altra strategia gratuita.

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    1. Capisco cosa intendi. Tuttavia credo che ci sia da fare qualche distinguo. Marquez e Carver o Roth li lascerei da parte perché hanno alle spalle uffici di marketing che lavorano per loro (a parte il talento che possiedono, o possedevano). Chi inizia a essere editore di se stesso, e punta sui banner pubblicitari, deve essere consapevole che probabilmente dovrà spendere parecchio. Guy Kawasaki consiglia di spendere sui 10/15000 Dollari a questo scopo, e non li considera una cifra eccessiva.

      A parte che si può tranquillamente investire di meno, si dirà: ma in base a quali criteri? Occorre scovare le parole chiavi; lavorare bene e scartare quelle troppo abusate e individuare quelle poco utilizzate, eppure in grado di trainare il proprio prodotto. Verificare il loro funzionamento e intervenire “in corso d’opera” se qualcosa non funziona come dovrebbe. È un lavoro lungo, certosino, che si può fare e si può anche imparare, rimboccandosi le maniche (o affidandosi a qualcuno che ne sa più di noi).

      A questo aggiungo un certo tipo di lettori: quelli che non amano banner o pubblicità. I più preziosi; ti porteranno al grande pubblico? Non è detto, ma sono quelli che possono fare da traino a un autore che si affaccia sul mercato. Per costoro il banner è lo strumento usato da chi ha i soldi, e vuole rivolgersi a un tipo di pubblico che segue la pubblicità, e che sceglie ciò che va per la maggiore. Ed esiste il rischio di essere scartati da costoro.
      A questo, aggiungiamo anche il tipo di letteratura che un autore fa, o prova a fare. Con le mie idee, se riuscissi ad avere non dico 1000 fans, ma 500, dovrei stappare bottiglie di spumante. I banner pubblicitari? Temo che la caratteristica delle mie storie mal si concili con uno strumento del genere. Non sono e non saranno mai di successo (anche se lavorerò perché siano un best-seller, così come un alpinista lavora per scalare il K2, l’Eiger, senza avere alcuna certezza di riuscirci davvero).

      È fondamentale studiare bene la materia che si lavora, capire il suo potenziale, e in base a ciò impostare la propria strategia. Poi ribadisco: ciascuno faccia quello che preferisce. Ma temo che una strategia “mista”, banner e blog&social, debba prima di tutto tenere conto dell’appetibilità delle storie. Io so che per alcuni sono “troppo”: cupe, pessimiste, richiedono impegno. E le prossime? Idem. Ma non so scrivere altro.

      E grazie per aver acquistato i miei racconti!

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