Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso, letteratura straniera

Lo scrittore si deve togliere di mezzo

lo scrittore deve togliersi di mezzo

Di questo argomento avevo già parlato un paio di anni fa in un post dal titolo un po’ bislacco: La scrittura come nitroglicerina.

Mi piace tuttavia tornarci sopra perché come tutti i pensieri di Flannery O’Connor, ogni tanto occorre rileggerli per scoprire che non solo hanno da dire. Ma dicono ogni volta parecchio di più rispetto alla volta precedente.

Come forse si sa, il pericolo dello scrittore non è il cattivo editore, oppure il pubblico: innanzitutto è lo scrittore stesso.
Buona parte di quanti si incamminano sul sentiero sassoso della scrittura non sa ancora che vive con una sorta di bomba a orologeria tra le mani. E che quel dispositivo finisce spesso nella pagina, e allora addio storia. Benvenuta noia (nella migliore delle ipotesi) o profezia (quando l’autore crede di dover indicare la giusta via al popolo sperduto e pure un po’ bue).

Qui non si tratta di essere asettici: ma di lasciar parlare i fatti.
Qualcuno potrebbe obiettare che troppi scrittori si fanno influenzare dalla loro educazione, ed è questa che innesca una serie di guai.
La replica è: dipende. Un sasso, si fa influenzare da un mucchio di fattori: vento, neve, pioggia, gelo, sole. Eppure è solo un sasso; figuriamoci un essere umano. Non è l’educazione, le scuole, o il punto di vista che rappresentano il problema.

Il problema nasce quando lo scrittore non si toglie di mezzo (come brutalmente consiglia di fare Flannery O’Connor), e decide di “spiegare”.

Se lo spieghi ci sono ottime probabilità che nella tua testa ci sia un veglione di Capodanno in corso, che sarà anche bello e divertente: ma non è il modo migliore per scrivere qualcosa di interessante.

In una storia, ci insegna Flannery O’Connor (ma anche Cechov), ogni elemento parla. Luce, sporco, vento. Anche una stufa. Il problema è riuscire ad ascoltarli. Quando questo non accade assistiamo a una specie di circo: c’è questo tizio, che poi sarebbe l’autore, che corre da una parte all’altra a fare cose che non gli spettano. Fa il domatore di leoni (e perde due dita della mano sinistra), il clown (si sloga una spalla), il musicista dell’orchestra (però non sa suonare), il cavallerizzo (cade da cavallo e batte con la testa), il trapezista (finalmente si sfracella sulla pista).

Prima di dirmi se e come pensa un personaggio, piazzalo sulla pagina. Invece di spiegarmi che tipo è, mostrami cosa fa. Le azioni indicano meglio di qualunque altra cosa la natura di un personaggio.

Soprattutto (diceva Flannery O’Connor) occorre avere ogni personaggio davanti agli occhi. Grande o piccolo non importa: anche quelli piccoli hanno i medesimi diritti di quelli importanti. Un bravo autore è democratico.

In “Delitto e Castigo” Svidrigàjlov parte per l’America (si fa saltare le cervella); e lo fa davanti a un pompiere in modo che il gesto sia “ufficiale”. Eppure Dostoevskij rende magnificamente questo personaggio che nel romanzo occupa solo una manciata di righe.

Quando un personaggio qualunque viene sostituito da noi stessi, iniziano i guai. Certo, chi scrive ha un ego smisurato, ed è pure presuntuoso. E costui o costei deve imparare a mettere il guinzaglio a queste sue qualità, se non vuole esserne travolto. Difficile? Sì, ed è giusto che sia così. Ma cosa è più importante: la storia, oppure noi stessi?

 

Dimenticavo: buon 2015.


Prima la storia, poi il lettore

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Raccontastorie

2 pensieri riguardo “Lo scrittore si deve togliere di mezzo

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