Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

L’identikit del lettore debole

identikit del lettore debole

 

Quando la tua storia è pronta, immagini di doverti rivolgere al lettore forte. Quello che divora libri su libri, sempre alla ricerca di buone storie, sempre curioso. E se questo invece fosse troppo semplice?

Proviamo a rivolgerci non solo al lettore forte, che è necessario perché spesso ha un’intelligenza tale da svelarci aspetti, della nostra scrittura, del tutto ignoti a noi stessi.
Parliamo del lettore debole.

Tutti lo evitano e lo accusano delle peggiori cose proprio perché non è forte; perché legge robaccia (se legge).

È lui la rovina d’Italia, si dice. Un bifolco che pascola nelle librerie solo nelle festività natalizie, e che titoli chiede? Se riesce a pronunciarne il titolo senza storpiarlo (e se accade, avremo qualcosa di divertente da raccontare in giro, per rimarcare la nostra superiorità), vorrà libri facili.

Vediamo però di conoscerlo un po’ meglio, e chissà non si riesca ad avere qualche idea anche per noi, per la nostra opera. Lo so che per te sembrerà una perdita di tempo: però rammenta questo. Se tu eviti questo bizzarro essere che confonde Tolstoj con Dostoevskij (anzi: crede siano la stessa persona*), forse lo fai perché non saresti capace di spiegargli cosa scrivi.

Quando la tua storia non arriva a un potenziale lettore, probabilmente il problema o è in te, o è nella tua storia. Il resto sono alibi di chi si crede superiore e usa le storie per segnare la distanza tra se e gli altri.

E mi verrebbe da aggiungere: Fine della discussione, ma c’è da scrivere ancora qualcosa.

Se tu vendi un prodotto, non puoi limitare il tuo pubblico. Non puoi seriamente affermare: “Questo è il mio pubblico, e basta”. Perché non è possibile prevedere che cosa accadrà. In che mani finirà. E tu devi sperare che finisca nelle mani più imprevedibili.

Se quindi riuscirai a farti le giuste domande del lettore debole; se indosserai i suoi scomodi panni, ne trarrai comunque beneficio. Perché costui o costei ti costringeranno ad affrontare aspetti della tua opera che hai di certo lasciato in ombra. Senza nemmeno prenderli in considerazione.

A mio parere, queste sono le domande che devi porti, e alle quali devi rispondere:

  • Che cosa spaventa il lettore debole?
  • Perché si affida alla concorrenza (i bestseller che tu aborri)?
  • Che idee ha il lettore debole?
  • Cosa lo induce a comprare?
  • Che cosa, al contrario, lo convince a non comprare (vale a dire: pregiudizi, elementi sciocchi o ridicoli; idee sbagliate. Insomma: quali sono gli ostacoli da superare)?

Un lettore è debole perché non trova alcun autore capace di conquistarlo. Parliamo di “rivoluzione dell’ebook”, ma che significa? Che tutti potremo pubblicare qualcosa? A me pare che la rivoluzione sia qualcosa di un po’ diverso: Gutenberg avvicinò alla lettura persone che prima non potevano permettersi la spesa di un libro. Charles Dickens avvicina alla lettura la borghesia inglese che si affaccia al benessere, e desidera leggere delle belle storie che siano in grado di divertirla, e farla riflettere.

E la rivoluzione dell’ebook a cosa serve? Avvicina il lettore debole oppure no? E se non lo avvicina (a dispetto del prezzo spesso basso dei libri elettronici), che cosa stanno sbagliando gli scrittori di ebook?

Pensaci: ci sto pensando pure io…

*Rizzoli, il fondatore della Rizzoli e della Biblioteca Universale Rizzoli (BUR) credeva fossero la stessa persona.


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

12 pensieri riguardo “L’identikit del lettore debole

  1. L’ebook non avvicina il lettore debole, lo allontana, semmai. Per leggere un ebook serve un ereader, quindi spendere 100 euro. Se il lettore debole legge poco, spende anche poco, quindi non credo che sia disposto a investire 100 euro per poter acquistare libri elettronici a una manciata di euro.

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    1. Quello dell’ereader è in effetti un problema… Forse allora stiamo parlando di una rivoluzione che non c’è? Oppure, crediamo di raccontare storie ma le persone non ne percepiscono affatto il valore, e quindi non sono disposte a spendere 100 euro per un lettore di ebook? Forse le storie che raccontiamo non hanno la capacità di far scoccare la scintilla (e poi chi scrive non è nemmeno capace di “vendersi” nel modo giusto).

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      1. Giusto! Il tablet o lo smartphone ormai ce l’hanno tutti, e hanno installata l’applicazione per la lettura di ebook. Allora, che sia colpa nostra? Non sappiamo “venderci”, né raccontare storie capaci di attirare il lettore debole? In fondo ribadire che le cose sono brutte alla fine non ci porta da nessuna parte. Tentare di riflettere su certi aspetti, può aiutare a capire meglio anche la direzione del nostro lavoro, la sua qualità.

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  2. Concordo con Daniele sul fatto che l’ebook allontani il lettore anziché avvicinarlo. Questo tipo di lettore, intendo. Secondo me il “lettore debole” semplicemente trova la prima cosa che c’è sullo scaffale. E il principio è il medesimo che muove il marketing tech, secondo cui tutti devono avere un iPhone. “L’hanno letto tutti, deve essere figo per forza!”.
    Lo scrittore di ebook sbaglia una cosa: la promozione.
    Se osservi gli autori indie italiani ti accorgerai di quanto siano scadenti in fatto di promozione, salvo alcune eccezioni da tenere a mente come esempi da seguire.
    Tu invece dove trovi la “falla” degli autori indipendenti italiani?
    Pensi che l’ebook avvicinerà o allontanerà il lettore?

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    1. Sulla promozione sono d’accordo.
      Sull’ebook e il lettore debole mi sto facendo queste domande perché o è una rivoluzione che avvicina più gente alla lettura, oppure è “fuffa”. Il punto è che probabilmente le nostre storie non parlano alle persone. Non hanno quel valore che si scova in Zola, Dickens, Tolstoj. Il lettore potrebbe “investire” nell’ebook se percepisse in esso (o almeno in alcuni), un valore.

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      1. Secondo me non possiamo fare paragoni con scrittori del passato. Cambia il contesto sociale-culturale nel quale si sono mossi e, di conseguenza, il loro pubblico. Adesso non so quantificare, ma proviamo a fare una verifica: molti autori (Dickens in primis) sono di pubblico dominio, dunque i loro romanzi scaricabili gratuitamente in ebook. Amazon, in vetta alla classifica dei romanzi gratis in questi giorni, ha il Grande Gatsby. Si potrebbe rapportare la vendita di classici cartacea con quella in formato digitale, e vedere se effettivamente il problema è legato al supporto, o agli autori. Proviamo a guardare poi le classifiche di narrativa e rapportare le stime di vendita su entrambi i formati. Sono certa che il cartaceo prevalga anche nel caso di Ken Follett. Il motivo è che, semplicemente, il digitale è ancora lontano dall’essere sdoganato e che i romanzi di autori famosi costano troppo, per un supporto simile. Sette, otto, dieci euro per un ebook chi li spenderebbe?
        Il valore all’ebook (inteso come valore artistico) lo diamo noi. Per questo lanciare un ebook gratuito è sbagliato: sminuisce il valore dell’opera. Anche Daniele lo scrisse in un suo articolo: un ebook di 400 pagine non può costare 0,99 centesimi. Siamo i primi a dover dare valore a ciò che produciamo. E gli altri lo percepiranno come tale.

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      2. È giusto quello che dici: non possiamo fare paragoni col passato. Tuttavia è indubbio che ogni rivoluzione (Gutenberg per esempio) ha avvicinato una fetta maggiore di persone alla lettura. L’ebook non fa questo? È solo per permettere a ciascuno di noi di esaltare il proprio ombelico dicendo “Anche io ho pubblicato in digitale?”.
        A mio parere, perché il digitale diventi davvero di successo, e induca le persone a dargli credito (“sdoganarlo” come dici tu), occorrono delle storie che parlino alle persone. Occorre un Dickens (sia chiaro: non mi sto candidando, sto solo cercando di capire). E forse questo Dickens non c’è. Certo, il Kindle costa 50/100 euro: però lo smartphone ce l’hanno tutti, e un po’ tutti hanno un’applicazione per leggere libri. Non solo: l’iPod costava di più di ogni altro lettore mp3 in commercio, eppure ha dato via alla rivoluzione della musica online. Quindi mi chiedo: abbiamo il Kindle (quindi: l’iPod). Se la gente non compra ebook forse il difetto è nelle storie che sono mediocri? Negli scrittori che parlano solo a se stessi? Che invece di raccontare storie, pontificano?
        Non dimentico però che la musica è più popolare della lettura, e che quindi l’esempio dell’iPod va preso con le dovute cautele…

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  3. Il lettore debole non è tale perché non può permettersi l’acquisto dei libri (altrimenti con le biblioteche il problema era già risolto), ma perché… non li legge.
    Non è una questione di formato cartaceo o digitale ma di educazione alla lettura.

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    1. Infatti ritengo che quello del prezzo sia un alibi.
      Sull’educazione alla lettura sono abbastanza d’accordo, ma da un po’ di tempo sto riflettendo se non sia anche colpa di chi scrive. Dickens e Dostoevskij affondavano le mani nella cronaca e consegnavano al lettore grandi storie. Forse adesso si affondano le mani nella cronaca ma solo per fare del chiacchiericcio? E per questo le persone non sono affatto incuriosite dai libri? Ipotesi, le mie…

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      1. Punto il dito anche verso scuola e insegnanti che difficilmente riescono a far passare il libro come un mezzo per divertirsi. Personalmente la scuola me li ha sempre fatti odiare e li ho scoperti anni dopo

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      2. Sì, anche per me è stato un po’ così. Però non mi sento di calcare troppo la mano sugli insegnanti: ho ricordi belli a proposito di alcuni di essi (la mia insegnante di musica per esempio), appassionati della loro materia ma costretti ad acrobazie incredibili per mancanza di aule e risorse.

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