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Il processo della scrittura

copertina sola a presidiare la fortezza

 

Vuoi scrivere racconti e sei a caccia di qualcuno che ti dia una mano con consigli, ricette, strategie?
Il Web rigurgita di pagine che indicano quale programma utilizzare, come procedere grazie alle schede e via discorrendo. E poi?
Ricominci a cercare una nuova e differente voce che ti sveli l’ingrediente segreto, in una corsa infinita che probabilmente non si concluderà mai. Vuoi sapere perché non ne verrai mai a capo? Bene: prima però di tentare una risposta a questo quesito, una breve premessa.

Il processo della scrittura

Tu scrivi, quindi usi parole, segni di interpunzione e via discorrendo: tutto materiale utilizzato da Leonardo Sciascia, Ignazio Silone, eccetera eccetera. Quello che molti non colgono è che mentre scrivi non fai altro che avvicinarti, procedere appunto: senza mai cogliere davvero tutto. Quel: “non cogliere davvero tutto” è sempre imbarazzante, perché un panettiere, un meccanico, sapranno dirti come fanno il pane, come riescono a individuare il guasto del motore.
Chi scrive no, ma credo valga lo stesso per chi dipinge o scolpisce. Una macchina è più limitata di un essere umano, che invece è la mina vagante per eccellenza; quando decidi di scrivere, inizi un processo che però non sarai mai in grado di spiegare. Perché la materia al quale applichi la parola è imprevedibile, ma la parola stessa non sa cogliere tutto. È limitata.
Demoralizzato? Bene, allora procediamo!

L’esperienza insegna il silenzio?

Più scrivo racconti, più il processo della scrittura mi pare misterioso e meno mi sento in grado di analizzarlo. (…) ma niente produce silenzio quanto l’esperienza”.

La frase è di Flannery O’Connor. Puoi leggere la mia recensione su “Nel territorio del diavolo”, quando ancora scrivevo recensioni. Certo, possiamo svicolare abilmente affermando che una scrittrice, uno scrittore, in base al periodo che vive, cambia le proprie idee sulla scrittura. Magari in un’altra circostanza la sua opinione è differente (infatti accade proprio così), ma il punto è un altro.
Siccome non si troveranno mai 2 scrittori in grado di essere d’accordo su come scrivere un racconto; oppure su che cos’è un racconto. O ancora da dove “arriva” un racconto… Ebbene, forse il silenzio è davvero la soluzione ideale.
Come dici? Si tratta di una posa? Di chi vuol fare il prezioso e non condividere il “segreto” con la massa?
E se il segreto non ci fosse?

Si può fare! (Ma non basta)

Sedotti dall’idea che tutto deve avere una spiegazione logica, e che proprio per questo sia possibile replicare il “fenomeno” scrittura all’infinito, come un fenomeno scientifico qualunque, invecchiamo serenamente tra lezioni, corsi, letture di manuali. E al termine di un tale giro ne sappiamo quanto prima. Certo, magari abbiamo imparato a rispondere a tono. Potremmo persino organizzare un corso di scrittura (a pagamento), ma sono quasi certo che se dovessimo spiegare cos’è un racconto, avremmo ancora la solita esitazione. Con la differenza, rispetto a prima, quando eravamo ignoranti, che dopo l’esitazione risponderemmo a tono. Rimasticando parole prese da decine di letture fatte in giro, assemblate in maniera più o meno ordinata. Ma pure in esse non sarà presente alcuna parola definitiva, alcuna verità.
Il silenzio potrebbe essere la soluzione definitiva.
Di fronte ai proclami che un po’ dappertutto ci dicono che “Si può fare!”, perché basta volerlo: forse occorre affermare qualcosa di diverso. Vuoi farlo? Puoi farlo? E fallo pure, si capisce. Ma ti muovi come sempre in un banco di nebbia fitta, e il solo vantaggio che hai, è che gridi di continuo che TU conosci la strada.
Ma è falso.

Ecco come scrivere racconti

E allora? Vuoi davvero sapere, nonostante tutto, come scrivere racconti?
Vediamo: evita le scuole che promettono, garantiscono, assicurano, e stai ben distante da tutte le strategie vincenti.
Dai un po’ di credito a quelle poche voci (in genere gratuite), che ti insegnano cosa NON fare, quali comportamenti evitare nella scrittura. E buona fortuna. Ah, dimenticavo: scrivi tanto (ma solo dopo aver letto tanto).

La domanda delle 100 pistole

Che cos’è per te il talento? Esiste?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

23 pensieri riguardo “Il processo della scrittura

  1. Prima di rispondere alla tua domanda, vorrei fare una postilla.
    Il 13 febbraio ho frequentato un corso di aggiornamento, qui in ufficio, nel quale è stato spiegato il concetto di “processo”, e come funziona in un’azienda.
    Il processo è un insieme di attività che trasformano imput in output. Per fare ciò, ci si serve delle quattro m: “machines”, “methods”, “materials” e “men”.
    La scrittura è un processo in quanto trasforma le idee in un racconto, o in un romanzo. Per fare ciò ci si serve di macchine (il computer, il registratore e affini) metodi (nel nostro campo assolutamente soggettivi) materiali (tangibili o intangibili, documenti, intuizioni ecc.) e uomini (lettori-cavia, editor, fonti di informazioni).
    Come un processo si adatta alla realtà aziendale, allo stesso modo la scrittura si adatta all’autore, alle sue aspirazioni, al suo talento, che esiste e offre qualcosa in più.

    P.S. Non ho ancora scritto quel post perché non mi piaceva mescolare il lavoro e la creatività. Ma magari lo farò. 🙂

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    1. Interessante questo corso di aggiornamento, e pure la tua analogia! In effetti hai ragione, usiamo metodi che si adattano a noi, o che modifichiamo o plasmiamo per renderli adatti ai nostri bisogni. Attendo comunque il tuo post 🙂

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  2. Sì, il talento esiste, esiste nelle persone fin dalla nascita e nella vita, prima o poi, viene fuori. Ecco, per me il talento è un dono di natura, che va intuito e non ignorato; coltivato, perfezionato, curato fino a farne “arte”: scriviamo tutti, ma “saperlo fare” è altro.
    Io sto provando a capire se sto coltivando il mio talento nella scrittura o se sto solo sperando di averne uno!

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    1. Credo anche io che sia un dono, ma a volte temo che basti poco per guastarlo. Io mi accontenterei di averne solo un po’, ammetto che vorrei averne in quantità ciclopiche, come Dickens o Garcia Marquez, ma bisogna anche accontentarsi.

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  3. Letto il post e relativa domanda, come l’intervento sul concetto di ‘processo’
    Dunque se uso un processo nella scrittura ne può – uso il verbo potere perché il risltato non è certo – uscire un qualcosa che tecnicamente è perfetto ma piatto nella sostanza. Perché? Il processo è una sequenza di passi tutti uguali, standardizzati e codificati. Ad esempio in campo informatico la scrittura di un programma avviene per processi, studiati a tavolino. Se scrivo per processi, come ha illustrato la gentile Chiara, difficilmente chi scrive è un creativo. Qualcuno parla di ‘processo creativo’ Un classico ossimoro, perché il processo è razionale, il creativo è irrazionale.
    Dunque veniamo alla domanda: esiste il talento? Secondo me sì. E’ quella componente personale che non rispetta le regole – i processi – ma che si sviluppa secondo linee non prevedibili. Chi ha talento, emerge. Forse non diventa ricco, forse nemmeno famoso ma di certo di stacca dalla marea che usa il ‘processo’.

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    1. Sono abbastanza d’accordo con quanto affermi, però credo anche il talento, che deve esserci, debba essere disciplinato. E il processo è un po’ come i binari della ferrovia: sopra ci passano i vagoni e al loro interno succede di tutto, c’è di tutto. Ma senza i binari finisci nei campi.

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      1. Per me sono confini ristretti. Già dover correre su dei binari implica una stazione di partenza e una obbligata di arrivo. Poi stare nel chiuso del vagone limita la visuale.
        Se uso una strada invece posso scegliere, e la creatività sono scelte non obbligate ma dettate dal momento, ad ogni incrocio quale altra strada percorrere.
        Capisco che può sembrare anarchia all’osservatore esterno ma se c’è talento, esce qualcosa di originale. Prendi Van Gogh. Aveva talento e creatività e sono usciti quadri meravigliosi.

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      2. Capisco. Ma a parer mio bisogna rovesciare la prospettiva e non guardare ai confini (o limiti) come a una violenza, ma come a una delle tante sfide che la vita ci riserva. Raymond Carver scriveva nei ritagli di tempo, chiuso in macchina nella rimessa. Sarebbe stato diverso se… Certo. Sarebbe stato migliore? Non credo. Un talento sotto pressione, se c’è, riesce a creare le cose migliori.

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      3. Può darsi. Raymond Carver scriveva lì ma era libero di muoversi con la fantasia e l’immaginazione.
        Non confondiamo la location con la possibilità di esprimersi liberamente. Treno o strada non indica un aspetto fisico ma idealmente come deve operare la testa dell’autore.

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      4. Per me la libertà e la disciplina vanno a braccetto. Non riesco a vederle in contrapposizione, ma forse è un mio limite. L’idea dell’autore che spazia di certo esiste, ma credo che ci sia all’inizio, come idea appunto. Poi individua i temi a lui cari, quei temi che lo accompagneranno sino alla fine, e scrive di quelli. Si lega a essi. All’interno di quei temi spazia? Può darsi: ma lo fa comunque dentro a un mondo limitato, con le sue leggi. Può uscirne? A volte, per esplorare altri generi, ma di solito preferisce restare dentro quei binari. Perché non li vedrà mai come costrizione, ma come vie che lo condurranno comunque distante.

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      5. Comprendo il tuo punto di vista ma non lo condivido. Le regole sono la razionalità, il ragionare seguendo le regole. La creatività, la fantasia non sono sinonimo di libertà ma di sensazioni istintive, irrazionali, il non seguire delle regole fisse ma di volta in volta quello che si percepisce e ci circonda.

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    1. Il mondo però è matto e ormai anche se non hai benzina finisci in classifica. Se sei “famoso”, troverai una casa editrice che ti proporrà di scrivere un libro. Pazienza, io continuo a leggere…

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  4. Secondo me il talento esiste sotto forma di facilità istintiva nell’abbordare qualcosa, ma da solo conta poco o niente. Se invece lavori per coltivarlo conta, eccome! Del resto, se non lavori per coltivarlo, come fai a sapere se ce l’hai? Eh eh, è un barbatrucco. 😉

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  5. Una delle cose che mi mancano rispetto a quando tenevo la scrittura per me, e non condividevo scritti nè opinioni su internet, è proprio il silenzio. Certo, dobbiamo pubblicizzare, intervenire, farci sentire… ma mi manca l’eleganza, la saggezza del silenzio, che è una risposta perfetta per la maggior parte delle annose questioni (della scrittura, e della vita). L’assenza di risposte mi aiuta a riflettere meglio, e avere un rapporto più serio con la mia vita interiore e intellettuale, ma devo dar via un po’ di questo “mare calmo” per produrre qualcosa di costruttivo nella mia vita 😛

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