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Il significato di una storia: a chi importa?

il significato di una storia

 

Qual è il significato di una storia? Ne deve avere uno? Mi rendo conto di essere io il primo ad affermare che ci sono storie e storie, e che spesso le migliori sono quelle che hanno un significato.
E allora? Allora eccoci tutti armati di lente d’ingrandimento, e come tanti emuli di Sherlock Holmes andare a caccia del senso di una storia, e finché non lo scoviamo non troviamo pace. Ma…

Una storia non è una caccia al tesoro

Prima di tutto facciamo un poco di ordine: una storia non è una caccia al tesoro. Dove il lettore è chiamato a scovare il premio e con questo andarsene via tutto soddisfatto. Anche per un motivo “pratico”, se vogliamo definirlo così. Quando si prende in mano “Casa desolata”, del significato della nebbia, oppure della critica di Charles Dickens alla lentezza della giustizia inglese (ricorda qualcosa?), non ce ne importa nulla. Non ne sappiamo nulla e neppure prenderemmo in mano quel libro, forse, se ci svelassero la presenza di questi elementi. Cerchiamo qualcosa di ben differente.
Forse dopo, se ne avremo il tempo e la voglia, andremo a scavare e con una manata sulla fronte diremo “Ma certo!”.
Cormac McCarthy ci mostra quanto la cultura americana sia intrisa di violenza, come quel Paese basi se stesso proprio sul fucile e sul sopruso? Sì, ma anche in questo caso, dopo. E prima che cosa c’è? Cosa dovrebbe esserci? La risposta ce la offre Vladimir Nabokov…

Tra le scapole

In una bella introduzione proprio a “Casa Desolata” di Charles Dickens, Nabokov scrive:

… la sede del piacere artistico è tra le scapole”.

Bam! Fine della discussione. A questo punto si potrebbe iniziare un lungo e dotto discorso su come diavolo riuscire a piazzarsi tra le scapole, partendo dalle nude parole. Chi scrive è una persona disarmata: niente mimica facciale, niente gestualità, niente tono della voce. Tutto l’armamentario che una persona può sfoderare quando racconta un episodio divertente o di terrore, sulla pagina bianca non trova posto. Ci si deve affidare alle parole, che però hanno un potere difficile da gestire. Devi trovare la parola giusta, e poi piazzarla anche nel modo giusto, in modo da creare una gerarchia perfetta ma fragile, che renda l’intera frase, parte di un grandioso meccanismo a orologeria che chiamiamo “storia”. E che dovrebbe procedere senza intoppi sino alla sua conclusione.

Prendere esempio da… Firefox!

Torniamo un momento al “piacere artistico tra le scapole”? Perché quello che una storia lunga o breve (romanzo o racconto), dovrebbe regalare a chi legge, è proprio nella frase del buon Nabokov. La rivelazione, se mai ci sarà, verrà dopo. Un po’ come il navigatore Web Firefox: è diventato un successo perché funzionava, non perché fosse Open Source. Alla gente non interessava, ma piaceva perché era veloce e sfoderava caratteristiche che Internet Explorer non aveva. Solo dopo qualcuno ha scoperto che era Open Source, ha cercato di saperne di più, e infine ha sposato in toto questa filosofia. Ma sono una minoranza, certo.
E chi scriveva righe di codice su righe di codice, badava proprio a costruire qualcosa di affidabile e intuitivo, prima di tutto. Perché solo in questo modo, dopo, qualcuno avrebbe desiderato saperne di più su chi c’era dietro un simile progetto.
Quindi bisogna scrivere e basta? Non sono molto d’accordo, ma partire immaginando: “Adesso scriverò una storia sulla pressione che le grandi multinazionali della Silicon Valley stanno facendo sull’uomo medio occidentale” è qualcosa che spinge al sonno in 3 secondi netti. Le storie migliori sono quelle che il significato ce l’hanno ma “fiorisce” da sé. Dal loro interno, senza una regia. Non dico che questo debba accadere all’insaputa di chi scrive (forse sarebbe troppo): ma un grande romanzo prima di tutto è una storia che funziona. Un motore che gira, suona e canta (a volte tossisce pure: succede!). Il significato, quando c’è, è connaturato alla storia stessa. Quasi non si vede, non si nota.

La domanda delle 100 pistole

Quanti romanzi ti hanno fatto sentire il brivido di piacere tra le scapole?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

14 pensieri riguardo “Il significato di una storia: a chi importa?

  1. Moltissimi e sono quelli la cui storia non voleva insegnare niente, però il loro significato scivolava dentro la storia stessa. Credo che l’idea del piacere artistico tra le scapole sia di grande efficacia evocativa!

  2. Una volta ho letto che non occorre dannarsi per trovare il senso della storia in fase di progettazione, perché, se la storia è valida, emerge spontaneamente durante la prima stesura e rafforzato in fase di revisione.
    Di romanzi che mi hanno fatto venire il brivido ce ne sono tanti. Uno che secondo me ha un significato piuttosto forte, nonostante sia un po’ volgare e a tratti blasfemo, è “A volte ritorno” di John Nieven.

    1. Il significato deve esserci quasi all’insaputa di chi scrive. Ignazio Silone raccontava che aveva ricevuto una lettera da un gruppo di lettori perché chiarisse il senso di un dialogo. Ma lui stesso lo aveva scritto senza pensarci troppo su. A dimostrazione che la tua affermazione è esatta!

  3. Quando si comincia a scrivere, si ha un vago senso di dove si vuole parare. Poi la storia prende corpo e cammina da sola. Non ho mai creduto che i grandi scrittori, quelli con la S maiuscola, si siano messi al tavolino con fogli di carta e penna e abbiano cominciato a creare la storia coi personaggi, con le situazioni, ecc.
    Forse mi sbaglio ma non credo. Questo modo di pensare, che tutti i media hanno sponsorizzato, serve solo a far vendere qualche libretto su come scrivere una storia di successo.

  4. Il modo migliore per non comunicare un concetto profondo è decidere di scrivere una storia su quel concetto profondo.
    Poni i personaggi nel loro contesto. Studiali, comprendili: la storia nasce così. E quando è terminata, scopri che – sotto – c’è un concetto profondo.

    Per me è molto difficile provare un brivido quando leggo. I libri che mi emozionano così si contano sulle dita di una mano: il Signore degli Anelli (banale? E allora?), il Compagno Don Camillo, Una Giornata di Ivan Denisovic, 1984, La Storia Infinita. Poi non nomino i miei racconti preferiti di Flannery O’Connor, perché con te sfondo una porta aperta! 😉

    1. Ah, Flannery! Sì, sfondi una porta aperta in effetti!
      I brividi li ho provati con Dostoevskij (“Delitto e Castigo” per dirne uno), Dickens (“Casa Desolata”, ma non solo), Tolstoj (“La morte di Ivan Ilic”). E anche alcuni racconti di Raymond Carver (e di Flannery!).

  5. Sono fortunata, perché mi è capitato spesso. Non faccio titoli perché, essendo una dimenticatrice-lampo, finirei con il citare i titoli che meglio ricordo, piuttosto che i più importanti.

    1. Io qualche titolo l’ho già fatto sia nei commenti a questo post che… coi post! Direi che Dickens è uno degli autori che ci riesce (quasi) sempre, ma non è certo il solo!

  6. Sono d’accordo con Nabokov (proprio uno di quelli che mi fa “battere le scapole”)… lui è proprio uno che non vuole insegnare nulla, ci si impegna proprio, a non insegnare niente, ed è questo che me l’ha fatto amare. Per me le storie migliori sono quelle che parlano della vita con sincerità, a cuore scoperto, senza volerti indicare alcuna strada.

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