Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

L’architettura di una storia

architettura di una storia

Quando si sente parlare di architettura di una storia, in realtà si corre un duplice rischio. Il primo: quello di proporre un metodo di lavoro che alla fine “gela”, ingabbia la storia in una delle tante formule e strategie vincenti, che spesso si trovano in giro sul Web.
Il secondo: ritenere che sia una camicia di forza che intrappola la nostra “ispirazione”. In realtà sono entrambi sbagliati, e per questa ragione troverai qui di seguito solo delle riflessioni. Anche banali, probabilmente.

Ogni lavoro è serio

Davvero, anche scrivere è un lavoro serio. Che poi i risultati siano deludenti è un altro paio di maniche. Quando perciò, senza alcuna indicazione da parte del tuo medico di famiglia, decidi di scrivere, sai che dovrai farlo seriamente.
Vale a dire: la parola è un mezzo limitato, che richiede una cura e un’attenzione del tutto particolari. Perciò è necessario parlare di “architettura di una storia” proprio per fissarsi nel cranio l’impegno che andrai ad assumerti. Nessuno te lo ha chiesto e probabilmente pochi noteranno negli anni a venire, i tuoi lavori. Non è una ragione valida per perdere ogni contatto con la realtà e fuggire in mondi fantastici.
D’accordo, mi dirai: che cosa diavolo vuol dire “architettura di una storia”?
Buona domanda, sul serio.

Che cos’è l’architettura di una storia?

Col termine “architettura” ci si riferisce al modo, alla struttura in cui le parti di una storia sono concepite e poi realizzate. È una faccenda, come puoi immaginare, che agli inizi si ignora: perché si è inesperti. Perché il “sacro fuoco” ci possiede, e crediamo che scrivere sia riempire pagine e pagine. Che riflettere, studiare come ottenere una certa scena sia svilire la scrittura.
Dopo qualche tempo, ci si rende invece conto che diventa necessario “pensarci su”. Organizzare il materiale, esporlo in una prima stesura molto acerba, metterlo a punto, fare in modo che il mondo che si costruisce funzioni, proceda, accompagnando il lettore sino al finale.
Si potrebbe pensare che sia qualcosa da fare con una storia lunga (il romanzo), che con una breve (il racconto). Non è così: se non altro perché anche un racconto sfodera (più o meno), un inizio, una fine e nel mezzo… nel mezzo quello che ci deve stare!
Ricordiamoci che il primo materiale per costruire questa “architettura” è la parola scritta. Sembra una banalità solo per chi non si è mai davvero messo a scrivere. Il racconto orale può contare su mimica, tono della voce, gesti… La parola scritta non ha niente del genere, è più limitata. Una buona conoscenza di questo materiale da costruzione, una sua frequentazione che abbia come obiettivo la scoperta delle sue qualità e limiti è fondamentale. Ecco perché occorre leggere parecchio: è l’unico modo che hai a disposizione per maneggiare con la dovuta perizia la parola. Il tuo materiale da costruzione.

Da lettore a scrittore

Come ripeto spesso, nessuno ti domanderà mai di scrivere: è una tua scelta. Di certo dopo qualche tempo ti renderai conto che leggere, e leggere per cercare di diventare uno scrittore sono due faccende differenti. Ci si innamora di un autore, si stravede per lui, per poi vederne limiti e difetti (perché li ha sul serio, non per spirito di rivalsa!). Insomma, se si ha l’ambizione di scrivere, dopo un po’ si affronta la pagina scritta da altri con uno sguardo diverso. Si cerca di capire come si costruisce una certa scena, il dialogo. Si desidera ficcare il naso nell’officina della scrittore per carpirne i segreti. E anche se in seguito ci si rende conto che ogni autore ha i suoi sistemi, e modi, si legge e si cerca attraverso i sistemi usati da altri, per trovare i propri.

La domanda delle 100 pistole

Qual è il tuo stile di lettura? È cambiato il tuo modo di leggere nel corso del tempo?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

12 pensieri riguardo “L’architettura di una storia

  1. Più leggo, più mi scopro a notare l’intelaiatura, le colonne portanti e i contrappesi delle storie che leggo. Ormai è più forte di me: “ah, che intelligente! Ha fatto accadere questo evento adesso e non prima, ha fatto capitare questo al tale personaggio in modo che a questo punto della storia sia nella tale condizione…”
    Chi non scrive pensa che sia una guastafeste. Che mi stia “rovinando” la lettura con pensieri complicati…come se ignoranza e divertimento facessero rima.
    Ad affascinarmi di più sono i libri di cui non riesco a vedere l’intelaiatura: significa che il loro scheletro mi è del tutto sconosciuto e, se li studio a fondo, posso imparare moltissimo. Insomma, scrivere è un lavoro da scienziati 🙂

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  2. Più che altro sono cambiati i miei gusti e le mie esigenze. Prima leggevo soltanto per vivere dentro la storia narrata, adesso leggo con occhio critico: la storia è sempre al centro del mio interesse, ma mi concentro anche sullo stile dell’autore, sottolineo parti di cui mi piace particolarmente la struttura, memorizzo vocaboli nuovi o molto in sintonia con i miei pensieri. Diciamo che leggo a 360 gradi.

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  3. Sì, sono cambiati molto, ma anche grazie al lavoro che faccio.
    Prima non mi capitava mai di accorgermi di un refuso. Davo per scontato che fosse tutto corretto, perché pubblicato, ma ora gli occhi scorrono e scovano!
    Dialoghi, descrizioni, trame leggo e cerco di capire come ogni autori costruisca il suo mondo, la sua storia e continuo a leggere, anche se il libro non mi entusiasma.
    Come mi dico sempre: ho uno stomaco forte e poi è divertente e bello vedere come gli altri scrivano.

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    1. Sì, ed è pure bello ficcare il naso dietro le quinte, vedere come Scott Fitzgerald, Dostoevskij o Carver lavoravano. Però non per copiare, perché loro erano unici, e pure noi dobbiamo ricordarci che siamo unici. Ma per evitare gli errori più grossolani.

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  4. Purtroppo no, non è cambiato. So che mi farebbe bene studiare come scrivono gli autori che mi piacciono, ma continuo a farmi inghiottire dalla storia (quando posso) e farmi risputare alla fine, senza avere consapevolizzato nulla. Almeno all’apparenza. 😉

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