Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Come parlare al lettore?

come parlare al lettore

In un post precedente dal titolo “È davvero difficile scrivere?” mi ero domandato: come parlare al lettore? E non avevo dato una risposta. Certo, è un sistema altamente diabolico che ha come fine quello di alzare l’attenzione, caro lettore o lettrice. Di illuderti che chi scrive (nel caso ti fossi distratto: io) sa, e ai tuoi occhi è una specie di esperto o guru che dir si voglia.
Siccome devo tentare di mantenere questa illusione ancora un po’, proverò a farlo con una domanda uguale al titolo del post eppure differente: “Come parlare al lettore?”.

La vita è quella cosa che scorre mentre tu… 

Domanda banale? Mica tanto. Perché si dà per scontato che il lettore aspetti proprio noi. Che sarà felice di leggere le nostre storie. Invece costui o costei fanno tranquillamente a meno di noi. Un po’ perché hanno già i loro autori preferiti (ammesso che leggano), e non basta agitare la manina per convincerli a darci la loro fiducia.
Inoltre, hanno altre cose da fare: sì, per esempio hanno tra le mani quella roba là, come si chiama… la vita, ecco.
Ferma i buoi adesso. (Ti piace questa immagine campestre dei buoi? Bucolica, non è vero? È per dimostrare che questo è proprio un blog coi fiocchi, insomma, un blog letterario).
Dicevo: hai fermato i buoi? Bene: una storia parla della vita. Anche qui in apparenza non c’è niente di nuovo, e potresti chiederti di che dovrebbe trattare una storia.
Spesso non si parla di vita, ma di surrogati. Oppure, si pontifica, si declama. Ancora peggio: si educa.
Il fatto che funzioni non significa che debba essere il sistema giusto. In fondo, l’economia di Roma Antica si basava sulla schiavitù: e funzionava. Credo che in pochi siano favorevoli alla schiavitù, al giorno d’oggi.

Il vero obiettivo: essere popolare

Il lettore (dovrei scrivere la lettrice in realtà), è un essere bizzarro. Ancora più bizzarro è chi scrive, che crede di dover essere superiore a tutti i costi. Per questo motivo si crede chissà chi, si vanta. Quando tutto quello che dovrebbe fare è camminare col lettore, starci assieme restando se stesso. Ma come si fa? Tocca scendere dal piedistallo.
Georges Simenon amava chiacchierare con le persone comuni, e non amava molto gli scrittori. E poi, si cimentava in un genere, il giallo, talmente deprecabile! Per questo è stato per anni snobbato.
Aveva capito che uno scrittore deve essere popolare, questo è l’obiettivo da avere. Molti di noi leggono certi autori, e vogliono essere come loro, dimenticandosi che loro guardavano al pubblico.
Per riuscire in una simile impresa, diventa fondamentale “impolverarsi”, come scriveva Flannery O’Connor. Se non ti piace, sei nei guai. Ecco quindi come si parla al lettore: si prende la realtà, e si fa in modo di renderla tangibile quanto lo scomodo sedile della metropolitana sulla quale dovrà stare seduto per recarsi al lavoro.
Ehi: come si fa a scrivere una storia che piaccia alle persone? Sì, una storia (tieniti forte) popolare.
Buona domanda, sul serio! Però io sono un po’ stanco, anche tu hai visto dei giorni migliori, quindi per stavolta ci fermiamo qui.

La domanda delle 100 pistole

Quando hai compreso che scrivere significa infilare le mani nella vita, e sporcarsele? Sì insomma: hai capito che dovevi scendere dal piedistallo e mescolarti con la massa (“Cielo! Il popolo bue!”), oppure sei ancora lassù, a parlare con le Muse e a odiare le persone?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

15 pensieri riguardo “Come parlare al lettore?

  1. Nella mia vita ho avuto una fase di misantropia. E in quel periodo avevo smesso di scrivere, perché è inutile raccontarsi storie, la scrittura si nutre di contatti umani, di scambi, di empatia. Chi non sente tutto ciò, può parlare soltanto di se stesso…

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    1. Anche io non ho scritto per 5 anni. Poi però ho ripreso a farlo, ma senza più grandi idee o intenzioni. Solo raccontare storie, e a prima vista sembra robetta, però…
      È stato Raymond Carver a farmi capire che avevo sempre sbagliato tutto. Adesso: farò altri sbagli, più originali!

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  2. Come parlare al lettore? Mica facile e neppur difficile. Credo e ne sono quasi convinto che si devono scrivere storie che vanno di moda. Funziona il fantasy, allora fantay. Funziona il gialoo, noir, il thriller eccoti una storia di quel genere. E via col tango.
    Il lettore, non la nicchia che cerca valore nella lettura, vuol leggere quello che il marketing editoriale, ovviamente le due o tre case che contano, gli propina.
    Hai mai visto una piccola casa editrice sfondare? Credo che i casi siano rari. L’unico, ma non sono sicuro dell’importanza dell’editore, è stato Mal di pietre di Milena Agus e Nottetempo. Per il resto Mondadori, Gems e RCS. Agli altri le briciole.

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    1. L’unico modo che una piccola casa editrice ha di sfondare è di farsi acquistare da una grande, che poi la chiuderà. Però quelle piccole (penso a Minimum Fax, alla Neo) permettono un rapporto più stretto con l’autore. Le grandi… A parte gli anticipi (ma anche quelli ormai sono un ricordo), di offrono un mercato potenzialmente più esteso. Ma un rapporto più impersonale. Insomma, sei uno dei tanti.

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    1. Io invece la musa non la sopporto proprio. Niente di personale, certo, ma mi pare un’intrusa, qualcosa di estraneo alla realtà che dobbiamo mostrare. Ma forse sbaglio 🙂

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      1. Mi stavo solo adeguando alla tua domanda delle 100 pistole. 😉 Non potrei scrivere aspettando l’imbeccata dall’esterno; non per questo mi sento “sola” mentre scrivo, ma qui si va su altro terreno, che esula dal blog.

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  3. Da quando discuto nei blog delle persone che hanno qualcosa di interessante da condividere sto maturando una nuova visione del “me scrittrice”: forse non mi interessa parlare a tutti i lettori, per questo credo non mi interessino gli argomenti che spopolano, quelli “acchiappa pubblico “. Se va di moda il fantasy, non mi cimenterei in una storia che non saprei raccontare solo perché così avrei più speranze di essere pubblicata. Ho un fratello artista molto bohémien, virtuoso, ma povero: niente ritratti, perché, pur essendo molto richiesti e valendo parecchi soldoni, lui non riuscirebbe a farne nemmeno uno. Rimane fedele al suo “credo artistico”… ed anche spiantato!
    Eh, siamo di famiglia!
    (Vabbè, però lui fa anche l’architetto: cambia la prospettiva?)

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  4. Premesso che io odio tutti (ma li amo anche), mi viene da raccontare un’impressione che ho avuto durante il Salone del Libro.

    Sono sempre molto curiosa di spulciare tra le novità (che siano esordienti, piccole case editrici o solo libri che non ho letto). Per giudicare un libro su due piedi, invece che valutare genere, autore, quarta di copertina, preferisco leggere le prime pagine.
    Quasi sempre perdo interesse, anche se intravedo del talento, per un particolare atteggiamento da parte della voce narrante, che si mette a “posare” davanti allo scrittore: “adesso guarda come ti spavento eh, adesso guarda come ti commuovo eh, adesso guarda come ti avvinco eh”. Un atteggiamento che probabilmente denota l’insicurezza e l’immaturità dello scrittore.
    Secondo me parlare al lettore significa anche mettere da parte questo atteggiamento. Raccontare la storia “e basta”, senza strizzare continuamente l’occhio.

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    1. Un autore non deve badare a essere simpatico, ma bravo (e già questo, nel nostro Paese, ma anche altrove, scatena grandi antipatie). Se chi scrive strizza l’occhio, forse dovrebbe leggere ancora per un po’ di anni, perché, come scrivi, è ancora insicuro. Bisogna essere almeno un po’ guastafeste.

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