Come descrivere un personaggio

la scrittura è difficile banne

(Post aggiornato il 5 giugno 2018).

È tempo di tornare a parlare di cone descrivere un personaggio (un argomento che in parte avevo sfiorato in passato, in un post intitolato “La bussola dello scrittore esordiente”).
La lezione che si ricava leggendo diverse opinioni di vari autori (per esempio Anton Čechov o Flannery O’Connor, e tanti altri), è che gli stati d’animo non si devono descrivere: ma mostrare.

Scrivere vuol dire mostrare

Esatto, si tratta della celeberrima indicazione del “Show, don’t tell”. Lo stato d’animo di un personaggio dovrebbe scaturire dalle sue azioni. Se si usa un altro sistema esiste il rischio di fare una specie di elenco. Di cadere in trappola dei dettagli. Sì, lo so, i dettagli sono importanti, e via discorrendo. Ma quando si abbonda, quando ci si lascia prendere la mano, alla fine la scrittura si appesantisce e il lettore si stanca.
O si impara a fare la cernita, a scegliere cosa tenere o cosa gettare, oppure.
Oppure? Ci si deve affidare a un bravo lettore esterno, o un editor, che provvederà a leggere e consiglierà di tagliare, tagliare, tagliare. Perché scrivere, è sempre bene ricordarlo, vuol dire tagliare, non accumulare. Lasciare solo ciò che serve.

Un criterio per tutti

Se scrivo una storia dove il protagonista è sfortunato, le cose gli vanno male… Ci sono discrete possibilità che il lettore si identifichi, lo apprezzi, magari si commuove, ed ecco che siamo tutti fratelli dello stesso pianeta. Possiamo dire che è un trucco che funziona sempre, non è vero?
Prendiamo a esempio Charles Dickens: ci sono, nei suoi romanzi, bambini molto sfortunati e vecchietti abbastanza rimbambiti. In parte l’attenzione verso i bambini è dovuta al trauma della prigione (in Inghilterra chi non pagava i debiti, nell’Ottocento, era incarcerato con la famiglia). In parte, è una scelta per offrire al pubblico quello che vuole. Identificarsi appunto col debole.
La faccenda cambia quando entrano in campo i potenti.
Di solito quando spunta fuori l’autorità, il potere forte, ecco che bisogna prendere in mano la clava e menare a destra e a manca. Un esempio? È sufficiente dire: “Banca”, e ci si aspetta una valanga di maledizioni, di indignazione, eccetera eccetera. Infatti lo scrittore si adegua, e il lettore applaude.

Qua la mano fratello! Allora siamo della stessa combriccola! Uao! Uao! Uao!”.

Se uno speculatore della borsa di Milano ha il padre paralizzato in un letto di ospedale, e piange ogni volta che lo va a trovare, (mostra la propria umanità) che succede? Che il lettore non approva e se la prende con chi scrive.

Ma come! Ha fatto chiudere una fabbrica e ha mandato a spasso 30 famiglie, e adesso mi mostri che sa piangere? È umano? Sei un pessimo scrittore! Sei amico delle banche!”.

Quando scrivo “Prima la storia, poi il lettore”, intendo qualcosa di questo genere. Vale a dire che lo scrittore deve avere, e applicare, almeno un criterio, sempre e comunque.
La compassione. L’umanità.

E il lettore? Se non apprezza questo modo di operare, passerà ad altro. È più importante la storia del lettore, e se questa non ha almeno da qualche parte un po’ di umanità, non è una storia, ma un manifesto politico.
A mio parere, il mattone fondamentale di ogni scrittura un po’ ambiziosa, è quello che mette al centro, e ricorda, l’umanità del personaggio. Chiunque sia. Ogni descrizione dovrebbe sempre avere al centro questa qualità.
Anche questo è un trucco, in realtà; perché permette di avere dei personaggi più complessi, profondi, invece di averli piatti, monocorde.
Sì, il lettore spesso ama le cose semplici, i luoghi comuni. Vuol credere che la realtà sia semplice. Ha 2 ideuzze e con quelle è persuaso di conoscere e sapere tutto.
Chi scrive dovrebbe rammentargli che ogni essere umano è un abisso.

Un paio di dritte

Nel titolo di questo post ho scritto che avrei svelato un paio di dritte per permettere di indicare come descrivere un personaggio. Ed è quello che farò. Solo una precisazione: non si tratta di indicazioni precise. Come tramutare in scrittura queste dritte è affar tuo ed è ridicolo sperare o credere che ci sia la formula magica capace di funzionare, sempre e per tutti.

La prima dritta? Il personaggio ha una sua dignità. Forse stai per scoppiare a ridere, ma i peggiori “scrittori” sono quelli che usano i personaggi come marionette. Hanno il loro modo di pensare e utilizzano la storia per propagandarlo. I personaggi finiscono con l’essere stritolati dall’ideologia. Non escludo che questo modo di fare abbia comunque successo e riscuota recensioni piene di entusiasmo. Be’, non vuol dire molto. Il personaggio ha una sua dignità e chi racconta storie è al suo servizio. Ovviamente questo produce dei problemi. Per esempio: il personaggio ha delle idee e delle reazioni lontane dalle tue. Bene. Non puoi “piegarlo” ai tuoi voleri. Ha la sua dignità, ricordi? E tu sei al suo servizio. E le tue idee? Nessuno te le tocca, sul serio. Quello che voglio spiegare è che non dovresti MAI usare una storia per le tue idee; ma per raccontare una storia. Che idee ci saranno dentro? Non ne ho idea.
Ma allora le mie idee devono evaporare, ti starai chiedendo. Chi scrive deve sparire? Niente affatto.
Chi scrive deve essere sempre ben presente. La scelta delle parole, della storia; quel modo di raccontare una storia (e non un altro), parlano eccome. Lì ci sei tu.
Parlerò brevemente della mia Trilogia delle Erbacce. Molti hanno pensato che fosse bella perché non emetto giudizi: sbagliano.
Io i giudizi li emmetto eccome. Non ci sono personaggi che salgono sul piedistallo e lanciano proclami o invitano alla rivoluzione.
I miei giudizi sono in quei personaggi. Ho scelto loro, il loro essere falliti, poco gradevoli, “erbacce” appunto, perché ho le mie idee. Racconto le storie in quel certo modo, e non un altro, perché ho le mie idee. Scelgo quel tono e non un altro non solo perché è il mio “marchio di fabbrica”. Ma perché ho le mie idee. Condivido le loro azioni? Questa è una faccenda di lana caprina. Ho fatto una precisa scelta di campo. Lì c’è un giudizio evidente. E ce n’è almeno un altro: anche se vivono in una condizione di emarginazione, sanno di essere comunque più grande della disperazione che li vuole annientare.

La seconda dritta? Lascia spazio al lettore. Questo consiglio lo trovi anche dentro “On Writing” di Stephen King. Un personaggio non è la lista della spesa, quandi non deve fare un elenco di come veste, che faccia ha, cosa pensa dell’universo mondo. Se la storia è lunga (romanzo), probabilmente alcuni aspetti emergeranno nel suo sviluppo. Se viceversa la storia è breve ci sono discrete possibilità che certi aspetti non verranno mai a galla. Nessun problema, sul serio.
Crea la cornice: il resto lo potrai riempire cammin facendo, ma sempre rammentando che non devi esagerare. E che il lettore non deve essere mai annegato da descrizioni zeppe di dettagli. Mai.


Ecco i libri per imparare a scrivere.

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9 thoughts on “Come descrivere un personaggio

    • Io faccio fatica a ricordare qualcuno che mi ha preso in contropiede. Forse è la memoria che fa cilecca. Però sono d’accordo, un bravo autore crea (ma davvero crea?) personaggi vivi, dove pensieri e azioni sono onesti. Reali.

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  1. Sì, quando ho letto “Il commesso” di B. Malamud. Lo scrittore ha presentato il personaggio in una perfezione incredibile: mostrando, non raccontando, il suo lato umano in una vicenda che all’apparenza, sembra negarlo. Prendere esempio da scrittori del genere significa capire fino in fondo i propri limiti nella scrittura.

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    • Non conosco questo autore, purtroppo. Però, a volte leggere certi autori è terribile proprio perché dimostrano quanto noi siamo distanti da essi. Pazienza, andiamo avanti e facciamo del nostro meglio.

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  2. Il processo di identificazione con i protagonisti di un romanzo è sempre indice di buona scrittura, secondo me, significa che l’autore è riuscito a costruire un personaggio vero e reale, con emozioni nelle quali il lettore si rispecchia.
    E sì, prima la storia, poi il lettore, sono d’accordo!
    Ciao Marco, buona serata!

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