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A proposito di tecnica e romanzo

a proposito di tecnica e romanzo

Un argomento che attira sempre curiosità e attenzione è quello della tecnica e del romanzo. È sufficiente capire questa specie di formula (matematica?), imporla alla materia della storia (informe, confusa), e alla fine otterremo quello che ci serve.
Be’, non proprio.
La scrittrice statunitense Flannery O’Connor scriveva che nelle storie migliori è qualcosa di organico, qualcosa che si sviluppa dal materiale. Non è un elemento esterno che plana, o che noi con i nostri poteri magici imponiamo.
Ovvio a questo punto che la tecnica sarà diversa per ogni storia, lunga o breve, che scriveremo. Una bella faticaccia, vero? E tu pensavi che fosse facile scrivere, giusto?

La tecnica è riflessione

Veniamo a qualcosa di meno teorico. Diciamo che ho una storia molto lunga. La mia speranza è riuscire prima a poi a completarla (prima lavoravo ad altro, l’ho abbandonato). Naturalmente l’incipit è cupo, ma questo è, come dicono gli esperti, quelli che ne sanno, la mia cifra stilistica. Non so cosa voglia dire, però sembra che se si usano queste espressioni, si fa una positiva impressione. Si è un serio blog letterario, insomma.
Uno comincia a leggere l’incipit di qualunque storia scritta dal sottoscritto e immediatamente pensa: “Allegria!”. Perché o c’è qualcosa di tragico, oppure l’atmosfera è tragica perché è già successo qualcosa.
Il romanzo non fa che confermare e rafforzare questa tradizione, spingendola là dove nessuno ha mai osato andare. Be’, quasi!
E questo mi ha spinto a fermarmi a riflettere.
Dal momento che le prime pagine sono tristi, mi sono detto che ci voleva qualcosa per alleggerire l’atmosfera. Occorreva a tutti i costi creare un capitolo che avesse le caratteristiche della lievità. Il lettore in qualche modo deve essere premiato. Acquista il tuo libro (se mai lo farà), inizia a leggere la tua storia, ma non puoi soffocarlo, ucciderlo. Devi anche creare delle oasi, delle zone all’interno della storia dove ci siano situazioni e personaggi che facciano sorridere. O che almeno, distendano l’atmosfera. Tanto lui (il lettore) sa se un po’ ti conosce, che presto o tardi ci sarà: “Pianto e stridore di denti”.

La tecnica è incatenare (e incantamento)

Non solo. Mentre la scena si formava nella testa (attenzione: nella testa, non scrivevo niente), e vedevo l’ambiente, i personaggi, udivo i dialoghi, mi sono reso conto anche di un altro aspetto che mi sarebbe servito. Quella scena aveva in realtà anche un altro scopo. Mostrare al lettore che il protagonista non è quello che sembra, e che ha degli aspetti sconosciuti anche ai suoi amici più cari.
Si tratta di un’esca quindi. Fare in modo che chi legge dica:

Ehi, ma questo perché si comporta così? Perché una faccenda tanto semplice e per nulla grave o imbarazzante come questa, viene tenuta nascosta? Che cosa c’è dietro?”.

Se non sono una capra assoluta, potrebbe persino riuscirmi.
Quindi la tecnica è usare trucchi ed espedienti vari per non ammazzare l’attenzione di chi legge? Disseminare esche? Anche questo, ma non solo.
La risposta ti lascia a bocca asciutta? Me ne rendo ben conto, ma qui non c’è nessuno con la verità in tasca, quindi per adesso mi accontento di questa risposta, poi col passare dei mesi magari penserò a qualcosa di meglio. Di certo 15 anni fa non mi sarei sognato di scrivere un capitolo leggero. Diamine, dovevo educare! Arringare il popolo! Indicargli l’avvenire!
Per fortuna tutto questo è finito. Non è detto che ora sia diventato migliore, ma ho eliminato dalla mia scrittura i difetti più gravi. Restano quelli meno gravi.

La domanda delle 100 pistole

Tecnica, tecnica, tecnica: ma che diavolo vuol dire? Ti preoccupa questa faccenda, oppure la consideri banale e sciocca?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

17 pensieri riguardo “A proposito di tecnica e romanzo

  1. La ‘cifra stilistica’ è un must: ogni tanto bisogna scriverlo.
    Io non ho mai desiderato, e nemmeno pensato, di scrivere per educare.
    La tecnica è importante ma non deve essere un assillo. Io mi preoccupo di più delle parole.

    1. Sì, è vero. Esiste il rischio che la tecnica possa schiacciare tutto. Credo (credo) di non correre questo rischio. Ormai immagino di essere vaccinato da certi pericoli. Però occorre sempre vigilare, questo è vero.

  2. La tecnica è un set di strumenti, una cassettina degli attrezzi dalla quale tiri fuori di volta in volta quello che ti serve. Lo fai anche a istinto, penso. Tu per esempio hai avvertito che il tono doveva essere alleggerito, e hai consapevolmente deciso di farlo utilizzando gli attrezzi che avevi a disposizione.
    Sì, io penso che la tecnica sia un ottimo punto di partenza. Quanto meno ti serve per scrivere una storia accettabile. La magia è un’altra faccenda, è quel qualcosa che permea la storia interamente, e ha ragione Flannery. Non credo che la magia sia del tutto controllabile. Le storie hanno una loro vita indipendentemente da noi.
    (sei forte quando parli di te com’eri XDDD )

    1. Cassetta degli attrezzi, dici. Può darsi. Benché sia prosaico, potrebbe rendere bene l’idea. A me piace ficcare il naso nelle officine degli scrittori, capire come affrontano certe scene, dialoghi e via discorrendo. Di sicuro hai ragione quando dici che le storie hanno una loro vita. La sfida è riuscire a renderle al meglio, senza rovinare tutto con i propri limiti, e sperando con tutte le proprie forze nelle nostre qualità.

    1. M’interessa eccome, grazie. Ogni punto di vista è benvenuto.
      I libri (e non solo i libri, pure le persone) ti insegnano qualcosa soprattutto quando ti dicono cosa NON devi fare. A quel punto capisci che scrivere è una faccenda tutta tua. Un po’ come scalare: puoi anche aver avuto Messner come maestro, ma quando sei in parete ci sei TU, e nessun altro.

  3. Qualche tempo fa non mi preoccupavo della tecnica nel mio modo di narrare; guidata solo dalla consapevole voglia di scrivere, raccontavo come mi veniva spontaneo fare: usavo prevalentemente la prima persona e mi piaceva descrivere l’atmosfera per immagini e metafore. Poi, una volta, presentando una raccolta di racconti ad un concorso (era il Premio Calvino) la scheda di lettura che ho ricevuto mi ha aperto un orizzonte inesplorato, facendomi notare delle caratteristiche che avrei dovuto modificare per dare valore al racconto: si apprezzava tanto l’idea, ma il consiglio tassativo era “semplificare”. Tante volte ci illudiamo che usare paroloni e costruzioni sintattiche elaborate serva a rendere il testo più coinvolgente, invece non è così: poche parole, ma efficaci sono la chiave di lettura di un testo apprezzabile.
    Poi c’è tanto altro, però, intanto, fare tesoro di suggerimenti ed esperienze altrui aiuta a farsi un’idea di come esprimersi con una tecnica adeguata.

    1. Pure io all’inizio non mi preoccupavo affatto della tecnica: era un argomento che non conoscevo affatto, né mi interessava approfondirlo. E invece dopo un po’ e tanti errori, ho capito che era un elemento non in primo piano, ma fondamentale come lo sono le basi di un edificio. Restano sottoterra ma senza di esse l’edificio crolla.

  4. Grazie, mi hai dato l’idea per il prossimo post 🙂

    Cosa penso io della tecnica? Indispensabile, ma quando si padroneggia bene la si può piegare al proprio desiderio.

  5. Sciocca, la tecnica? Proprio no. Sinceramente credo che niente mi sembri sciocco, se riguarda la scrittura. Ho letto tanti manuali, e raramente li ho trovati inutili. Adesso mi piace anche “dimenticare” quello che ho studiato per sperimentare cose nuove e lasciare lavorare l’istinto. So che, dietro le quinte, le mie conoscenze si danno da fare. E’ come nel tai-chi: prima impari tutte le regole, poi abbandoni tutte le regole. Sono curiosa di vedere come funziona. 🙂

    1. La scrittura sembra facile, ma è una specie di trappolone cosmico: ci caschi dentro e non ne esci più 🙂
      Anche io ho letto un buon numero di manuali, e alla fine bisogna davvero dimenticare quello che dicono per cercare il proprio stile, la propria voce. All’inizio è inevitabile che si sentano gli echi delle proprie letture; in seguito, pagato il dovuto, si passa a creare qualcosa di unico e inedito.

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