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Incipit: come scrivere una storia

Incipit come scrivere una storia

 

Scrivere una storia vuol dire iniziare da qualche parte. L’incipit, appunto.
Ma come di sicuro avrai imparato da un pezzo, la frase che apre la storia, non è detto che sia davvero l’incipit. Forse finirà per essere il brano con il quale chiuderai quella storia, oppure sarà una parte che confluirà in una pagina centrale. Soprattutto, qualunque sia il destino di quello che scrivi, ricorda che non devi essere rigido.
Intendo dire che niente è perfetto, ma tutto è soggetto al regime dell’ascia.

Che cosa vuol dire tagliare

Anche un incipit è soggetto alla legge dell’ascia: può essere modificato, riscritto in maniera radicale, soppresso. Non c’è niente di intoccabile, in una storia che si scrive. Per due ragioni: non devi produrre niente di perfetto (ma comunicare); e la parola è uno strumento imperfetto.
Di solito lo scrittore emergente è convinto di aver sempre prodotto qualcosa di eccezionale. E non taglia nulla perché è talmente pieno di sé, che eliminare una frase è un’eresia.
Chi scrive ha a cuore la storia, non se stesso; per questa ragione taglia. Questo è il processo con il quale ci mettiamo in ascolto della storia, e ci facciamo da parte. Certo, usiamo i nostri poveri mezzi, ma li usiamo al meglio delle nostre capacità. Sempre pronti a cambiare, a usare l’ascia se è necessario.
E poi, la parola è poco potente. Non ha la persuasione, la seduzione della narrazione orale che si appoggia alla mimica, al tono della voce, ai gesti. Può diventare precisa e feroce come un chiodo solo se ci si impegna, se si riscrive. Se si taglia, esatto.

Come deve essere l’incipit?

L’incipit: come deve essere? Molti sono tormentati dalla questione. Il mio consiglio è: scrivilo. Già, non è niente di eccezionale. Il mondo è zeppo di incipit che non sono memorabili, ma dimostrano una voce, che poi si riconferma nelle pagine seguenti.

Comunque, all’inizio, tutti erano contenti a Dukana”.

Questo è l’incipit di “Sozaboy” dello scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa (il traduttore è Roberto Piangatelli).

Sulle strade polverose che dalla Slesia e dalla Sassonia, attraverso cittadine e villaggi devastati dalle guerre napoleoniche, entravano in Polonia, passavano lunghe processioni di carri e barrocci carichi di uomini, di donne, di bambini e di masserizie.”

Qui invece abbiamo “I fratelli Ashkenazi” di Israel J. Singer (il traduttore è Bruno Fonzi). Orsù, adesso mettiamoci a studiare la formuletta che ci permetta di giudicare quale dei due è quello vincente. Capace cioè di far cadere dalla sedia il lettore.
Esatto: non c’è alcuna formuletta.
Quando scrivo, effettivamente le prime righe dei miei racconti sono sempre stati gli incipit; ma questo non vuol dire niente. Non ho mai iniziato nulla sino a ora partendo per esempio dall’epilogo. Oppure da un dialogo. C’è un’immagine che mi folgora, e le vado dietro. La caccia è aperta, chissà dove andremo a finire. A destinazione?
O in un fosso?

È davvero importante l’incipit?

Bella domanda: è davvero importante l’incipit? La risposta è sì. Quando inizi a riempire di lettere e inchiostro il foglio di carta, oppure le lettere appaiono sullo schermo del computer, hai effettuato una scelta. Arrogante e umile. Arrogante perché di storie nel mondo ce ne sono già a sufficienza, eppure no: manca la tua. La mia.
Umile perché o ti metti a servizio della storia, o finirai in un vicolo cieco.
L’incipit è una specie di dichiarazione di ostilità: quindi occorre prenderlo sul serio, ma non farne una malattia. È bene che contenga la voce di chi scrive. Se leggo i due incipit che ho messo in questo post, ci trovo già qualcosa di potente e interessante.
Come faccio a capire se il mio incipit ha una voce?
Non esiste una risposta. Al massimo il solito consiglio. Leggi: in quantità industriali.

La domanda delle 100 pistole

Qual è il tuo rapporto con l’incipit? Come ti regoli con i tuoi incipit?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

12 pensieri riguardo “Incipit: come scrivere una storia

    1. Infatti non esiste alcuna regola valida: dipende dalla storia. È la storia che ci dice quale incipit deve avere, ma noi siamo davvero capaci ad ascoltare?

  1. Ah, l’incipit… per me nelle prime righe c’è già tutta la storia e tutti ciò che occorre per avere negli occhi ciò che accadrà.
    E infatti i grandi scrittori scrivono sempre incipit d’effetto, secondo me…
    Ti scrivo su FB, Marco devo chiederti una cosa!
    Grazie buona giornata a te!

    1. Sì, è vero. Ma non sempre l’incipit acchiappa i lettori. A volte lo acchiappa a pagine 7 o 10. E si può proseguire ancora solo se dimostra una voce forte. Certi scrittori non producono incipit memorabili, però tieni duro e alla fine sei ripagato.

  2. È indubbio che un incipit efficace aggancia di più il lettore che dalla prima pagina deve spingersi oltre. Io, però, diffido degli incipit che promettono chissà cosa, nel prosieguo, come di quelli che non danno idee precise, in pratica non guardo all’incipit come alla molla propulsiva che mi porterà a leggere la storia. Questo da lettrice. Da scrittrice, l’incipit è l’unico elemento su cui mi ritrovo a fare continui rimaneggiamenti, perché in base a come sviluppo la storia, il suo inizio deve garantire coerenza; provo comunque a renderlo appetibile, se non altro per dare anche ai più riluttanti (quelli che già dalle prime righe capiscono tutto!) l’opportunità di scoprire di più della storia che sto raccontando.

    1. Io da un po’ di tempo sono spinto a riflettere su un po’ tutto: incipit, e pagine seguenti. Ammazzano il lettore? Lo annoiano? Sono inutili? Eccetera eccetera.
      A volte ho modificato l’incipit di certi racconti, anche profondamente. Altre volte niente, andava bene sin da subito. È una specie di promessa, e questo carica quelle frasi di un’importanza forse persino eccessiva.

  3. L’incipit è importante, spesso ho comprato un libro solo perché aveva un incipit che mi conquistava. Tuttavia ci sono romanzi bellissimi ( o meglio che io ho trovato bellissimi) che non avevano un incipit eccezionale. Insomma il lettore non dovrebbe fermarsi a quello. Comunque l’incipit lo scrivo più volte finché non mi convince del tutto e diventa, per me, pienamente coerente con la storia.

    1. Anche io faccio e ho fatto come fai tu: un buon incipit invoglia ma non è sufficiente, a volte basta solo il titolo per spingermi ad acquistare un libro.

  4. L’incipit è la grande scusa per editor e affini per stroncare un testo di un esordiente. Secondo me è sbagliato. Dare un giudizio sommario da poche righe mi sembra fuorviante. Capisco anche che, sommersi da molti manoscritti, si preferisca leggere poche pagine anziché molte. Ho letto molti inizi fulminanti di esordienti che poi sono naufragati man mano che la storia procedeva. Eppure qualcuno li ha ritenuti meritevoli.

    1. Ormai buona parte delle case editrici agisce in quel modo. Anzi: alcune guardano se il libro (autopubblicato) vende un po’, se c’è attorno all’autore una cerchia di ammiratori, e all’istante si gettano sulla preda. Nient’altro.

  5. A volte mi capita di partire focalizzata sul suono specifico di una frase, altre volte è la scena a calamitarmi. Di sicuro ho smesso di scrivere l’inizio della prima stesura come se avessi tra le mani un’arma sul punto di sparare. Adesso so che l’arma non è ancora carica, in quella fase, perciò sono più rilassata. A caricarla ci penso durante la revisione. Comunque sono convinta di poter migliorare su questo fronte.

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