Pubblicato in: costruire un brand, editore di se stesso

Come riconosci una parola difficile?

come riconosci una parola difficile?

 

Un po’ di tempo fa ho pubblicato un post intitolato: “Che cos’è la chiarezza del testo”. In effetti quello che emergeva non era molto tranquillizzante per chi scrive.
Là dicevo che la chiarezza di un testo è una qualità relazionale, che per forza di cose passa attraverso il bagaglio culturale di chi legge. E chi scrive, (del contenuto per un blog, oppure una storia breve, ma anche lunga) può solo lavorare per aumentare le probabilità che il suo testo sia compreso. Era una conclusione che però non poteva certo soddisfare il sottoscritto, e scommetto che pure tu non lo sei.

Ciao, amico lettore

Per prima cosa: non puoi agire sul livello culturale del lettore. Lì non ci puoi fare niente, non c’è trippa per gatti. Anche se non hai alcun potere in questo ambito, tenerlo presente è comunque necessario. Perché questo a mio parere induce a scendere dal piedistallo. Qualunque persona che ha un po’ di dimestichezza con il Web, o la letteratura, sa bene che l’essenza di un contenuto è comunicare: non si scappa. O comunichi oppure no. Per questa ragione bisognerebbe sempre farsi una domanda piuttosto semplice:

Per chi diavolo scrivi?

Il diavolo puoi anche lasciarlo da parte se lo desideri, però la domanda te la devi fare. Proprio perché devi comunicare, altrimenti andiamo al parco giochi e non ne parliamo più.
Qui credo che ci sia un problema. Se questo fosse un blog tecnico, che parla di linguaggi di programmazione, avrei una vaga idea del mio pubblico. Persone che hanno dimestichezza con questo argomento, ma anche singoli che desiderano avvicinarsi a esso. Quindi si alternerebbero post per i principianti, e post per chi ha già una buona conoscenza.
Ma con una storia breve, o lunga? È evidente anche a un paracarro che probabilmente il pubblico non sarà affatto ben definito. Qui potrei cavarmela dicendo che devi trovare il giusto equilibrio; oppure che devi immaginare tua nonna. Se non capisce quello che scrivi, riscrivilo.
Però non si tratta affatto di una soluzione. Allora proviamo un giochetto di questo genere.
Come riconosci una parola difficile? Probabilmente dal fatto che non aggiunge nulla all’informazione che deve dare.

La bellezza delle parole semplici

Vuoi un esempio? Visto che mi sei simpatico/a, eccone uno solo per i tuoi occhi.
In certi romanzi il protagonista “Interloquì”.
Perché? Non bastava scrivere “Disse”? Il significato è quello: ha aperto bocca e ha dato fiato ai suoi pensieri. Ma chi scrive ha il terrore di non essere considerato uno scrittore se non dimostra di conoscere certi bei paroloni. E allora? Avanti, appunto, coi paroloni.
Come? Che forse, a volte, un “Interloquì” ci sta bene?
Ho qualche dubbio al riguardo. Quando esiste (ed esiste di certo), un sinonimo semplice, usalo. E c’è sempre. La bravura di un autore non è nei “Bofonchiò” o in altre espressioni del genere. Ma nella sua capacità di comunicare, di gettare un ponte tra la sua storia, e il lettore. Il resto sono sciocchezze. Togliamoci dalla testa l’idea che una persona è brava se usa espressioni particolari e ricercate.
Niente affatto. La bravura di un autore è nell’uso appropriato e comune che fa della lingua.
Lo so che cosa pensi. Che ci sono un bel mucchio di autori che scrivono in modo ricercato, “barocco” e che hanno trovato posto nelle antologie. Sono felice per loro, ma io non ho simili ambizioni. Me ne sono liberato da un bel pezzo.
Quello che desidero è comunicare: fine. E se esiste il rischio che un “Interloquì” mi allontani anche un solo lettore, prendo l’ascia e procedo con l’amputazione. Semplice, vero?

La domanda delle 100 pistole

Usi di più il dizionario, o il dizionario dei sinonimi e contrari? Insomma, quanto lavori sulla sobrietà della tua lingua?


Prima la storia, poi il lettore

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Autore:

Raccontastorie

16 pensieri riguardo “Come riconosci una parola difficile?

  1. C’è modo e modo di usare parole altisonanti e forbite. Se ci stanno bene, se servono realmente, allora vanno usate. Se esistono, un perché ci sarà. Sono d’accordo con “interloquire”, ma “bofonchiare” è bello e rende l’idea, no?

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    1. Rende l’idea, questo è sicuro. Eppure la mia idea è che prima di usare un “bofonchiare” occorre pensarci bene e capire se la storia lo richiede davvero, oppure è solo sfoggio. Magari sto diventando fondamentalista, però mi faccio sempre una domanda: chi usa “bofonchiare”? Nessuno, allora ripiego su altro. È rischioso? Si impoverisce la lingua? A questo domanda non saprei cosa rispondere, ma probabilmente non mi riguarda nemmeno. Racconto storie, voglio parlare alle persone. E se “bofonchiare” allontana qualcuno, non lo uso.

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  2. Il problema nel quale mi sono imbattuto è proprio quello che hai descritto. Mi piace scrivere con parole semplici e non ripetitive, pensieri corti e non troppo complicati. Ebbene, e qui casca l’asino, Diverse persone hano scritto che il linguaggio è povero e scarno. Allora che fare? Tornare ai paroloni e alle frasi lunghe e complesse?
    Io mi sono affezionato a questo modo di scrivere ma ho provato sottoporlo per avere una scheda di valutazione. Tutte, non molte a dire il vero perché mi scoccia spendere dei soldi per nulla, sono tornate indietro evidenziando questo problema, perché le frasi sono semplici, perché il linguaggio è semplice.

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    1. Difficile rispondere a una questione del genere. Credo che esista il rischio di scivolare in una prosa elementare, che non è semplice, e forse è qui il tuo problema?
      La soluzione (sono monotono) è rivolgersi a Simenon. No, lascia perdere i paroloni, ma piuttosto uno studio della sua prosa. Io lo faccio spesso, e mi arrabbio proprio perché lui riesce a costruire storie complesse, con intrecci, ambienti e personaggi, usando una lingua perfetta e comprensibile. Non so ancora come riuscire, quale sia il segreto. Bisogna solo provare e riprovare, scrivere, riscrivere e leggere.

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      1. È vero, non tutti apprezzano, ma questo non è un problema. Lo stile è un po’ come un guanto: devi indossarlo alla perfezione. Che poi qualcuno non lo ami è un altro discorso, ma lì non ci puoi fare niente. Occorre cercare, leggere, scrivere, leggere, leggere e scrivere. A volte la mano si atrofizza, e ha bisogno di parecchio tempo prima di cominciare a carburare come deve.

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  3. A me il linguaggio forbito non dispiace, se è ben riposto, cioè mi viene spontaneo usare termini corposi, però sto attenta a contestualizzarli. Non mi piacciono le parole antiquate, quello sì e interloquire mi sembra un po’ fuori moda, o no?

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    1. Eppure a me capita di sbirciare in certe anteprime e trovare proprio dei termini inutili e ridicoli. Si vede che l’autore crede che scrivere sia usare paroloni.
      Certo, c’è da aggiungere che tutto questo non può essere applicato sempre da tutti. Occorre però vigilare, fare attenzione a non farsi affascinare troppo dalle parole, e cadere nella tentazione di dimostrare che siamo bravi.

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      1. Sfoggiare non dimostra bravura, usare in modo naturale un certo tipo di linguaggio sì, come è bravo chi usa termini chiari e semplici senza scadere nell’ovvietà o nella banalità. Tutto ha un metro di misura, poi i gusti personali fanno la differenza.

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      2. I gusti personali: lì non ci possiamo fare niente. Al massimo possiamo tentare di eliminare certi ostacoli. A me piacciono certi autori che “abbondano”. Una volta tentavo di scrivere così, poi ho iniziato un altro cammino anche se non so dove andrò a finire!

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  4. Come avevo scritto nel commento al tuo post precedente, dipende da quale genere tratti e dall’epoca in cui è situato il romanzo o il racconto. Se due tatuati pusher del Bronx si incontrano in un vicolo e lo scrittore usa la parola “interloquì”, l’effetto comico è assicurato. Se lo usa un dotto monaco medievale, molto meno (indipendentemente dal fatto che a me questo verbo non piace – ma qui si cade nel suono e nei gusti personali).

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    1. Certo, i due tatuati pusher del Bronx difficilmente userebbero parole difficili. Forse il punto è però altrove: vale a dire quando hai tra le mani personaggi “normali”. Lì magari non usi “interloquì” ma senza rendersene conto si infila nel dialogo, nella descrizione, degli elementi che non servono alla storia, ma all’autore. Il discorso è complesso, e probabilmente io sono il primo che poi ricorro a termini ricercati. Ma di certo da qualche settimana quando scribacchio, cerco di controllare meglio quello che metto su carta (digitale).

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  5. Qualche volta uso il dizionario dei sinonimi e dei contrari, raramente il dizionario (almeno ai fini dello scrivere). Quando hai detto che lo scrittore non si sente tale se non produce paroloni, mi hai acceso una lampadina. Non sono pochi gli scrittori che si esprimono in modo forbitamente ottocentesco, non solo nei loro testi, ma anche parlando in rete. Parleranno così anche con familiari e amici, oppure la cultura è ancora qualcosa da ostentare? Ma può essere solo la timidezza, che fa sentire sotto esame nei contatti pubblici.

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